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Ivan Ambrosio è un ragazzo napoletano di 26 anni che ha deciso di realizzare il suo sogno nel cassetto. Ha mollato tutto, ed armato di tanta forza di volontà si è trasferito nel Regno Unito con l’obiettivo di visitare tutti gli stadi di calcio del Paese. 
Dopo 320 impianti visitati tra Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda e Irlanda del Nord, con 132 partite viste dal vivo, Ivan si è raccontato: il suo viaggio, le differenze culturali tra Italia e UK, le difficoltà incontrate lungo il percorso e tanto altro. 

Ciao Ivan! Spiega ai nostri lettori da dove è nata l’idea di intraprendere questo lungo viaggio e cosa ti ha spinto a visitare tutti gli stadi del Regno Unito. 

«E’ partito tutto nel 2008, quando avevo appena 14 anni: stavo guardando Portsmouth-Milan in TV, rimasi meravigliato dalla bellezza di quell’impianto (Fratton Park n.d.r.). Ero abituato agli stadi italiani con la classica pista di atletica e mi impressionò vedere i tifosi a pochi metri dal terreno di gioco. Dissi a me stesso ed ai miei genitori che un giorno sarei andato in Inghilterra per vedere quegli stadi da vicino, cosa che ho fatto una decina di anni più tardi. Tutto è nato così».

Tu che hai vissuto a pieno il calcio d’oltremanica, quali sono le differenze maggiori che hai notato con il nostro Paese? 

«Spesso facendo questo paragone si tende a criticare l’Italia, ma la mia opinione è che si tratta semplicemente di due culture differenti. Ad oggi posso dirti che il Regno Unito è avanti sotto il punto degli stadi, così come nel modo di vivere il calcio: c’è tanto rispetto, i tifosi ospiti camminano tranquillamente fuori dallo stadio insieme a quelli di casa. Sono convinto che l’Italia possa migliorare, ma deve iniziare investendo nelle strutture, costruendo nuovi stadi e migliorando i centri di allenamento. In questo modo anche i ragazzi più giovani hanno la possibilità di crescere meglio. 
Ci tengo a ribadire che entrambe le nazioni hanno un fascino tutto loro. Negli stadi italiani c’è una passione molto calorosa, con gli ultras che cantano per novanta minuti con bandiere e striscioni».

Tra i tanti posti visitati quale ti è rimasto di più nel cuore? E perché? 

«Senza alcun dubbio Craven Cottage, lo stadio del Fulham. Ho avuto modo di vederlo quotidianamente, avendo vissuto li vicino per due anni e mezzo. Un altro impianto che porterò per sempre nel cuore e Stamford Bridge, lo stadio del Chelsea, dove ho avuto modo di lavorare per la famiglia di Hudson-Odoi (giovane calciatore del Chelsea n.d.r.). Parlando più in generale di luoghi ti dico il Lake Districtparco nazionale dei laghi nel nord-ovest dell’Inghilterra, che per me rappresenta il posto più bello di tutto il Paese».

Il tuo percorso, documentato sui social, non è stato tutto rose e fiori. Tuttavia, hai mai nascosto queste difficoltà ai tuoi followers. Hai mai pensato di mollare, di non potercela fare? 

«Voglio precisare che non amo chiamarli followers, ma piuttosto amici, visto il rapporto che ho con loro. Ritornando alla domanda, ho pensato di non potercela fare ma non mi ha mai sfiorato il pensiero di mollare: avrebbe significato tradire me stesso. Ci sono stati dei momenti duri. A Manchester ho lavorato in un McDonald’s vivendo in una stanza di un metro e mezzo per un metro e mezzo. Ho avuto paura di non farcela, di perdere le energie per portare a termine il mio viaggio, ma ho sempre visto le difficoltà come un modo per migliorare. Il verbo “mollare” non esiste nei miei pensieri»

Hai avuto modo di collezionare tante esperienze, tutte documentate sui social e di incontrare tante personalità di un certo livello: Ferguson, Guardiola, Shearer, Antonio Conte… Cosa si prova a trovarsi davanti a loro? 

«Amo definire questi avvenimenti come dei “piccoli grandi sogni”, perché quello più grande è diventare un allenatore professionista. Incontrare queste leggende è qualcosa che non realizzi sul momento, ma la cosa che li accomuna è la mia determinazione nel riuscire a raggiungerli. Per incontrare Guardiola sono stato costretto a pedinarlo per un mese, sia a casa sua che al centro sportivo. Alla fine ho acquistato un biglietto per una partita, e scegliendo un posto dietro le panchine sono riuscito a scattare una foto con lui. Per Shearer ho aspettato cinque, forse sei ora alla stazione di King’s Cross, restando però a mani vuote. Il caso ha voluto che dopo qualche settimana tornasse a Londra per commentare una partita: ho attraversato tutta la città per provare ad ottenere una foto con lui, nonostante le probabilità fossero minime. Mi sono intrufolato all’Emirates Stadium, casa dell’Arsenal, e il destino ha voluto che io incontrassi non solo Shearer ma anche Lineker e Wright. Poter aggiungere queste foto al mio libro ha rappresentato per me un motivo per spingermi oltre e raggiungere l’obiettivo».

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Per concludere, parliamo proprio del tuo libro: raccontaci un po’ cosa troveremo al suo interno. 

«Ci saranno circa cinquanta storie sul calcio inglese, vissute nel corso del mio viaggio: partendo dalla Premier League fino alle squadre della decima lega. Ho sentito l’esigenza di creare un prodotto diverso dagli altri, per questo ci sarà tanto spazio per i valori umani, racconti di vita mai condivisi che mi hanno accompagnato nel mio percorso. Come abbiamo già detto prima ci sono state tante difficoltà, ma è da li che si cresce ed è per questo che voglio condividerli. Spero di colpire il cuore del lettore e di spingerlo a credere nei propri sogni».

di Marco Polli

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