Ohi Pe’ (alias Johnny Cash)

Cash Johnny

Ohi Pe’,
è un po’ che non ci vediamo, che non parliamo.
Ed ho ragione di credere che non lo faremo ancora per un altro bel po’. Ma non sono così pessimista.
Sai le distanze sono lunghe e a volte urlare non serve, non si colmano.
I ricordi neanche. I ricordi fanno sembrare tutto un sogno. Ed i sogni non sono la realtà.
Chi va via dalla propria Terra la vive irrimediabilmente e definitivamente nei sogni. Borges – Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo – parla di luoghi che spariscono all’improvviso il giorno stesso in cui si va via.
Dopo un istante.
Puff!
Un battito di mani.
Uno scuoppo sordo e non c’è più niente.
Eppure era tutto lì per venti trenta anni, tutta la tua vita e poi non c’è più.
Parti e dietro di te scompare tutto.
In quel giorno tutto quello che c’era prima diventa un’altra cosa.
La condizione dell’emigrante. Non ha importanza se vai a Watford, a Lugano, a Wuppertal o a Capua perché l’emigrante nel momento che va via e come se battesse le mani e “Puff” non trova più il suo Paese, la sua famiglia ed i suoi amici.
A proposito di amici Tu come stai?
Hai freddo? Hai fame? Copriti. Mangia.
Qui piove e a volte ci bagniamo. Pensiamo che sia sudore o lacrime ma è solo pioggia e a volte ci bagniamo.

Ohi Pe’, a Castelvolturno c’è sempre un castello che si ostina a non sconocchiare ed un fiume che si ostina a sbattere contro il mare. Gli passa vicino – silenzioso – senza salutarlo. Vuole andare maleducatamente a mare. Come per dire «Vado di fretta, vach’e pressa. Nun guardo ‘nfaccia ‘a nisciun, manco a te che staje lloco pecchè gliene devo dire quattro. Non mi fermate».
«No. Non lo fermate! – urla il castello – Mica avete pensato di fermarlo a stu sciummo scustumate» e lo sforzo dell’urlo lo fa declinare sulla parte destra. Traballa ma è solo un attimo.
Il fiume negli ultimi 200 metri arriva a mare schiumoso di rabbia e dopo qualche flutto se ne fa una ragione e si acquieta. È il carattere nostro.

Ohi Pe’, nei regi lagni è stato scoperto un drago che sputa fuoco e fa nuvole di fumo e quando gli scappa la pipì corre a mare. Si fa chiamare “Remolo” ma non vuole che si sappia in giro. Per parlargli basta un’intesa con lo sguardo, un ammiccamento con l’occhio destro, una zinniata e ti parla di discendenze, guerre, miti, torri, tesori nascosti e della sua lotta con le Vele di Scampia che sono due e lui è solo.

Ohi Pe’, le rondini – anche quest’anno – son tornate, in silenzio ma sono tornate. C’era tanto scetticismo. Non sto a dirti la fatica. Dai monti Mitumbi nell’Africa centrale del Congo, sorvolando il Sahara e poi le coste nordafricane dalla Libia al Marocco, virando verso la Spagna, poi i Pirenei, l’Occitania e mo’ già stanno qua zittu zittu nidificano ovunque: sottotetti, balconi, mansarde, garage, capannoni. Per usucapione.

Ohi Pe’, si è poi capito che i passarielli quando cinguettano dicono «Ciao-cià», i beccaccini «zitti-zitti-non-ci-facciamo-vedé, zitti-zitti-ci-hanno visto», i pochi cani randagi rimasti a scatozza latrano per dire «Lassame stà» ed i gatti miagolano per dirti «Non ci voglio venì, mení, micí, miao».

Ohi Pe’, si è da poco scoperto che i comunisti non mangiano i bambini e gli zingari non li rubano, ed un attimo dopo si è avuto la prova che i comunisti non esistono più e che Cesare, Ngiulino e gli altri zingari del mandracchio dietro al Castello, nell’ultima curva del fiume, sono degli uccelli che mille anni fa migrarono dall’India per seguire gli zoccoli dei cavalli e le corde del liuto ma alla vista del mare ebbero paura e si trasformarono in uomini.

Fringuelli, capinere, quaglie, tordi e chiurli giunti davanti al mare persero le ali ma gli occhi sono rimasti quelli.
Latcho drom, Peppe! Latcho drom, a te e a loro!

Ohi Pè, a questa non ci credi. Ma io non dico menzogne. La Domitiana.
È stata rivoluzionata, da quelli che “sanno come va il mondo”, la Domitiana.
Non c’è più asfalto, mezzeria, aiuole spartitraffico e rotonde ma solo binari.
Tanti binari.
La Domitiana è diventata tutta una stazione ferroviaria, bella, grande, imperiosa e, a tratti, anche indisponente come quella di Milano.
Tanti binari con una particolarità. I treni vanno e vengono.
Treni di tutti i tipi: regionali, interregionali, frecce rosse, frecce argento. Vanno e vengono ma c’è una particolarità – e non dico fesserie -: ci sono solo arrivi e mancano le partenze proprio come piace a te.
La gente arriva e non parte.
Ma non si è capito se è un fatto spontaneo o lo ha deciso qualcuno. Certo é che c’è un cartello in corrispondenza dell’ex km 27,300 della statale che dice «È VIETATO PARTIRE!», qualche chilometro più in là un altro che riporta «È VIETATO DIRE ADDIO» ed ancora più in là ed in modo categorico «È SEVERAMENTE VIETATO DIRE ARRIVEDERCI!» proprio come piace a te.

Ohi Pe’, poi una cosa fresca fresca di questa mattina. Alle 7:53 tra piazza vittorio emanuele III, davanti al tabaccaio, passando per via della riscossa e via civita sono spuntati improvvisamente decine e decine di eucalipti che hanno schiantato l’asfalto e buttato all’aria le pietre di basalto, l’asfalto ed il bitume di rattoppo delle strade, sono saltati i tombini ma l’acqua delle fogne che ne è sorta era cristallina e colma di pesci: cavedani, trote fario e iridea, spigole, carpe, cefali e pesci gatto.

I vigili sono arrivati tardi.

Alle 10:00 il paese era tutto un fiume. Il rivolo d’acqua si è ingrossato man mano che è passato da via san rocco alla piazza della Chiesa e del Municipio. Le auto sono state sollevate e parcheggiate sui tetti delle case. Per carità tutte con il freno a mano tirato perché i tetti sono inclinati.

La cosa bella è che nessuno si è spaventato.
La cosa bella è che tutto sembra più naturale.
La cosa bella è che tutto é bello.

Il parroco ha celebrato la messa alle 12:00 a poppa di un sandalo con i parrocchiani seduti su salvagenti o sdraiati nei canotti. Per alcuni la comodità è stata grande.
Il sindaco ha tenuto la seduta del consiglio comunale erto a prua di un lontro con il segretario comunale a poppa, la giunta in un’altra imbarcazione e tutti i consiglieri comunali in un solo barcone.

Ohi Pe’, poi un’altra cosa. Gli angeli – alcuni angeli – hanno deciso di dormire nella pineta del Villaggio Agricolo sui materassi scomposti degli aghi di pino caduti in macero. Tutte le notti, dopo una dura giornata, lasciano il paradiso e vengono a dormire nella nostra pineta, quella che piace a te. Sembra che sia in quella parte accanto al rudere del ristorante “Boomerang”. E qui trovano altri angeli, quelli che non hanno ancora imparato a volare. Sono ancora cherubini terrestri e vengono da tutte le parti: Formia, Gaeta, Pozzuoli, Giugliano, Caserta. Si esercitano tutto il giorno, tutti i giorni. Ci provano a volare, fanno un salto, aprono le braccia ma poi “patampufete” cadono giú come un boomerang. Ironia dei toponimi ma nessuno nasce imparato.

Ohi Pe’, ma sarà vero? Informati e fammi sapere perché qui lo danno per certo ma nessuno li ha visti ancora. Ma se ne parla assai.

Il mare si ostina – anche lui – a baciare quel posto dove tu per un momento ti sei dimenticato di noi.

Va avanti e indietro. Incessante va via ma ritorna. Sempre. Mai a mani vuote. Un fiore, un tronco, una ceramica, un sasso levigato, un manubrio di bicicletta, una saracinesca di negozio, una cicca di Marlboro. Ma aggiunge un bacio. Sempre.

Ohi, Pe’, tu lo sai. Io non dico fandonie a te.
Con il tuo pomo d’adamo e con i tuoi occhi lucidi che non ho mai visto piangere, con il taglio dei capelli, le giacche e le asole delle camicie alla Johnny Cash. Con il tuo mozzicone pendulo alle labbra sfinito dall’odore dei pini, dagli spruzzi di salsedine e dalla brezza marina.

Ohi, Pe’ se hai freddo copriti. Qui piove e ci bagniamo di pioggia, queste non sono lacrime.

 

 

“Un amore, un sangue
Una vita, devi fare quello che dovresti
Una vita l’uno con l’altro
Sorelle, fratelli
Una vita, ma non siamo gli stessi
Dobbiamo sostenerci a vicenda,
sostenerci a vicenda….”
(ONE, Johnny Cash)

 

di Vincenzo Russo Traetto