Juan Cruz El Pais intervista Informare news

«Oggi c’è una crisi d’informazione nel giornalismo»: Informare con Juan Cruz, vicedirettore di El País

Ciro Giso 05/01/2022
Updated 2024/03/23 at 3:44 PM
7 Minuti per la lettura

L’intervista di Ciro Giso a Juan Cruz, fondatore e vicedirettore di El País

Nacque sotto il regime franchista, ultima dittatura fascista d’Europa. Aveva solo 13 anni quando iniziò a scrivere, meno di 30 quando fondò El Pais, oggi primo giornale in Spagna. Juan Cruz col tempo è diventato un simbolo del giornalismo spagnolo ed europeo, soprattutto un esempio da seguire per la sua professionalità e tenacia. Lo abbiamo intervistato al Cinema Plaza nell’ultimo incontro di Situazione Critica, festival arrivato alla sua ventunesima edizione, con argomento il giornalismo in Spagna tra ieri e oggi.

Lei ha vissuto parte della sua vita sotto la dittatura franchista, com’era la vita sotto il regime?

«Era di notte. Tutto era di notte, grigio, plumbeo. La libertà era qualcosa che sognavi, ma senza nemmeno sapere di star sognando la libertà: lo facevamo inconsapevolmente. La Spagna era un paese noioso, senza illusioni. Ma noi non sapevamo che era così: non avevamo idea della nostra situazione, si viveva in un’incoscienza collettiva. La dittatura faceva addormentare i cittadini».

Questo sonno collettivo era indotto direttamente dal potere o indirettamente dal fatto che voi, già nati sotto la dittatura, non sapevate cosa fosse la libertà?

«Noi sapevamo solo quello che vedevamo, facevamo quello che ci dicevano. Nella dittatura c’è un momento in cui tu pensi che la vita è un’altra cosa, ma questo momento arriva tardi, quando inizi a leggere e informarti, quando inizi a vedere i giornali, i quotidiani.
Quando inizi ad ascoltare emittenti clandestine che trasmettevano dall’Inghilterra, dalla Francia, o dalla Romania. Ascoltavamo Radio Spagna Indipendente, detta la “Pirenaica”, che trasmetteva notizie censurate dal regime.
La mancanza di libertà non si comprende finché non si conosce realmente la libertà, e noi non l’avevamo mai conosciuta. Perché la prima cosa che fa la dittatura è silenziare: lo ha fatto in Cile come in Argentina. Rovinare la libertà, abolire la libertà di dire».

Proprio dopo la caduta del Franchismo è nato El Pais, nel 1976: che clima si respirava durante la transizione democratica?

«C’era un clima di re-inaugurazione della vita. Infatti una delle grandi canzoni prima della caduta della dittatura si chiamava All’alba” di Luis Eduardo Aute (1975). Era un omaggio agli ultimi fucilati per ordine del dittatore Francisco Franco. Anche il papa si dichiarò contro queste esecuzioni».

Oggi è il primo giornale in Spagna per tiratura, ma come è nata l’idea de El Pais?

«El Pais è stata un’iniziativa borghese, non era un giornale rivoluzionario. Voleva essere come i giornali europei, come “La Repubblica” che è nata nello stesso periodo o il francese “Le Monde”. Siamo stati anche partner con questi due giornali. All’inizio per El Pais sono stato il primo corrispondente da Londra. La prima volta che sono stato in Italia, nel ’72, ho visto come nelle notizie internazionali si parlasse sempre di Londra… ma cos’ha? L’Italia invece era un paese così prossimo alla Spagna, un nostro vicino. L’Italia fu il primo paese d’Europa che io ho visto come un’ambizione, un’ispirazione. Noi spagnoli volevamo essere più europei, più aperti».

Ora il giornalismo in Spagna è libero o c’è ancora la censura?

«Il giornalismo in Spagna, come nel resto del mondo, è “cattivo”, inquinato. Non per una questione politica, perfino la monarchia spagnola ormai è povera e viene attaccata ogni giorno. Piuttosto c’è un problema di qualità professionale: c’è troppa opinione, troppa deduzione da parte dello stesso giornalista, e mancanza di energia per investigare e fare informazione.
Nella domanda giornalistica, oggi, c’è una crisi di informazione. Il giornalista crede che la sua opinione sia un fatto, questo è un problema in Spagna come in altri paesi. L’informazione è diventata opinione, il giornalismo di oggi è una disgrazia».

Secondo lei i social media hanno contribuito a rovinare il giornalismo?

«L’obiettivo ultimo dei social è quello di rovinare il giornalismo. Se non hai dei buoni giornali, la gente andrà a cercare l’informazione nelle reti sociali. È una vittoria per i social network: hanno tolto al giornalista il valore dell’informazione. Se tu distruggi il giornalismo, lasci il campo aperto a situazioni dittatoriali come quelle di Trump, Orban, Bolsonaro: si finisce per dargli un’arma, la vecchia arma dell’informazione. Più di quaranta anni fa ho sentito Eugenio Scalfari dire: “Il giornalista è gente che dice alla gente cosa succede alla gente”. Il problema è che oggi la gente non c’è più, esistono solo i social».

Oggi la libertà sembra essere sempre più al repentaglio in certe parti del mondo, stiamo davvero perdendo la nostra memoria?

«Non credo che sia possibile perdere la memoria. Forse possiamo perderla come individui, ma la società intera non la perderà mai. Anche se solo una persona ricorda, la memoria si perpetua: è una catena. In Spagna ad esempio, quando si cominciava ad affrontare il tema della memoria e del passato, si diceva “Ricordalo tu per ricordarlo agli altri”. Credo che la memoria non si possa perdere mai. Ma c’è qualcuno che vorrebbe farcela perdere.
Siamo tutti malati della dimenticanza istantanea, dimentichiamo subito quello che può turbare la nostra tranquillità. Però ricordare è rispettare gli altri: tutti, anche quelli più distanti. È chiaro che il ricordo, per essere collettivo, debba partire dall’individuo. Non si deve mai dire “nessuno ricorda, perciò non ricordo nemmeno io”. Perché ricordare è un atto di amore».

In conclusione, lei ha iniziato a scrivere da giovanissimo, ha fondato il giornale più letto in Spagna e ora ne è vicedirettore: ha un messaggio per i giovani giornalisti che vogliono intraprendere questa carriera?

«Penso che un giovane giornalista, oggi, deve stare dietro la notizia, deve cercare di avere la prima sull’informazione.
E non essere tentato dall’opinione che, ripeto, è una malattia molto grave per questo mestiere. Giornalismo, sempre!».

di Ciro Giso

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°225 –  GENNAIO 2022

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