Officina femminista - Orta di Atella

Officina Femminista ad Orta di Atella

Giovanna Di Pietro 08/08/2022
Updated 2022/08/08 at 5:56 PM
5 Minuti per la lettura

Negli ultimi vent’anni Orta di Atella, un piccolo comune dell’agro-aversano, è stato investito da una rapidissima espansione demografica e urbanistica, che ne ha acuito le problematicità. La popolazione attualmente sfiora i 30mila abitanti e risente delle gravi mancanze del territorio: dal 2008 al 2019 l’amministrazione comunale è stata sciolta due volte a causa di infiltrazioni mafiose, ricostituendosi solo un anno fa attraverso le elezioni, che hanno visto vincitore il sindaco Vincenzo Gaudino. Sebbene sia stato dichiarato il comune più giovane d’Italia nel 2021, con un’età media di 35,7 anni, un altro tasto dolente è l’assenza di istituti d’istruzione secondaria e luoghi di aggregazione per i giovani stessi. 

Tra le organizzazioni che tenta di sopperire a queste mancanze c’è Officina Femministauna collettiva femminista nata due anni fa ad Orta di Atella, con l’obiettivo di «dare voce allo spazio della periferia». 

Assia Rasulo, uno tra i tanti volti che compongono Officina, mi ha raccontato il loro percorso: «Inizialmente ci siamo costituite come gruppo di autocoscienza, partendo dalla sorellanza e dalla pratica femminista per eradicare ciò che di sessista c’è di noi. Ora ci occupiamo principalmente di iniziative di sensibilizzazione, in particolare con le scuole, ma anche gruppi di lettura e cineforum. Di recente abbiamo tenuto un’assemblea aperta al liceo scientifico Laura Bassi di Sant’Antimo, dove abbiamo parlato di violenza e di come essa agisca su più livelli.» 

In che misura il territorio influenza il vostro operato? 

«Il territorio ci influenza tantissimo, perché ci spinge a continuare con quello che facciamo: è ancora necessario parlare di femminismo perché nessun diritto è al sicuro. Il panorama politico internazionale risente di un ritorno del fascismo: la recente questione dell’aborto negli Stati Uniti ci fa interrogare sui limiti della nostra legge 194 che non tutela l’accesso libero all’aborto per tutte, tant’è che in alcune regioni (la Calabria ad esempio) è quasi impossibile abortire». 

Come definireste la vostra pratica femminista? 

«Ci riconosciamo in un femminismo intersezionale, cioè che tiene conto di tutte le Soggettività Altre, non solo quelle femminili, e delle oppressioni che agiscono su di esse a vari livelli. Partiamo dalla teoria per fare pratica concreta, per questo è necessario avere una sede fisica in periferia, dove mancano luoghi di aggregazione ed espressione. Gruppi di lettura o assemblee sembrano cose piccole ma in realtà sono essenziali: crediamo che occupare uno spazio, dove reclamare i nostri diritti e le nostre libertà, sia un atto rivoluzionario». 

Come si traducono questi obiettivi praticamente sul territorio? 

«Principalmente nelle scuole: prendendo una posizione chiara all’interno di uno spazio del territorio, dando la possibilità ai ragazzi di esprimersi. I limiti culturali possono essere superati partendo dalle basi, ad esempio nelle scuole elementari: eravamo nate da poco quando collaborammo con una libreria di Pomigliano d’Arco chiamata “Mio nonno è Michelangelo”, con un’iniziativa che proponeva una lettura contro gli stereotipi, dedicata ai bambini dai 6 agli 8 anni».

Assia, Gaia e le tante ragazze e donne che fanno parte di Officina Femminista sono determinate ad usare la sede di Orta di Atella come un punto di partenza per trattare di temi che riguardano tutte e tutti noi. Lo spazio della periferia diventa la cornice di un programma pratico che, sebbene locale, guarda molto lontano. Il loro modo di fare politica è legato a doppio filo con l’educazione scolastica, la libertà d’espressione e di associazione, presentandosi come un esempio virtuoso di organizzazione locale. 

«La nostra arma principale è la sensibilizzazione: tentare di scardinare gli stereotipi e mettere i ragazzi a conoscenza di come la società sessista agisce sulla nostra vita. L’obiettivo è la rieducazione, che può avvenire solo attraverso una grande opera di decostruzione». 

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