Se per un attimo il lockdown ha ripristinato le immagini di una natura che tornava a farsi spazio tragli interventi umani, la ripresa è stata caratterizzata dalle foto di un “ritorno all’inquinamento”, almeno per il fiume Sarno e il canale Agnena.

Intervista realizzata il 30/05/2020
a cura di Antonio Casaccio, Carmelina D’Aniello, Giovanna Cirillo
Saluti di Tommaso Morlando

L’opinione pubblica, mossa dalla causa ambientalista, non ha esitato nell’esprimere il suo profondo dissenso, chiedendo risposte concrete. In questa intervista esclusiva abbiamo posto diverse domande al Ministro dell’Ambiente Sergio Costa; con lui abbiamo fatto il punto della situazione sul ritorno all’inquinamento, sulla mobilità e su un’estate che speriamo sia lontana dai roghi tossici che caratterizzano l’area del napoletano e del casertano.
Un’occasione per parlare, oltremodo, di un’Italia che dovrà avere il coraggio di attuare finalmente la tanto attesa “svolta green”.

Secondo alcuni studi, le crisi economiche determinano spesso forti riduzioni delle emissioni inquinanti. Con la ripresa economica le stesse emissioni tendono non solo a tornare sui livelli precedenti, ma anche a superarli. Crede che le misure contenute del Dl Rilancio possano riuscire a mitigare questi effetti?

«Confermo che chiaramente il livello di inquinamento durante il periodo di lockdown è sceso, ed è stato anche studiato a livello internazionale, poiché non è solo diminuito in Italia ma in tutto il mondo, addirittura toccando punte del 75%.
È chiaro che dipende dal tipo di inquinamento, ad esempio penso all’ossido di azoto che deriva dall’utilizzo delle automobili, e quindi soprattutto nelle grandi città è sceso in maniera veramente significativa.
Ma, se da una parte alcune forme di inquinamento si sono affievolite durante il lockdown, altre hanno avuto un incremento, come ad esempio i riscaldamenti in casa. Come Ministero dell’Ambiente, noi il periodo di lockdown non lo abbiamo lasciato andare così: abbiamo costruito un sistema di controllo, in termini amministrativi gestionali (ISPRA) e il sistema agenziale ambientale, con controlli molto più rigidi da parte delle forze di polizia, i risultati sono statisticamente buoni».

Almeno nel prossimo futuro avremo come compagni di viaggio mascherine e guanti, soprattutto nei luoghi di lavoro. Sono dispositivi indispensabili, ma allo stesso tempo una grande mole di rifiuti che andrà smaltita. State valutando contromisure per questo aumento di produzione di rifiuti?

«Dobbiamo distinguere tra le mascherine FFP2 ed FFP3, che sono le facciali professionali ad uso sanitario, e che utilizzate in questi ambiti, sono potenzialmente infette. In quel caso ci aiuta un decreto del Presidente della Repubblica risalente al 2003, che delinea il trattamento in sedi sanitarie per quel tipo di rifiuti. Per tale ragione non ci preoccupano, dato che non fanno altro che seguire un percorso già designato.
Dobbiamo parlare, quindi, delle mascherine utilizzate dal cittadino che non era abituato ad utilizzarle: quel genere di mascherine, sappiamo che non sono di tipo sanitario bensì di tipo più ordinario, hanno una capacità sanitaria minore.
Chiariamo quindi una cosa: quando utilizzo una mascherina, cerco di utilizzare una mascherina riutilizzabile che si possa lavare e sanificare a casa, e che mediamente ha una vita media di utilizzo tra le 10 e le 15 volte.
Ciò sta a significare che non è vero che bisogna necessariamente utilizzare delle mascherine di tipo sanitario, basta utilizzare quelle riutilizzabili in maniera tale da diminuire anche la quantità di rifiuti.
Poi, se colui che le usa non ha motivo di ritenere di essere positivo al Covid, quindi utilizza la mascherina solo a scopo precauzionale, può smaltirla nei rifiuti differenziati, e non negli indifferenziati. Dico questo perché sta passando un principio secondo il quale la mascherina, di qualunque tipologia essa sia, va smaltita nei rifiuti indifferenziati, e non è così: va smaltita nei rifiuti indifferenziati solo se sei in quarantena o Covid positivo. I casi statisticamente sono così pochi che non si giustifica l’aumento dell’indifferenziata in un modo così marcato».

Crede che i cittadini, per timore del contagio, preferiranno utilizzare mezzi privati per gli spostamenti anziché il trasporto pubblico? L’impatto ambientale rischia di essere considerevole, ma non tutte le città sono predisposte per la circolazione ciclabile e sull’elettrico l’Italia è ancora indietro. Come si traduce tutto questo nei nostri territori?

«Anche qui c’è da fare un chiarimento: i mezzi pubblici è importante utilizzarli con le cautele del caso, tanto è vero che il Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture ha già dato le cosiddette “regole di ingaggio”.
È chiaro che il mezzo pubblico ti consente di entrare con le dovute cautele, guanti e mascherine e con posti diminuiti più del 50%, in virtù del distanziamento sociale. Anche per tale ragione temiamo un aumento dell’utilizzo di trasporti privati, così abbiamo pensato di stimolare l’uso delle biciclette dando un bonus fino a 500 euro per l’acquisto di uno di questi mezzi. Lo scopo è innanzitutto abituarsi ad una mobilità sostenibile diversa, che spesso andando nelle grandi città Europee invidiamo. Il cittadino poi solleva una questione molto seria, ovvero: “va bene l’opportunità, ma mi ritrovo a percorrere strade carrabili dove corro un pericolo”. Allora, in parallelo, oltre ad aver finanziato l’acquisto delle bici con il bonus, vengono finanziati anche i comuni con 310 mln di euro per la realizzazione di piste ciclabili».

Il ritorno alla normalità ha rappresentato anche un ritorno all’inquinamento: abbiamo visto tutti le terribili immagini del Sarno e del Litorale Domizio a pochi giorni dall’inizio della fase 2. Cosa state facendo?

«Durante il lockdown si è avuta la sensazione di una natura che vuole convivere con l’essere umano, alle condizioni però in cui l’essere umano gli consenta di vivere, e non di sopravvivere.
Proprio per questo in quei tre mesi abbiamo riorganizzato i sistemi di controllo, e sono aumentati sequestri, denunce ed arresti. Sull’Agnena si è aperto un fascicolo riservato della Procura di Santa Maria Capua Vetere, dove c’è la procuratrice Troncone molto sensibile alla questione.
Sul Sarno abbiamo operato sequestri significativi, con 12 persone denunciate e numerose aziende sequestrate, ci saranno presto altre operazioni. C’è un sistema di eco-criminali che non vuole produrre nel rispetto della natura, ma c’è anche la sensibilità dei cittadini che prima del lockdown non era così forte: ci arrivano segnalazioni, denunce ed esposti in modo molto più marcato.
Inoltre gli imprenditori ci segnalano un percorso green che prima era guardato con sospetto e che ora invece vogliono intraprendere».

Quali azioni è necessario mettere in campo? È possibile che non si riesca a fermare definitivamente l’inquinamento di un fiume comunque non lunghissimo come il Sarno?

«Il Sarno ha effettivamente una storia di inquinamento ormai antica, è considerato il fiume più inquinato d’Europa, per tutta una serie di vicende collegate ad attività produttive che in taluni casi non rispettano l’ambiente, ma anche di attività insediative civili che non rispettano il percorso fognario, oppure, di realtà comunali che non hanno le fogne. Bisogna chiarire che la competenza in questo caso è della Regione Campania, e non del Ministero. Ma allo stesso tempo il Ministero non si vuole tirare indietro e quindi ha costituito il masterplan: il perimetro complessivo delle tre province, dei 42 comuni e di tutti gli enti presenti, che rappresenta una attività di intervento coordinato. Ora stiamo negoziando un finanziamento di centinaia di milioni per fare tutto questo con una visione complessiva, finalmente, per utilizzare i cosiddetti Fondi di sviluppo e coesione, ovvero dei fondi europei che sono destinati a questo tipo di macroattività e macroinvestimenti.
Sto negoziando con il Ministro del Sud Giuseppe Provenzano, che mi ha già dato la disponibilità ad intervenire in questo settore, ma mai da soli, sempre in sinergia con i comuni».

Terra dei fuochi: sarà un’altra estate tragica? Cosa state facendo?

«La terra dei fuochi è una ferita aperta nella vita di tutti noi campani e in particolare per chi vive nelle zone di Napoli e Caserta, lo sappiamo tutti. Le novità sono queste: stiamo finalmente trovando una linea di comunicazione seria, approfondita ed anche operativamente robusta con i cittadini, attraverso i comitati che si sono riuniti nella voce unica “Stop Biocidio”.
Questo è un bel segnale di partecipazione e di cittadinanza attiva, anche per il Ministero è un ottimo elemento di confronto, perché le forze non vengono disperse in numerosi tavoli, ma si ha organizzativamente un percorso costruito insieme.
Ho instaurato un bel rapporto con la Ministra Luciana Lamorgese e abbiamo finalmente costruito un tavolo fatto di “chi fa cosa, quando e in che modo” presso la prefettura di Napoli, che lavora insieme alla prefettura di Caserta per Terra dei fuochi, con l’Asl e tutte le forze di polizia, in modo tale che ciascuno sappia cosa fare e conosca il perimetro di ingaggio, così le pattuglie sanno dove andare e come devono comunicare tra loro. È chiaro che il presidio del territorio è frutto del coordinamento operativo.
Con questo non dico che questa estate avremo roghi zero, è un ottimismo eccessivo secondo me, ma confido in una diminuzione dei roghi, sarebbe già un segnale importante».

La redazione tutta ci tiene a ringraziare il Ministro per la consueta disponibilità e apertura al confronto con i nostri giovani giornalisti. Abbiamo chiesto al Ministro di prestare massima attenzione al litorale domizio con interventi mirati, dal commissario per la depurazione all’utilizzo dei sommozzatori per colpire chi continua a scaricare abusivamente. Non bisogna abbassare la guardia, soprattutto in territori colpiti dalla crisi e in cui il mare è una risorsa economica fondamentale.

di Antonio Casaccio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°206
GIUGNO 2020

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