Il trilby è un ca-ppé-llo di feltro con una falda più corta del fedora e un aspetto più intransigente del jipijapa, nasce in teatro da un romanzo ma in una storia ha fatto il cinema, in una sola storia, una sola.

Nel 1988 si può avere a malapena vent’anni e un uomo con il trilby molti di più, una vita già sterzata. I vent’anni si hanno sempre a malapena. A vent’anni un gruppo di amici stanchi del lavoro, snervati dall’università, spossati dalle ambizioni e sfiancati dal futuro in un indebolito paese del sud si possono imbattere in una videocassetta VHS abusiva di NUOVO CINEMA PARADISO, il film di Peppuccio Tornatore che giunto da poco nelle sale cinematografiche già era nelle mani dei pirati. La versione di contrabbando era quella intera, meravigliosa, di circa 170 minuti, non quella tagliata, mediocre, di 120 che vinse l’Oscar.

I pirati sapevano fare il loro mestiere.

VHS (video home system) è un sistema di registrazione e riproduzione meccanico (c’era la rotella che girava) con nastro magnetico. L’industria culturale abusiva (la pirateria) arrivava a registrare i film proiettati nelle sale cinematografiche in modo semplice ed artigianale: la ripresa dalla sala al momento della proiezione.

I giovani degli anni 80 erano disillusi dalle ideologie cadenti ma stavano dalla parte dei pirati e, per 5.000 lire, noleggiavano per tre o quattro giorni una cassetta vhs di film a genere vario.

Per la promozione culturale e la salvaguardia del patrimonio artistico nazionale i pirati facevano offerte speciali: chi noleggiava un film porno (pornografico era troppo lungo e intellettuale, chiedeva un certo impegno labiale ed intellettuale) per 10.000 lire poteva averne altri due “normali”. La promozione contemplava una strizzatina d’occhio. Era un modo loro per esprimere riconoscenza al Cinema, chiedergli scusa e sentirsi con la coscienza a posto per la “crisi delle sale cinematografiche”.

Le pareti dei locali dei videonoleggi erano completamente rivestite dalle copertine delle custodie dei VHS e i clienti erano tra l’intimorito, l’incerto e lo spaesamento totale.

Vi erano tecniche di scelta ma dovevi conoscerle: decidere il film prima, entrare e andare dritto al banco, avendo una, due o tre alternative al titolo (se) mancante, ne era una. Se non lo facevi eri perso.

I titolari o i loro aiutanti con il cinema non c’entravano niente ma con le videocassette VHS tutto ed il contenuto aveva la sua importanza. Gli aiutanti non erano veri e propri commessi, si trovavano lì ma la mattina lavoravano all’autolavaggio di Alfredo e qualcuno all’officina di Saverio. Non erano dei critici cinematografici come un Tulliokezich o un Morandomorandini ma dovevano saperne qualcosa per potere aiutare l’avventore. I propri gusti potevano essere fuori target ed un consiglio non appropriato faceva perdere il cliente “Ma che film mi hai dato? Te lo avevo detto che era per un dopocena con gli amici”. Una certa bonarietà era utile ma poteva non bastare, ci voleva preparazione. Sta di fatto che un po’ alla volta – costruendo una scenografia e una sceneggiatura del personaggio e del luogo – cominciarono a offrire vere e proprie consulenze alla Goffredofofi: barbetta incolta con pronunciamento accentuato del pizzetto,

sciarpa al collo anche se faceva caldo, occhialini rotondi sulla punta del naso ed annotando la scheda del noleggio con informazioni sul genere e sugli attori del film proprio quando il cliente entrava nel locale. I clienti cominciarono a chiedere indicazioni sempre più dettagliate, loro a fornire consigli sempre più azzeccati.

I consigli? Una parlata ma anche qualcosa di più.

Nicola, ad esempio, sussurrava, mimava, gridava, piangeva e poi rideva, si accasciava cadendo sulle ginocchia, saltava, cambiava le voci. Sceneggiava all’occorrenza la trama dei film. Si trasformava. Non era più l’uomo mite con la zeppola in bocca e una paresi congenita dei muscoli della spalla destra con cui si stava parlando qualche secondo prima. Sembrava che in quel momento si fosse animato da un foglio bianco uscito dalla penna di Pierre Alexis Ponson du Terrail, una sorta di Joseph Fipart dit Rocambole, visconte di Cambolh e marchese de Chamery. Nel riportare la trama dei film e la sequenza del montaggio ti urlava avventure spericolate, audaci, pericolose, “rocambolesche”: saltava sul bancone e minacciava un drago, batteva il tasto di apertura della cassa e con il suono annunciava l’arrivo del treno da Budapest, si buttava per terra e spiava i pellerossa per un attacco a sorpresa e poi una corsa di pochi metri fino alla porta d’ingresso per sfuggire ai rastrellamenti nazisti.

In tutto questo, insieme ad un film di Totò o di Rocky, te ne promuoveva un altro.

Una sera l’altro fu NUOVO CINEMA PARADISO, per 10.000 lire lo noleggiarono con “Una magnum per McQuade” di Chuck Norris e “Una poltrona per due” di Eddie Murphy. Non si era convinti però, ma Giannivecchione incuriosì: “‘O reggista è chille che è fatto IL CAMORRISTA”, con quella che poteva essere sia una domanda che un’affermazione. Tutto sbracato il suo appunto ma colse la curiosità della comitiva. Nicola, dall’altra parte del bancone zuppo di sudore per la messa in scena, non credeva in quell’aiutino inaspettato, lì guardò e con le mani serrate sotto le ascelle spazzò via le loro incertezze “E’ isso!”.

Agostinozippo, Danieletabaccone e Giannivecchione videro la cassetta trentadue volte in un mese poi non ebbero più tempo. Ogni volta la platea cresceva.

Amici, parenti, famiglie di amici, congiunti, consanguinei, affini, ma anche semplici conoscenti: “Agostì, si dice che avete una cassetta di un film …? Stasera siete a cena da noi.”, “Daniè, oggi pomeriggio ci vediamo a casa di Pascale per un caffè perché non venite anche voi con quel film?”, “Giuvà, domattina alle 5:00 prima di andare al lavoro abbiamo un po’ di tempo per vedere quella cassetta perché non venite a dormire da noi?”.

Prima famiglie, poi gruppo di liscio, successivamente associazione di guardie giurate, ed anche il circolo locale di caccia e pesca. Un invito pervenne, perfino, dalla sezione locale dei magistrati per una proiezione nella propria sede sociale in via roma davanti ad un negozio di alimentari del gruppo VéGé. In quel periodo, infatti, la libera associazione di pretori stava organizzando per i propri iscritti un “corso di formazione professionale per l’esercizio dell’attività di parrucchiere per uomo” finanziato dalla camera di commercio con il patrocinio del ministro di grazia e giustizia ma, in realtà, i giudici, in questo dopolavoro, svolgevano l’attività terza e incorruttibile di scassamento d’o cazzo a chi giocava il tressette e la briscola in tutti i bar e in tutte le mercerie del paese con barzellette scomposte alle quali tutti erano obbligati a ridere. Un “Ah ah” era il minimo, un sorriso era ritenuto insufficiente, una risata con cinque “ah” accompagnati dalla frase “Questa non la conoscevo. Ma dove Le trova?” ed incapacitamento dell’estro comico con il dondolamento del capo metteva il disgraziato nella condizione di non poter più frequentare quel pubblico esercizio e tutta l’area urbana nel raggio di cinquecento metri a pena una mitragliata di almeno 10 battute ogni 30 secondi, mattina, pomeriggio e due volte la sera. Tutte e dieci guallarose.

Per questi spontanei e incalzanti momenti aggregativi le forze politiche locali andarono in crisi. Solo la DC, che diceva tutto ed il contrario di tutto, invitò i propri iscritti e dirigenti locali a partecipare a questi “spontanei incontri cristiani, sociali ed interclassisti”. La sezione locale del PCI, dopo 3 direttivi popolari, una segnalazione ai probi viri, ed un’assemblea libera e democratica con l’approvazione di uno specifico ordine del giorno, con un manifesto nella pubblica piazza ed un fonogramma al sindaco precisò la posizione del partito dei lavoratori: “Come intuì il compagno sardo, meridionale e meridionalista Antonio Gramsci la lotta di classe – che poggia sull’alleanza tra i contadini del sud e gli operai del nord – non può decadere in un becero sentimentalismo piccoloborghese seppur alimentato dalla nostalgia evocata dalle immagini del miglior neorealismo cinematografico italiano e dalla lotta partigiana, seppur i luoghi in cui si è fatto cinema (ndr sale cinematografiche) sono spazi di democrazia e di crescita culturale del popolo”. Il MSI, in modo lapidario, al mercato del sabato distribuì un volantino con una sola parola “VERGOGNA!”, unica ed inderogabile. “A Noi!” gridò un passante con uno scatto in alto di un granitico braccio destro. “A ssoreta!” rispose la vecchina, che fu quasi travolta dal movimento rischiando di cadere dal marciapiede.

In quel mese i videoregistratori passavano dalle comode cucine alle poco usate sale da pranzo, dalle salette dei consigli direttivi ai più ampi auditorium nei quali le assemblee arrancavano a raggiungere il numero legale per svolgere i propri lavori. I televisori con relativi videoregistratori – complesso elettrodomestico necessario per la visione del vhs –  raggiunsero, addirittura, tavoli appositamente disposti nell’atrio delle pizzerie e i cortili condominiali per vederlo insieme quel film.

Ecco “vederlo insieme” come si faceva al cinema in uno stanco paese del sud dove l’unico cinema era divenuto il deposito dell’archivio comunale delle pratiche da ritrovare. Il film di Tornatore e la musica di Morricone spiegava come si deve amare un paese, le sue strade, il campanile, il parroco, il giornalaio e il matto della piazza. E quegli incontri erano un momento per volersi bene.

L’ultima sera fu quella della “trentaduesima proiezione”.

Nel garage della famiglia Gravante, con Agostinozippo, Danieletabaccone e Giannivecchione erano in cinquantasei. Un record. Il garage allo stato grezzo era di una settantina di metri quadri, il pavimento era costituito da una gettata di cemento paralizzata più che assestata, le pareti senza intonaco e con le tavelle di laterizio e mattoni di tufo che si erano limitate a riempire l’area tra il solaio e pilastri portanti, lo spazio calpestabile era interrotto da pilastri di cemento, anche questi senza alcun rivestimento, che riportavano le cicatrici formatisi tra gli spazi delle imbracature di legno servite per lo scarico del calcestruzzo ancora liquido. La casa al primo piano, però, aveva ogni conforto, tra cui televisione e videoregistratore di ultima generazione, telecomandi di vario genere e funzioni, doccia e vasca con idromassaggio.

I soliti trambusti per l’accomodamento delle sedie che arrivavano da mano a mano dal piano di sopra, dalle case dei vicini, dai bar e dalla sala del consiglio comunale. Tutto in regola, l’Amministrazione comunale, dopo un ampio dibattito, aveva addirittura concesso il patrocinio. Ma vi era una polemica. “Il patrocinio è solo tale o è con contributo? Perché la messa in disponibilità delle sedie si configura come una sottrazione del bene all’uso pubblico è, quindi, una concessione di bene che rappresenta una fattispecie di contributo. Il regolamento comunale prevede tale ipotesi? La spesa è prevista in bilancio? E poi l’iniziativa è pubblica o è privata? il suolo è pubblico o è privato o è privato ma aperto al pubblico? Sono elementi che configurano fattispecie giuridiche precise anche se combinate e complesse”. Questo era il ragionamento che il bravo funzionario Franco ’a Legge poneva all’assessore alla cultura e al segretario comunale. Ma intanto era ora.

I bambini seduti per terra proprio sotto il televisore e alla prima fila – o quella che poteva definirsi tale – i vecchi, il principio e la fine insieme e nelle altre fila tutto il resto. Alcune mamme, dopo essersi sedute ed incastrate con le sedie in altre sedie ed in angoli di pareti, raccoglievano dai mariti che stavano sulla sedia dietro i figli piccoli per l’allattamento torcendosi sul busto in un movimento che ricordava la “Sacra famiglia” che Michelangelo dipinse per Agnolo Doni. Quelle giovani madri tante madonne, la sensuale sacralità delle donne del popolo. In una parte del garage ma proprio in fondo vi erano il padrone di casa, l’assessore alla cultura, il segretario comunale ed il funzionario che continuavano a discutere. E quando ad un certo punto quest’ultimo, rosso in viso, quasi minacciò l’assessore “.. sul comodato gratuito e temporaneo ci sta ‘na Cassazione dell’85, che ho portato casualmente con me e dice testuale: “…” si sentì dalla parte opposta del garage un proditorio e solenne “SILENZIO! SPEGNETE LA LUCE INIZIA IL FILM”. Ci fu un’eco “Sshh! Silenzio! Zitti! Zitti! Comincia!”. Il piccolo Castrese sentì un brivido alla schiena, forse era la felicità dei bambini, e appoggiò la testa sulle ginocchia piegate della mamma, gli altri bambini risero imbarazzati, l’imbarazzo di chi non sa cosa succederà quando la luce sarà spenta, una mano cliccò l’interruttore, la luce si spense e il film iniziò.

Dopo un’ora circa alla scena più bella del cinema italiano – quando le immagini di Totò, Mario Castellani e Isa Barzizza escono dalla sala, si allungano sulle case e passano da un balcone all’altro delle case che si affacciano sulla piazza – zio Giuseppe il sarto, noncurante della sua poliomelite, balzò in piedi afferrato e sostenuto da Vennardo e Ciccionostro proferì (ma con pudore): “Il cinema di don Antonio a via grande!”.

Il nastro del vhs miagolò, si contrinse e si imbrigliò.

Il televisore emise un rutto, barbagliò e si spense con un lampo finale. Salbatore fece uno starnuto che accolse senza remore nelle palmi delle mani e lo valutò. Era commozione.

Tutti si alzarono e tornarono a casa, nessuno disse niente all’altro, né lì, né altrove, né in quel momento, né nei giorni e mesi a venire.

In un angolo di quel garage cinematografico, vicino alla porta, dietro ad un pilastro, protetto dall’ombra della colonna, vi era un uomo che seppur anziano non aveva ancora mille anni. L’uomo era seduto su una sedia, con le gambe stirate, le mani nelle tasche del soprabito verde erano strette in pugni chiusi, una camicia di cotone giza 45 a quadretti bianchi con le righine turchine e i bottoncini al colletto, una cravatta di lana blu, una giacca e pantalone di flanella grigio scuro con asole rinforzate in cuoio scuro. A guardarlo meglio sembrava un filo spinato avvolto in fieno e paglia. Il viso era  grinzoso ma orgogliosamente rasato con il mento prospiciente. Il mento così serrato e geometricamente esposto aveva modellato la voce in un suono metallico e nervoso.

La faccia rugosa sosteneva un trilby, un cappello con la falda alzata nella parte posteriore.

Quell’uomo il suo trilby non lo lasciava mai, d’inverno era caldo e tenero e di colore grigio con una fascia dello stesso colore ma più carico, d’estate era di paglia con la fascia verde o rossa. Era difficile immaginarselo senza quel cappello a quell’uomo lì. Non era un uomo che parlava delle sue passioni e quel particolare tipo di cappello era una passione e lui non ne parlava con nessuno. Eppure ne aveva uno per ogni giorno della settimana, per ogni settimana del mese e per ogni stagione dell’anno, per ogni periodo della vita. Vi aveva cura ma non ne parlava. Anche perché era complicato parlare di qualcosa di leggero con una voce così naturalmente metallica e nervosa, una voce che prima di uscire aveva bisogno di un rodaggio, sempre. La voce usciva dopo che il fiato dei polmoni tirato su dall’intelletto aveva un masticamento di qualche secondo tra palato e lingua. Dopo quel masticamento usciva quel suono così tirato che non avevi idea che uscisse dalla bocca ma dalle orecchie, dagli zigomi, dalla tesa del trilby: “mènnèggiè chè grr grre mènnèggiè chè grr grre mènnèggiè”. Il suono che usciva per quella voce era difficilmente decifrabile come un parlato, il suono non era precisamente un’imprecazione, un comando o un saluto ma ti davano l’idea di un’imprecazione, un comando o di un saluto.

Nessuno notava che avesse un cappello in testa, quelle fattezze erano ordinarie, nessuno poteva neanche immaginare una cosa diversa. Quello il suo capo, la sua faccia, il suo taglio. Era più facile che la notte, per dormire, si togliesse la testa per appoggiarla sul comodino che il trilby dalla testa per farla riposare sul cuscino.

Il trilby era naturale per lui. A volte tra un essere umano ed il suo cappello si crea un perfetto equilibrio fisico e spirituale, il colore e la forma del copricapo influenza l’atteggiamento e la personalità dell’individuo, l’essenza e le mani dell’individuo modellano il cappello e tutto diventa tipico ed unico, basti pensare al borsalino di Humprey Bogart, al fedora di Indiana Jones, alla bombetta per Charlot e Stanlio e Ollio, alla feluca imperiale per Napoleone, alla paglietta che è comica per Nino Taranto e brillante per Gabriele D’Annunzio, al sombrero coraggioso e rivoluzionario sia per Emiliano Zapata che per Pancho Villa, al pork pie hat irriverente per Gene Hackman e per i musicisti jazz di New Orleans, ma si pensi anche al panama (jipijapa) fresco per Ernst Hemingway e svolazzante e sognante per Theodore Roosvelt all’inaugurazione del canale, come anche il camauro tranquillizzante e santificante per un papa e, sempre per l’equilibrio fisico e morale, al cavallo bianco per Zorro e al lupo per Gubbio.

L’uomo con il trilby non si alzò e non andò via come gli altri. Non lo aveva fatto le prime trentuno volte e non lo avrebbe fatto alla trentaduesima, nonostante il proferimento di Giuseppe il sarto. L’uomo con il trilby non aveva mai noleggiato un film VHS da Nicola e Nicola lo sapeva, ma da quando girava questo film sul cinematografo lui stava sempre lì, seguiva la carovana senza dare a vedere.

Aveva un occhio lucido e l’altro semichiuso. In quello aperto una lacrima, una sola, la prima volta da quel globo oculare ma il totale faceva due. Un centinaio di anni prima gli era uscita la lacrima dall’occhio semichiuso. La prima in assoluto: la moglie morì senza avvisarlo e luì perse una lacrima e mise una fascia di seta nera intorno al tronco del trilby.

I patti erano di stare insieme per l’eternità o, almeno, per mille anni. Gli sarebbe mancata per i successivi novecento. Quando avvertì che lei non c’era più e la cosa non era rimediabile ebbe un vuoto allo stomaco, un dolore ai polsi ed i piedi freddi, sedette su di un cippo di granito all’ombra dell’abete argenteo del cortile, tolse il cappello con le tre dita della mano destra e con il pollice, l’indice ed il medio e lo appoggiò sul ginocchio destro.

“Vi sentite bene? Parlate! Dite qualcosa! Un bicchiere d’acqua. Presto un bicchiere d’acqua.”.

Non c’era niente da dire. Avrebbe voluto piangere da solo in riva al mare, andare incontro alle onde, deciso e poi indietreggiare, avrebbe voluto inciampare nella sabbia, avrebbe voluto avere paura del suo urlo di disperazione e avrebbe voluto evitarlo, avrebbe voluto piangere con i soffi del naso come Zampanò, ma lei non era Gelsomina e lui non era Zampanò, avrebbe voluto battere i piedi per terra e rompersi in lacrime come i figli ma lui non le era figlio, lui aveva una promessa per mille anni. Una lacrima, solo una, da un occhio solo, la palpebra si contrasse sul bulbo e da quella parte si decise a non vedere più. Il suo modo di stare a lutto per i successivi novecento anni consisteva nel vedere le cose a metà, da un occhio solo ed una fascia nera sul suo cappello.

Gli avevano parlato di lei e a lei avevano parlato di lui. Ciuciù ciuciù, tùtùtù tùtùtù, paparanzè paparanzà. Perché? Era la domanda che si posero entrambi senza saperne.

“La figlia di (..) è una ragazza rispettosa e sa cucire, e pure intelligente. Devi sentire come risponde a tono”.

“Il figlio di (..) sa scegliere i campi per le semine ed intuitivo con gli animali”.

“Tu lo conosci?”

“E tu la conosci?”

Ciuciù ciuciù, tùtùtù tùtùtù, paparanzè paparanzà tra un pensamento e una risata, tra uno sforzo di immaginazione sulle fattezze reali di lei e sull’odore di lui ed un’altra risata, andando a messa la domenica mattina, Ciuciù ciuciù, tùtùtù tùtùtù tra una sigaretta e l’altra il dopopranzo del mercoledì davanti all’edicola, paparanzè paparanzà ascoltando la radio il sabato pomeriggio o alle 5:00 del mattino nel bar dei cacciatori. Parlavano a lui di lei e a lei di lui ma sembrava per dire quanto erano diversi, lui da lei e lei da lui. Ma la curiosità è come le rondini. Le rondini fanno un giro lungo, dall’europa all’africa ma poi ritornano e sempre allo stesso nido e sempre il 21 marzo. Ogni anno, con puntualità.

E i due cominciarono a chiedere: lui di lei, lei di lui. Così per curiosità. Il 21 marzo le rondini arrivarono ed anche la festa di compleanno di una cugina in comune, la figlia di zio Nicola fratello di zio Cornelio che si era sposato la cugina di Matilde, madre di Giovanni padrino di Francesca, confidente di lei e fidanzato con il cugino di lui. Ciuciù ciuciù, tùtùtù tùtùtù, paparanzè paparanzà.

La vide per la prima volta, lei bianca e morbida parlava con le tre cugine predilette, e con qualche impaccio si avvicinò, ma per la verità trascinato sulle spalle dagli amici. Accennò un sorriso ma non sapeva sorridere. Voleva fare un discorso ma non sapeva discorrere. E poi quella voce così naturalmente meccanica e nervosa: “mènnèggiè chè grr grre mènnèggiè chè grr grre mènnèggiè”. Un impaccio. Lei bonariamente lo guardò e lo misurò a superficie, a vista per la prima volta. Quel cappello gli stava giustapposto bene e lui con le tre dita della mano destra lo arpionò e se lo portò al petto. Un semicerchio perfetto dalla mente al cuore e con entrambi le disse le prime parole che lei udì da lui.

“Tutto quello che vuoi?” come Jaufrè Rudel, sulla spiaggia di Tripoli, a Melisenda, figlia di Re Baldovino, quando la vide la prima volta dopo i tanti annunzi che gli avevano portato i pellegrini di Antiochia che tornavano in Occitania.

“A me piace il cinema!” una risposta bizzarra diede vita al primo discorso mentre tutti si allontanavano.

“Lo vedremo tutte le sere”.

“Tutte le sere al cinema non si può”

“Si può”

Il sorriso di lei non lo impacciò più.

“Te ne costruirò uno” con orgoglio e fermezza.

Cosa? Cosa mi costruirai?

“Il cinema!”

Lei non sorrise più e fece “Mmhh?!” ma lui non se ne accorse.

Per vedere tutti i film che vorrai” il trilby di tweed verde e con fascia grigia non si muoveva dal petto.

“E se una sera non potrai vederli – per una faccenda domestica, per un viaggio, o per un malanno, per un impegno sopraggiunto o, fosse anche, un disguido o qualsiasi altro – Li vedrò io. Tutte le sere, e te li racconterò tutte le notti. E se non crederai alle storie che ti racconterò io ti giurerò che è tutto vero e, se non mi crederai ancora. i film io li farò vedere a tutti, e tutti te li racconteranno e tu non potrai non credermi, non potrai non crederci, come non puoi non credere che il mio amore per te comincia ora e non finisce più, per l’eternità o, perlomeno, per i prossimi mille anni.”

Questi furono loro in quel momento e queste furono le parole di quel momento ma anche se siamo nel novecento prova non ve n’è allora bisogna fidarsi.

Ciuciù ciuciù, tùtùtù tùtùtù, paparanzè paparanzà.

Al dilucolo del giorno dopo non perse tempo e nella masseria liberò una mandria da un recinto. Lo spazio era quello che confinava con la strada e collocò a ridosso del lato più corto a perpendicolo del tratto stradale pubblico due pali uniti da un altro legno sul quale riversò tre lenzuoli bianchi sottratti al corredo che mammà stava preparando per una nipote.

La masseria si trovava a ridosso del centro abitato, era il luogo in cui si passava dal paese alla campagna. Il luogo in cui un uomo diventa contadino. Vicino al fiume e non molto distante dal mare ma lui non era pescatore e non era marinaio.  La masseria stava ad un incrocio tra due vie. La prima andava ad est verso l’entroterra e portava i paesani al lavoro nei campi, questa strada dava la suggestione di essere grande, forse perché usciti dagli angusti vicoli medievali ti si apriva la visuale e, allora, il popolo prima della burocrazia la battezzò: via grande. L’altra via era la portella, piccola porta, e portava i paesani al fiume che correva verso il mare e alla masseria dell’uomo con il trilby. Via portella portava all’ansa del fiume dopo essersi alzata su un argine artificiale chiamato familiarmente rupone costruito per difendere il paese (e la masseria) dagli straripamenti fluviali: le colmate. Il rupone, con l’aiuto di un fosso demaniale che raccoglieva le acque di scolo, delimitava la masseria a nord. L’ultimo lato non era un confine ma un’apertura verso un parco dove venivano riversate al pascolo le bufale da tenere sotto controllo: gravide, malate o ferite.

Le costruzioni della fattoria, quindi, erano su tre lati. L’ingresso all’azienda avveniva dalla parte di via portella, dalla parte del fiume e dirimpetto un sito elevato rispetto all’acciottolato stradale, era un luogo antico dell’abitato urbano che veniva chiamato “mandracchio”, uno slargo al quale le case accompagnavano i vicoli dell’interno, su questo spiazzo si affacciavano le case e vedevano una palma di alto fusto, sembrava il molo di un porto senza il mare, un respiro di medioevo e di invasioni berbero-saracene, una bandiera rossa con la mezzaluna e la stella ci sarebbe potuta anche stare.

Il portone dell’azienda era grande ed intimoriva. Il portone era imponente ed austero. Entrando si notava a sinistra, dalla parte del rupone, un capannone con le mangiatoie degli animali con uno spazio antistante che la mattina era trafficato dalle bufale per la mungitura, più in là dune di letame da utilizzare per la concimazione dei terreni assediati da nuvole di mosche e muschilli, trebbiatrici e trattori infangati, cani che giocavano con le galline, zoccole che giocavano con gli zoccoli dei cavalli, a destra capannoni pieni di foraggi – biada, fieno, paglia – ed edifici di servizio, in fondo – dalla parte della via grande – l’abitato padronale, con un giardino di alberi di varia imponenza di mandarini, limoni, fichi e melograni.

Quei tre panni bianchi a cavalcioni su quei legni in un recinto vuoto era una cosa insolita per la vita che si viveva in quel luogo, ma all’uomo e al suo trilby gli sembrò un buon inizio per mantenere una promessa, erano tre come i segni della croce: “nel nome del padre” – uno per avere intelletto e buone intenzioni -, “del figlio” – due per avere stomaco e coraggio – “e dello spirito santo” – tre per la dritta e per il rovescio, per la buona e cattiva sorte -.

I braccianti erano stati distolti dalle ordinarie incombenze ed erano incuriositi da quello che stava facendo il padrone ma non osavano fare domande per due ragioni: non avrebbero avuto risposta e avrebbero rotto il probabile incantesimo al quale l’uomo con il trilby era sottomesso.

Si accorse, però, che in alto a destra il primo dei tre lenzuoli aveva un buco della larghezza di un avambraccio, dal gomito alla mano.

Da qualche ora si era formata su via portella un parterre di una ventina di curiosi: bambini, giovinetti, donne e vecchi. A vederli da lontano sembravano un prato fiorito – margheritine, ortiche ed erba medica – cresciuto selvaggiamente in pochi minuti da una ferita del manto stradale. Ad un cenno il murenente (una sorta di fattore) strappò tra questi la maglietta bianca alla figlia undicenne in ammirazione, anche lei, di quell’operato …shrappp…Papà, me vedene tutt’e zezzelle” sbottò d’istinto. Nennella non era ancora signorina, stava lì lì, ogni giorno sentiva odori diversi e si concentrava sui colori dei fiori, e cominciava a dare significati diversi alle parole e ai discorsi che si facevano a casa, tra la sorella maggiore ed il suo fidanzato. Cambiava qualcosa ma non capiva, proprio bene non capiva. Quando il padre gli tolse la canottiera provò per la prima volta pudore ad avere i seni scoperti, ma aveva intuito di essere diventata protagonista di quella cosa importante che si stava facendo, e già con il piglio di una diva disse la battuta “Papà, me vedene tutt’e zezzelle” e lasciò la scena correndo a piangere dalla mamma. Fu spontanea dal pubblico una risata ed, altrettanto spontaneo, un applauso, a scena aperta. Nennella correndo, correndo, piangendo e tirando il naso era soddisfatta. Il primo applauso non si scorda mai ed il buco fu rattoppato.

L’uomo con il trilby davanti a quelle lenzuola fece portare delle sedie di legno, messe a fila, una, due, tre, una decina, cinquanta fila. Alzò le mura con pane e castagne, lasciando la vita reale fuori, e coprì lo spazio sopra con una struttura leggera, sacchi di juta e paglia così chiuse il tetto. Anche il cielo era fuori.

Il proiettore fu comprato in una fiera a San Castrese di Sessa da una comunità di zingari, una endaia rom di nàtsija italiana appartenenti al gruppo dei lovara. Lo vendevano per pochi spiccioli e, forse, lo avrebbero barattato per un lavoro. Il gruppo gitano allevava cavalli e al loro capo avevano detto che quell’aggeggio ne conteneva tanti e di tutti i tipi e di tutte le razze: morello, sauro, falabella, arabo, hunter, berbero, shire, e, perfino, Bucefalo, il cavallo con la testa di bue di Alessandro Magno, della razza turcomanna akhal-teke. Per la verità i cavalli c’erano, uscivano dal mirino del proiettore, come da una lampada magica, e correvano sui muri ma poi rientravano da dove erano usciti. Erano stati truffati. Un popolo che non aveva mai dichiarato guerra a nessuno era stato ingannato per l’ennesima volta proprio come succedeva ai curdi e agli armeni. Che delitto storico e morale!

La trattativa tra l’uomo con il trilby ed il capo rom Cesar fu complicata e non scontata. Non era una questione di soldi. Cesar era un piccoletto scuro con baffetti accennati sul labbro superiore che facevano sembrare la sua bocca un puntino sempre in procinto di dare un bacetto, stempiato con cappelli lunghi e neri pieni di brillantina buttati all’indietro, una camicia nera di seta sbottonata fino alle mammelle con un crocifisso d’oro che affondava nella peluria dei pettorali, un pantalone nero infilato in stivali di cuoio che arrivavano al polpaccio. Anche Cesar aveva un cappello: un fedora, ovviamente nero, che indossava come una corona da re, stropicciato ed inclinato alle ventitré.

“Io rom, tu gagè” chiarì e si tolse il fedora.

Anche lui scoprì la testa, le tre dita prelevarono il trilby in modo pacato e accorto e disegnò davanti a lui una “O” della stessa perfezione di Giotto.

I rom sono uomini, liberi, non hanno phuv, terra, non hanno mai avuto terra, ma solo il ciri, cielo. Fummo quella parte di dinosauri che non si risvegliarono scimmie come voi, i gagè. Noi fummo quelli che si ritrovarono ciricli, uccelli. Al vostro cammino sulla terra, noi volavamo nel cielo. Pieni di piume sopra e sotto le nuvole: nembi, strati, cumuli e cirri. Le nuvole le conoscevamo di ogni forma e dimensione. Sopra e sotto, di lato ed in mezzo. E dalle nuvole vi guardavamo: i gagè cosi attaccati alla terra e a quella voglia di calpestarla, di piantarla, di scavarla e costruirci sopra altre terre. Ed un giorno volemmo toccarla, era morbida, e cominciammo a toccarla a beccarla e sembrò che avesse un buon sapore. Ed un altro giorno pure ci fermammo affondando i nostri grandi e piccoli artigli nella terra. Come era morbida! E che sapore i suoi frutti. E poi ancora volando accanto ai grast, i cavalli, gli unici animali terrestri che quando camminano sulla terra volano come gli uccelli in cielo. E poi ancora altri giorni e poi e poi ancora … e perdemmo le ali, le piume, il becco e ci spuntarono le dita ai piedi, le mani, i capelli, …. E non volammo più! Il nostro re Heruka ci aveva avvertito. Il suo pianto è stato narrato nel “Sádhanamálá”, la sua disperazione e la nostra disavventura sono state riportate da Somadeva nel “Kathasaritsagara”, l’”Oceano di Storie”, e da Kalhana nel “Rajatarangini”, “Il Fiume dei Re”. Ma conservammo la libertà di non affondare nella terra ed ora la percorriamo fino a quando incontreremo il mare e diventeremo di nuovo ciricli guardandovi dalle nuvole a voi gagè. Il proiettore è tuo, non ci devi niente. Ma vogliamo seguirti in quel luogo tuo, dove c’è il fiume ed il mare, e vedere ogni sera le nuvole che escono dal fascio di luce ed i cavalli che corrono sui muri”.

La carovana partì. Il proiettore su un carro scoperto – trainato da un sauro forte ma lento e vecchio in testa alla fila  – rimase acceso per tutto il viaggio e come una lanterna magica illuminava il passaggio dello stupefacente convoglio fatto da zingari-uccelli ed un uomo con un cappello nato in teatro che voleva mantenere una promessa. Il fascio di luce mandava immagini di pianti e sorrisi e guerre sugli alberi che delimitavano la carreggiata, sulle facce dei migranti e dei curiosi che si affacciavano dalle case. Le stesse immagini camminavano sulla facciata del palazzo comunale, della chiesa SS Annunziata e sulle case di via roma quando la colonna entrò in paese, dopo aver attraversato il fiume con la scafa accudita da Giuan Russo, lo scafaiuolo. Un grido di paura quando Maria ‘a spelacchiata uscendo di casa si vide cadere addosso Ridolini, che era inciampato in una buca di un film muto. “Non è niente, non si è fatta niente. E’ solo impressione. Un bicchiere d’acqua, facitele bere un bicchiere d’acqua”.

Il proiettore arrivò nella masseria ma non vi era chi lo sapesse usare perché Cesar aveva dettato condizioni chiare: loro non l’avrebbero più toccato, erano lì esclusivamente per l’incanto di luce che ne usciva per vedere le nuvole ed i cavalli ed attendere, nella masseria, che il mare li ritrasformasse in uccelli. Chi lo avrebbe fatto, allora? In un paese di contadini, allevatori, cacciatori e malati di malaria chi lo avrebbe potuto far funzionare? Tutte quelle rotelle, vite, vitine, luci, lucine, lucette gialle, rosse e verdi come un semaforo, motorini e ingranaggi meccanici? L’unico che in paese e per un raggio di duecento km avrebbe potuto era l’autista del paese, lo chauffeur Manni. Era l’unico che sapeva districarsi tra un pistone, una valvola, cinghia di trasmissione, giunture della batteria, pompe e pompette idrauliche. “No, per carità io a malapena so guidare, mettere una freccia, pigiare il freno, fare retromarcia e capire se l’auto parte perché non ha il carburante o qualche problema meccanico o una ruota bucata. No, per carità! E poi l’auto cammina ed io dentro vedo il paesaggio che cambia perché io gli vado incontro, attraverso il paesaggio, le strade sono sotto di me, io sono nelle cose e sento tutta l’adrenalina del movimento, a volte mi eccito con l’odore della benzina e la puzza dei pneumatici che si consumano. Il proiettore, il cinema, è un’altra cosa. Lì non ti muovi, stai dietro un coso che sembra la mitragliatrice dei tedeschi, un cecchino che invece di sparare proiettili, spiattella alberi, donne, uomini, su una lenzuola. E le strade poi si muovano da sole senza di me. Per carità. E poi tutte quelle belle auto: Bugatti, BMW, Christler, Rolls-Royce. Mi passano davanti ed io non posso avvicinarmi, accarezzarle, grazie non fa per me. Sono un’altra generazione. Lo chieda ai miei figli. Roberto o Giancarlo, l’uno vale l’altro. Due sognatori “da cinema” mi verrebbe da dire: chi crede che una macchina possa far viaggiare un uomo per tutto il mondo, farlo arrivare in Asia o in America senza spostarlo di un centimetro. I miei cugini ed i miei zii hanno viaggiato davvero e senza il cinema. Io viaggio il mondo, il mio piccolo mondo, con l’auto senza il cinema”.

Lo chauffeur Manni un autista ed un’auto al servizio dei pochi che potevano e dovevano viaggiare ma, purtroppo, senza il cinema.

Il figlio, anzi i figli, del chauffeur sarebbero stati i primi proiezionisti: lo avrebbero fatto loro.

Lei arrivò e misurò le promesse mantenute. Tutte le promesse, anche quelle più assurde e bislacche, si possono mantenere: una masseria in cui si allevavano bufale e mucche e si seminavano i campi stava diventando un cinematografo con una insolita corte di uccelli fatti uomini.

Lei arrivò – con una camicetta bianca, i cappelli neri raccolti in un foulard da mille colori tenui e primaverili, una gonna a campana di colore verde acquolina, scarpe crema con piccoli tacchetti – e fece un sospiro così forte che tutti capirono che era la felicità, gli operai si spostarono come se fossero stati spinti da un soffio, disponendonsi a semicerchio. L’aria le entrò nei polmoni così forte che non sapeva come uscirne e rise così tanto che si alzò qualche centimetro da terra, lui con le tre dita della mano destra si tolse il cappello e lei con uno scatto gli afferrò la mano sinistra e lo sollevò con se’. Quando avevano raggiunto i due metri dal suolo la meraviglia e lo stupore furono sancite nell’esclamazione di Peppe e Totonno ‘e Magnate: “Volano comm’e passarielle!”, caddero nei secchi di latte munto e fecero cadere delle forche e vanghe appoggiate ad una parete. Il trambusto fece borire gli uccelli accoccolati sugli alberi del giardino.

Si alzarono cosi in alto che lei, bianca e morbida come una nuvola, e lui, come il filo spinato avvolto in una balla di fieno e paglia, non sapevano più scendere. Arrivarono a cento chilometri distanti dalla terra. Lui – nel furore di tempeste e vortici e un po’ più in là saette e fulmini –  cercava di dirle qualcosa ma appena usciva quella voce così meccanica e nervosa si creava una scarica elettrica e subito un lampo prima ed un tuono dopo: “mènnèggiè chè grr grre mènnèggiè chè grr grre… mènnèggiè…pupù…trooooooonnnnn”. Una mano teneva lei ed un’altra il trilby in testa e fecero il giro delle terre emerse intorno alla masseria tra via grande e via portella – isola, isolella, santateresa, macedonio, tammarice, roccafrancesca, i vagnani, il bosco di pavoncelli, mazzafarro, volpicella, seponi, il parco del generale – e del mondo intero. Volarono – nella stessa rotta di duemila anni prima dei rom – raccogliendo storie di film e nuvole di zingari, contarono le stagioni che erano quattro come i figli: autunno, inverno, primavera ed estate.

Dall’America al Brasile passando dall’oceano atlantico, dall’Egitto all’Inghilterra sorvolando il mediterraneo e l’Ungheria, dalla Cina alla Patagonia attraverso il pacifico, dalla Scandinavia al Madagascar trasvolando l’intera Africa, fino ad arrivare a “El Indio Dorado”, un luogo leggendario di cui non se ne parlava apertamente ma qualcuno aveva giurato di averlo sentito descrivere nei minimi particolari da Don Gennaro, il parroco del paese, una domenica pomeriggio dopo l’ennesimo litro. Il prete, in odore di scomunica aveva raccontato a più di una generazione di paesani che era il luogo in cui i santi giocano a calcio. Lui e lei scoprirono il posto, si trovava tra Venezuela, Brasile, Perù, Ecuador e Panama, più o meno corrispondente all’attuale Colombia. Giunsero proprio nel momento in cui si stava disputando una partita tra i santi e una squadra altrettanto leggendaria di uomini: il Millionarios di Bogotà. Dopo tante preghiere Alfonso Senior aveva convinto il Padreterno ad accettare la sfida e con l’aiuto di Carlos Aldabe, aveva messo al servizio di Adolfo Pedernera, “el maestro”, fuoriclasse come Renè Pontoni, Nèstor Rossi, l’italiano Luigi Di Franco, il lituano Vytautas Kriščiūnas, gli ungheresi Gyula Zsengellér, Béla Sárosi, Mihály Uram e László Szőke ed il cecoslovacco Jiří Hanke, in porta l’italo-argentino Julio Cozzi. Ma tra i 22 in campo, a parte San Pietro in porta, i miracoli furono del più giovane Alfredo Stefano Di Stefano Laulhé, un argentino con sangue italiano, francese e irlandese. E su un goal di Laulhè, in rovesciata nell’angolo destro su passaggio di Gyula Zsengellér, si diedero il primo bacio appoggiati su una nuvola qualsiasi. E lui giurò che il primo figlio sarebbe stato calciatore.

Il cinema parte, la promessa è mantenuta ed i mandriani la sera tornavano alla masseria con i figli e le mogli. Il giorno lavoravano, la sera al cinematografo nello stesso luogo. Chissà cosa avrebbe detto lo stesso Gramsci o Adriano Olivetti. Durante il giorno da quel capanno in cui vi erano rinchiusi delle lenzuola su dei pali ed un proiettore uscivano voci disperate, comandi, esplosioni di bombe, rumori di aereo e poi versi di animali mai uditi: elefanti, tigri, leoni.

Una magia il giorno ed una magia la sera.

I bambini ed i ragazzi erano più sinceri degli adulti. Nessun maggiorenne aveva il coraggio di confessare che quei personaggi del cinema erano reali e stavano tutti lì nella masseria dell’uomo con il trilby. La sera giocavano al cinema e di giorno lavoravano come allevatori e contadini nel podere. Quindi tutto il personale della tenuta era composta da attori ed attrici. Non tutti. Solo i benemeriti e grazie all’uomo con il trilby diventavano attori ed uscivano dal fascio di luce dei figli dello chauffeur: Spencer Tracy mungeva le bufale, John Wayne le accompagnava al pascolo, Gino Cervi curava i rapporti con i caseifici, Monica Vitti era la figlia del cameriere che si era sposata con un prete spretato, Laura Antonelli era la figlia del fattore e si era innamorata di un finanziere, Alberto Sordi era il figlio di Totonno, il pannazzaro e vendeva corredi con una Fiat 127 di colore verde passando con il megafono tutti i lunedì a via pergola, Paul Newman era un nuovo assunto che badava ai raccolti nella zona dell’isolella e ma litigava sempre con il compagno di fatica James Dean, Alida Valli … Alida Valli si intravedeva ogni tanto in ogni angolo della tenuta, della campagna, del paese e della mente di ragazzi, uomini e anziani.

Ma tutti odiavano Folco Lulli e tutti amavano Raf Vallone. Nella proiezione di “Non c’è pace tra gli ulivi” del 1950 diretto da uno dei maestri del neorealismo, Giuseppe De Santis, gli insulti che dalla platea stracolma arrivavano ad Agostino Bonfiglio (intepretato da Lulli) quando appariva in primo piano non si possono ripetere neanche per scherzo. Le malefatte erano rivolte ad una vittima: Francesco Dominici (Raf Vallone). Gli ruba le pecore mentre è in galera per un malinteso, gli violenta la sorella (Maria Grazia Francia) e sta per sposarne l’innamorata Lucia Silvestri (Lucia Bosè). Ma quando viene ammazzato vi è il tripudio, un applauso caloroso ed incontenibile di tutti senza distinzione di fila, platea, galleria e terrazzino che fosse. Fino al punto di chiedere la ripetizione della scena della morte un rito che anticipa di circa venti anni quello della sceneggiata napoletana degli anni 70 del Teatro 2000 di Vincenzo De Crescenzo, Enzo Di Domenico e Mario Merola quando, nell’estasi, il pubblico chiedeva all’attore che recitava ‘o malamente (Folco Lulli) di rialzarsi e farsi uccidere di nuovo da isso (Raf Vallone) per lavare l’ingiustizia che il primo aveva commesso contro essa (Lucia Bosè).

L’uomo con il trilby intervenne con coraggio, bisogna dirlo, a sedare l’entusiasmo “Sedetevi! Sedetevi! Quelli dietro non vedono niente!”. Uno contro quattrocento e senza paura. E alla richiesta della ripetizione della scena è fermo “Non è possibile!” e filosofico “Il cinema non si ripete, va avanti anche senza di noi, non ha tentennamenti” con quella voce naturalmente metallica e nervosa. A quelle parole la quiete. L’idea collettiva che ne derivò era che quelle frasi non erano parole del momento ma l’enunciazione di un comandamento che il padreterno stava comunicando ai fedeli per il tramite di un nuovo Mosè. Il silenzio. Come fai a metterti contemporaneamente contro Dio e il Cinema.

I manifesti dei films molto grandi, forse un metro per due di altezza, avevano un percorso topografico preciso: almeno un mese prima erano messi all’interno della sala d’ingresso dove c’era un bar per pop-corn e patatine e bibite varie, una settimana prima con la strisciolina in diagonale “PROSSIMAMENTE” accompagnava il manifesto del film che era in proiezione e poi lo stadio finale. A seconda del genere vi era una preparazione psicologica allo spettacolo che partiva nel momento in cui era deciso che si andava a vederlo, per i ragazzi era il momento in cui il papà prometteva. Alle titubanze del genitore si faceva strategia collettiva: accordo con gli altri ragazzi che avevano genitori amici dell’altro e si agiva congiuntamente “Papà, posso andare al cinema stasera, ho fatto i compiti e ci va anche il figlio di ….”. Funzionava. Se non funzionava c’erano sempre le mamme.

Ad un film di arti marziali, appena si spegnevano le luci, partivano i combattimenti mimando quelli di Bruce Lee, ad un film western i colpi di pistola e fucili che si portavano da casa, come le spade nei film di Zorro o per quelli sui legionari dell’antica Roma.

In quella sala poteva capitare di tutto. Ogni sera un’avventura diversa per il pubblico. Tutti erano Joseph Fipart detto Rocambole, ognuno si trasformava in qualcosa o in qualcuno. Appena le luci si spegnevano e partiva il faro di stelle dal proiettore al comando del figlio dello chauffeur: il salumiere era il corsaro nero, il barbiere era lo sceriffo di Kansas City, il sarto un esperto di arti marziali indocinese che lottava contro lo scarparo, rinomanto mandarino kung fu della Cina occidentale, l’impiegato comunale era ormai risaputo il conte di monte cristo.

Durante la proiezione l’uomo con il trilby si precipitava in platea a controllare i sogni degli spettatori, guardava il pubblico in parterre da dietro, di lato, davanti da sotto lo schermo, li pascolava come le bufale, e poi, all’improvviso, gridava ad uno “Alto là, dichiarate chi siete? Grado e provenienza”, ad una coppia di fidanzatini alla prima uscita “Mani in alto, siete stati scoperti”, e ad un altro “Qual è il vostro nome?” e a questa non c’era niente da fare il funzionario dell’ufficio di stato civile rispondeva :“Edmond, Edmond Dantes!”. E poi un dettaglio successivo con quella voce naturalmente metallica e nervosa: ““mènnèggiè chè grr grre mènnèggiè …Fammi vedere il biglietto? ….mènnèggiè chè grr grre”.

Il punto non era trasformarsi in qualcuno ma in qualcosa e quando Vittorio usciva dalla sala sapeva che “Dopotutto, domani è un altro giorno”.

Più in là del cinema, dall’altra parte della masseria, oltre l’abete argenteo, tra una strada ed una fila di eucaliptus vi era un parco con due enormi piante di olmo al centro, dove si giocava e si correva, dove c’era sempre il sole e la pioggia non finiva mai, dove Giannivecchione era Zorro, Agostinozippo Tarzan e Danieletraettino Tex, Luigi, il figlio dell’uomo con il trilby, stoppava il pallone e mandava in rete il numero nove con un lancio millimetrico di cento metri e Amedeo Nazzari, soddisfatto, gli gridava “Luì, se Giannirivera è meglio di te si trucca”.

Un debito di riconoscenza a DON ANTONIO TRAETTINO, l’uomo con il cappello trilby, e a sua moglie, e ai suoi figli per tutto il cinema che ci hanno fatto vedere, sentire, mangiare, bere, toccare e annusare in uno sfiancato paese del sud per cinquantanni.

Grazie.

 

di Vincenzo Russo Traetto

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