“Nonno, mi racconti Maradona?”: la favola del dio del calcio raccontata da un nonno ad un nipote

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Quando sei bambino tante cose di cui parlano i grandi non le capisci, riesci solo a percepirne la grandezza grazie ai toni e agli sguardi con il quale quelle cose vengono raccontate. È questo il caso di Diego Armando Maradona. Da piccolo, per qualche motivo, ero un tifoso sfegatato della Roma e idolatravo Francesco Totti, poi un giorno, nonno Enzo decise di convertire la mia fede calcistica raccontandomi la favola di un ragazzo un po’ tarchiato e coi capelli ricci che “faceva i miracoli”. A distanza di tredici anni gli ho semplicemente chiesto di rifare la stessa cosa.

Prima che Maradona diventasse una leggenda a Napoli cosa sapevi di lui?

«Sapevo che giocava al Barcellona e che era un grande campione. Fino all’ultimo momento io e tutti i miei amici abbiamo sperato che arrivasse a Napoli. Quando è arrivato tutto il popolo napoletano, me compreso, ha esultato come se avesse già in tasca tutte le vittorie e forse avevamo ragione».

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A livello personale come l’hai vissuto El Pibe?

«Io sono nato e vissuto nel cuore di Napoli, a San Giovanni a Teduccio, pertanto ho vissuto il fenomeno Maradona al 100%. Purtroppo, da vicino, l’ho visto una volta sola. Facevo il parcheggiatore a Piazza Plebiscito, quando ancora ci si potevano mettere le macchine. Alcuni suoi assistenti mi chiesero di riservargli un posto perché da li a poco sarebbe arrivato come ospite all’inaugurazione di una pellicceria. Fu così. Furono solo pochi attimi, ma mi basteranno per tutta la vita».

Quando lo hai visto per la prima volta?

«Alla sua presentazione. Ero uno dei tanti presenti sugli spalti del San Paolo. In seguito l’ho visto giocare tante altre volte, ho seguito ogni singola trasferta del Napoli e in ogni occasione, Diego, stupiva. Non era un calciatore, era un giocoliere, pertanto pioggia, freddo e caldo non fermavano la mia voglia di andarlo a vedere».

Ti ricordi qualche sua azione in particolare?

«Mi è rimasto impresso quel famoso gol contro la Juve, era novembre e io ero sugli spalti. Si trattava di una punizione tirata dal limite destro dell’area, era impossibile che il pallone bucasse la porta, ma la punizione la tirava Maradona. La palla fece una traiettoria impossibile, gli sforzi di Tacconi per bloccarla furono inutili. Per non parlare dei numeri da circo che faceva durante gli allenamenti, pure quelli seguivo e lo facevo perché ogni attimo che Diego toccava la palla si doveva rubare. Non ammirarli era come ignorare un’opera d’arte».

di Giuseppe Spada

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N° 220 – AGOSTO 2021

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