Non possiamo rassegnarci: la salute è un diritto

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L’inquinamento ambientale rappresenta un fattore di rischio per la salute e, sebbene risulti difficile determinare una relazione causa-effetto, gli studi confermano tra essi una stretta correlazione. Ai dati scientifici si affianca anche la percezione diretta delle persone, sempre più allarmate dalla frequenza dell’incidenza di patologie tumorali.
In Campania dalla fine degli anni Novanta sono state individuate ben sei vaste aree, degradate da fenomeni di inquinamento: i Siti di Interesse Nazionale (SIN) “Napoli Orientale”, “Bagnoli-Coroglio”, “Litorale Domitio Flegreo ed Agro Aversano”, “Aree del Litorale Vesuviano”, “Bacino Idrografico del fiume Sarno” e “Pianura”, oltre ad una serie di siti esterni a tali aree. Per la precisione, gli ultimi quattro SIN nel 2013 sono stati derubricati a Siti di Interesse Regionale (SIR) e per essi è in effetti cambiata solo la competenza della procedura di bonifica, passando dal Ministero dell’Ambiente alla Regione. A ciò si aggiungono gli sversamenti illeciti e gli incendi di rifiuti, rientranti nel novero della cosiddetta “Terra dei Fuochi”, e i rinvenimenti di nuovi inquinamenti, tra gli ultimi la vicenda pozzi “Saint Gobain” a cavallo tra i comuni di Caserta e San Nicola la Strada.
La bonifica, cioè la rimozione degli inquinanti dall’ambiente per ripristinare condizioni accettabili analoghe a quelle antecedenti l’inquinamento, è una operazione in generale complessa, lunga e costosa. In taluni casi non è possibile rimuovere gli inquinanti per cui si opera la cosiddetta “messa in sicurezza”, cioè si adottano stratagemmi in grado di confinarli ed evitare danno all’uomo. In ogni modo, quando si è dinanzi a una situazione di inquinamento ambientale, di un sito contaminato, anche nella migliore delle ipotesi non è possibile risolvere il problema in breve. E allora: è necessario rassegnarsi a essere sottoposti a rischi per la salute o ragionevolmente si potrebbe fare altro?
Assodato che è assolutamente necessario perseguire la realizzazione delle bonifiche nel più breve tempo possibile (nella consapevolezza della complessità, del costo e della lunga durata delle stesse), occorre chiedersi se nel frattempo sia possibile mitigare i rischi sanitari comunque incombenti sulle comunità, garantendo al contempo efficacia diffusa ed in breve tempo e la sostenibilità economica.
La risposta ragionevole sta nella prevenzione primaria, definita come “la forma classica e principale di prevenzione, focalizzata sull’adozione di interventi e comportamenti in grado di evitare o ridurre a monte l’insorgenza e lo sviluppo di una malattia o di un evento sfavorevole” (Wikipedia).
Uno dei capisaldi della prevenzione è rappresentato dalla modificazione dei comportamenti al fine di ridurre l’esposizione ai fattori di rischio. Nello specifico dei siti contaminati, si potrebbero pertanto individuare i generali fattori di rischio considerando le potenziali vie di passaggio degli inquinanti all’uomo e definire modalità comportamentali da adottare allo scopo di limitare l’esposizione. Sulla base delle conoscenze di letteratura e di campo ci sarebbero ampi margini per stabilire delle norme cautelative da diffondere tra le comunità presenti nelle aree a rischio.
Ad esempio, sono noti casi in cui persone, anche inconsapevolmente, utilizzano acque per il consumo umano potenzialmente non idonee in quanto provenienti da pozzi privati invece che da acquedotto pubblico; oppure che consumano prodotti derivati da animali allevati ricorrendo all’abbeveraggio con tale tipo di acque, o tenuti al pascolo in aree notoriamente oggetto di deposizione di inquinanti.
In tali circostanze, soprattutto in aree SIN/SIR, è indubbio sussistano condizioni di rischio di esposizione ad inquinanti. Di contro, rendendo dette persone consapevoli dei fattori di rischio a cui sarebbero sottoposti, si potrebbe attuare una delle azioni fondanti della complessiva strategia di tutela della salute in tempi brevi, diffusamente e a costi sostenibili.
Sarebbe il caso di procedere.

 

di Giancarlo Chiavazzo

TRATTO DA Magazine Informare N°191
Marzo 2019

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