“Social network” significa rete sociale virtuale, ovvero siti internet e applicazioni al cui interno gli utenti, chiamati a seguire regolare iscrizione, possono condividere contenuti testuali, video, audio, immagini.
La recente ricerca “Italiani e Social Media”, svolta per il secondo anno consecutivo da Blogmeter su 1.500 residenti tra i 15 e i 64 anni iscritti ad almeno un canale social, rivela che Facebook e Whatsapp restano i social prediletti, mentre Instagram quello più utilizzato dai giovani.
Si immaginano dunque realtà di comunicazione e condivisione tra internauti che liberamente si confrontano, scambiandosi opinioni ed esperienze. Ma non sempre è così.
Instagram, il fenomeno social che predilige le immagini, è una finestra sconfinata sul mondo e sulla sua varietà, su gusti e orientamenti, su luoghi ed ogni espressione di arte. L’interesse verso questa nuova dimensione virtuale comprende nei fatti ogni fascia di età, seppure sia più frequente la presenza di giovani: ogni giorno osservo nuove iscrizioni di miei coetanei che condividono momenti di vita, prediligendo magari foto impersonali, o si limitano a “osservare”. Eppure c’è una strana, diffusa tendenza, una tormentosa corsa ai followers e ai like attraverso pratiche elementari (seguire qualcuno per poi cancellarlo o dispensare like per riceverne altrettanti) o persino fraudolente. Gli Instagram-fanatici all’inseguimento della Instafame aumentano, schiacciati dalla politica aziendale del social che da giugno 2016 si è adeguata a quella del fratello Facebook, sostituendo l’ordine cronologico delle pubblicazioni (chi postava per primo appariva prioritariamente, a prescindere dal numero di followers) con un sistema di ‘algoritmi’, in base alla probabilità di interesse per il contenuto e al rapporto con la persona. Più precisamente se la fotografia riceve molti consensi nei primi 30 minuti di pubblicazione, soprattutto in presenza di like o commenti di accounts dal peso specifico elevato, verrà visualizzata nella sezione “Cerca”, diventando molto probabilmente virale e ricevendo centinaia o migliaia di visualizzazioni e like. Ciò ha generato un sistema di monetizzazione e di creazione di figure professionali che di professionale non hanno nulla. Come funghi tossici sono nati gli Instagram pod, persone che si riuniscono in gruppi appositi su Instagram (sino ad un massimo di 15), su Facebook o su Telegram e che si sostengono tempestivamente e reciprocamente, in una maniacale ossessione. Ci sono poi i bot Instagram, software di automazione che funzionano senza l’intervento umano e prendono in gestione il profilo (like, follower, commenti). È possibile anche acquistare account dotati di ‘pacchetti’ di corposi quanto fasulli followers: maggiore sarà il numero, maggiore sarà il prezzo. «Un miliardo di dollari investiti nell’influencer marketing», dichiara Sara Melotti, la giovane fotografa e influencer da 43.200 followers che in questi giorni ha ripreso la sua denuncia sul ‘gioco sporco’, dopo averne fatto parte per 6 mesi. Nel suo blog “Behind the quest” scrive: «Una tonnellata di cosiddetti influencer oggi ha quei numeri alti perché hanno imbrogliato lungo la strada, ma non hanno un’influenza effettiva sul loro pubblico perché i loro numeri sono vuoti, sono il risultato di una strategia scadente pensata per vincere il gioco numerico – e ancora – Viviamo in un’era in cui troppo spesso il numero di “Mi piace” che riceviamo su un post è il corrispondente del valore numerico che diamo a noi stessi. Ho imparato presto a non lasciare che la mia autostima fosse influenzata dai numeri. Se stai pubblicando buoni contenuti ma i tuoi numeri sono bassi, per favore, per favore, non mettere in dubbio il tuo valore né il tuo lavoro! Non è colpa tua! Non riguarda il tuo contenuto, non riguarda il tuo lavoro. Si tratta di strategia».
Se dunque un algoritmo ha il potere di supporre cosa vogliamo vedere, c’è da chiedersi cosa lo regola? La facilitazione del successo dei grandi brand. E cosa condiziona i grandi brand? I numeri. Ma davvero contano solo i numeri? E il valore, la meritocrazia, lo studio, l’approfondimento, l’esperienza, l’impegno, la fatica? È possibile che il professionista abbia meno valenza dell’influencer magari inesperto in materia, persino inetto, solo perché sfrontatamente ‘furbo’? Verso quale meta stanno correndo questi giovani? Con quali bagagli personali?
Non lasciatevi dunque incantare, sono solo numeri, questo è il sistema e non conta nulla se non importa chi sei, ma solamente cosa sembri.

di Barbara Giardiello