Non ci interessa chi sei, noi ti curiamo comunque: il mondo degli infermieri, un collage di varia umanita’

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Sin da tempi antichi essere Infermiere ha sempre significato avere a che fare con problemi correlati ai bisogni di assistenza sanitaria. Le esperienze vissute durante la propria gioventù, l’educazione, il vivere in specifici contesti concorrono a formare cio’ che si sara’da adulti dove l’empatia e la solidarieta’ diventano le virtù per comprendere non solo i bisogni fisici, ma anche psicologici dell’ammalato e dei sui familiari .

In questi ultimi mesi durante l’emergenza Covid, abbiamo compreso ed apprezzato maggiormente la professione Infermieristica tanto che nel Rapporto Censis-Fnopi si legge che il 91% degli italiani ha molta o abbastanza fiducia negli infermieri, l’83% incoraggerebbe un parente o un amico a intraprendere la professione.

Durante il lockdown ci siamo resi conto di come gli infermieri possano essere stati i maggiori debunker delle fake news o imprecisazioni  sulle modalita’ di contagio, sintomi o misure di distanziamento ad esempio, grazie proprio a quella fiducia ed ascolto che gli italiani hanno mostrato nei loro confronti.

Ma cosa fa l’infermiere e come si svolge la sua quotidianità’ lavorativa?

Non e’ chiaro a tutti quale siano le sue specificita’ lavorative degli infermieri. In effetti e’ una professione complessa, articolata e di pregevole importanza il cui ruolo non e’ relegato alla semplice somministrazione di una terapia, attivita’ comunque moderatamente rischiosa, fatta di pillole o di iniezioni.

L’Ospedale Classificato Villa Salus di Venezia Mestre e’ una delle tante realta’ che ha dovuto riconvertire in tempi brevi, alcuni dei reparti in COVID.

Lo stress che hanno subito i medici e soprattutto gli infermieri, non e’ stato da poco mi spiega la Dott.ssa Isabella Lante Direttore Sanitario della struttura.

E’ stato come una doccia fredda. Diventare Ospedale Covid ha significato fare delle modifiche strutturali e organizzative di enorme impatto. Si pensi ad esempio alla valutazione del personale che doveva essere presente in COVID. Abbiamo in primis determinato insieme al medico competente,le specifiche condizioni psicofisiche degli infermieri, degli OSS e costruito poi i turni per i due reparti COVID. Le collaborazioni tra gli operatori sono state importanti dettate dalle diverse mansioni degli specifici reparti. Preziose sono state le competenze degli infermieri delle sale operatorie abituati alla vestizione, alla sterilita’ come quelle del reparto di Medicina pratichi per l’isolamento o il trattare il paziente. La professionalita’, la coesione e lo spirito del sanitario e’ maggiormente emerso tra i ragazzi  in questo contesto  e fortunatamente non abbiamo avuto nessun positivizzato tra il personale, grazie all’immediato utilizzo dei vari DPI. Abbiamo inoltre accreditato il nostro laboratorio per l’esecuzione dei tamponi e questo ci ha dato una velocita’ diagnostica. Posso dire che tutto il personale infermieristico COVID non e’ mai stato lasciato solo, i caposala infatti sono stati presenti soprattutto nei momenti critici quali la vestizione e svestizione, anche se lo stress lavorativo e’ stato tanto. Purtroppo sul piano economico i soldi stanziati dalla Regione non sono diretti alle strutture private ma solo agli ospedali pubblici, anche se abbiamo lavorato al pari dei nostri colleghi del pubblico ponendo inoltre in cassa integrazione, degli addetti a causa della chiusura di alcuni reparti.

Angela Visentin svolge da anni la sua professione di infermiera strumentista, presso l’Ospedale Villa Salus. “L’infermiere ha un ruolo complicato perche’ assiste il paziente a 360 gradi nelle attivita’ dirette come dare corso alle prescrizioni mediche, che nella sua gestione dell’igiene ad esempio anche se questo e’ poi svolto da altri operatori sanitari. Nelle strutture di sala operatoria invece la gestione puo’ essere definita di tipo tecnico con una collaborazione con il chirurgo e gli anestesisti anche se l’assistenza e’ diretta quando il paziente e’ ancora vigile.

La quotidianita’ lavorativa infermieristica infatti, rientra in un sistema complesso con l’interazione con altri professionisti dove le singole performance dipendono dalle conoscenze ed abilita’ tecniche di ognuno.

Ma cio’ che rende il lavoro di squadra ottimale e’ proprio quella “comunicazione” posta alla base di ogni processo. L’atto comunicativo e’ un collante che tiene unite le varie fasi del processo i cui feedback e condivisione delle strategie, permette al team di elaborare le informazioni e mettere in atto gli interventi appropriati.

In questi mesi di epidemia COVID 19, le attivita’ degli infermieri sono state messe a dura prova. I reparti COVID, molti dei quali riconvertiti da altre aree ospedaliere, avevano un proprio spazio-tempo. Mentre al di fuori il tempo continuava a scorrere anche con altri ritmi, e in spazi rimodellati dall’emergenza, all’interno dei reparti le criticita’ lavorative si sono rese visibili  non solo nelle repentine metamorfosi di alcune strutture dove il personale infermieristico  ha dovuto adeguare le attivita’ di assistenza, non facilitate comunque dall’adozione dei dispositivi di protezione individuali (DPI), ma anche nell’approccio verso i malati.

 

Angela, come e’ cambiata la vostra routine durante il periodo del Covid?

“La vita e’ stata completamente rivoluzionata. Alcuni colleghi avevano gia’ esperienza di reparto mentre altri che hanno sempre svolto il lavoro di sala operatoria hanno dovuto cambiare velocemente le loro mansioni. Siamo stati interpellati dalla nostra caposala, il nostro coordinatore e da quelli di altri reparti per la gestione dei percorsi “sporco-pulito” all’interno del reparto, soprattutto in merito alla vestizione ed all’uso corretto dei dispositivi DPI. Le giornate nel Covid sono state pesanti sia fisicamente che psicologicamente con la preoccupazione di potersi infettare ad esempio durante la pratica della svestizione, perche’ i dispositivi indossati sarebbero potuti essere stati contaminati. Come in tutte le strutture il materiale DPI era carente, ma siamo tutti stati collaborativi ponendo attenzione allo spreco e creando comunque un momento di empatia tra di noi.  Una grande difficolta’ e’ stata la gestione del paziente COVID. Nel reparto riesci a comprendere quali siano le sue esigenze, lo vedi muoversi nei corridoi li vedi di continuo, mentre vederli chiusi li, con un accesso limitato anche per alcuni di noi non ci ha permesso di svolgere con facilita’ sia l’assistenza tecnica che quella psicologica. La solitudine dei malati, lontani sia dai propri affetti e da chi in qual momento si prendeva cura di loro, e’ stata forse una delle maggiori criticita’. Ma anche la nostra vita privata e’ cambiata. Quando terminavi il turno pensavi che l’acqua della doccia avrebbe portato via i pensieri e le preoccupazioni lavorative, invece no a causa ad esempio dell’adozione del distanziamento sociale in famiglia”.

Ma durante il lookdown dove il “mondo di fuori” si era fermato, il lavoro all’interno degli Ospedali ha continuato senza sosta acuendo quelle problematiche del settore presenti da tempo.

Senza tener conto della scarsa letteratura medico e scientifica disponibile in questo periodo di emergenza COVID, cio’ che e’ saltato agli occhi e’ stata la disparita’ retributiva tra il settore pubblico e privato. Eppure tutti si sono fatti carico della propria responsabilita’ nell’essere impegnati in prima linea a fronteggiare l’emergenza sanitaria esponendosi anche a rischio di infezioni e ad un  sovraccarico emotivo. Proprio nel rispetto di un principio guida “stesso lavoro, stessi diritti, stesso contratto” Fp Cgil, Cisl Fp, Uil Fpl, hanno raggiunto un accordo al fine di far corrispondere ai dipendenti di entrambe le strutture, uno stesso salario e i medesimi diritti.

Angela, quali sono le vostre sensazioni in merito alla stipula della preintesa per il rinnovo del contratto della Sanita’ Privata?

“Al di la’ del valore economico, il problema e’ nella considerazione dello stesso lavoro dove in certe strutture private a livello nazionale, la professionalita’ non ha un alto valore a differenza invece di quelle pubbliche dove l’infermiere riesce maggiormente a manifestare. Come capita a volte  che nelle strutture private l’infermiere non abbia lo stesso potere decisionale come nelle pubbliche perche’ magari e’ gestito ancora alla vecchia maniera”.

Come per altre attivita’ professionali, anche quella infermieristica si evolve e cambia velocemente richiedendo agli infermieri maggiori competenze e conoscenze specialistiche. La preparazione tecnica, al di la’ dell’esperienza acquisita sul campo, e’ tale da poter assicurare alle persone con necessita’ clinico-assistenziali  semplici o complesse, un professionista in grado di assolvere al meglio il suo compito?

“Gli infermieri italiani sono i piu’ ricercati anche in Europa e la formazione universitaria che abbiamo sicuramente puo’ essere migliorata. Ma forse proprio perche’ nasce da una formazioni delle scuole regionali dove valeva di piu’ l’esperienza sul campo, come anche avere docenti tra medici e infermieri colleghi,di sicuro e’ maturata in una esperienza univesitaria concedendo una preparazione maggiore agli infermieri, i quali sono in grado di soddisfare le esigenze di qualsiasi reparto”.

“In tanti hanno già dimenticato. Io ricorderò gli occhi terrorizzati dei malati e i colleghi che hanno fatto cose straordinarie” .

Le parole di chi nel lento ritorno ad una normalita’ si sente messo nuovamente da parte.

di Angela Di Micco

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