«Nino Sarratore è appassionato nel suo essere tormentato». L’intervista all’attore Francesco Serpico

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Nino Sarratore, ancora lui, sempre lui. Nella fitta schiera dei personaggi – irrisolti, interrotti affannati – che si avvicendano nei quattro libri de L’amica geniale, uno tra tutti svetta per la complessità e per le tenebre che si trascina dietro, quando scompare e riappare, nei momenti più quieti, piegando la linea degli eventi. Nino Sarratore, che rappresenta l’imperfezione dell’amore, degli ideali, della cultura; che tormenta le speranze di Elena e i rimpianti di Lila. Ad interpretarlo nella serie televisiva, fin dalla prima stagione, Francesco Serpico, che di Nino ha gli occhi scuri, i capelli ribelli e la curiosità di conoscere. Negli ultimi due episodi della serie, che andranno in onda stasera, Francesco Serpico vestirà per l’ultima volta i panni di Nino, così come gli altri attori giovani della serie, tra cui le protagoniste Margherita Mazzucco (Elena) e Gaia Girace (Lila). Per la quarta stagione è infatti previsto un recasting dei personaggi che saranno ormai del tutto adulti. «Queste interviste mi sembrano un buon modo anche per congedarmi», dice al telefono Francesco. Analizza il suo personaggio con una lucidità che forse aiuta a spiegare il successo che ha ottenuto con la sua interpretazione. E a proposito dell’episodio in cui ritorna Nino, intitolato Ancora tu, promette una sorpresa per chi ha digiunato dai libri e aspetta stasera per sapere cosa accadrà.

Francesco, tu sei conosciuto per aver interpretato Nino Sarratore ne L’amica Geniale: quando hai iniziato a recitare?  

«Ho iniziato a recitare quando avevo 13 anni, in quarto ginnasio. Le cose che mi spinsero furono principalmente due: alle medie, ma forse già addirittura alle elementari, agli spettacoli di musica iniziarono a farmi fare il presentatore, quindi c’era in me questa cosa di provare a vedere che cosa significava davvero recitare oltre che stare sul palco. La seconda cosa fu l’idea di vivere la mia scuola nel modo più completo possibile, di conoscere persone nuove, entrare in contesti e dinamiche diversi rispetto a quelli di classe. É questo che mi ha spinto quel pomeriggio a presentarmi alla prima lezione. E poi da lì ho scoperto tutto quello che non conoscevo e che mi incuriosì molto. Questo senso di stare insieme è stato sempre il motore di ogni mia scelta in questo campo, trovare una comunità». 

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All’inizio quindi neanche pensavi che questa potesse essere la tua strada. 

«No, no, assolutamente, è stata una cosa che è venuta dopo, anzi in realtà molto di recente ho capito di poter intraprendere questa carriera». 

Infatti fino a poco fa avevi altri piani e studiavi medicina, giusto?

«Sì, giusto. Sono arrivato al quinto anno prima di capire che volevo concentrare tutte le mie energie sulla recitazione, perché nel futuro mi vedo molto più così che con un camice addosso. É vero anche che la mia idea si era delineata come qualcosa in cui recitazione e medicina sarebbero state unite: avrei voluto fare psichiatria e mi sarebbe piaciuto dare vita ad una sorta di teatro terapia. Cosa che tutt’ora non escludo. La mia decisone non è dipesa dalla difficoltà di conciliare le due cose, dato che l’ho fatto per lungo tempo, ma proprio dal desiderio di volermi focalizzare su un solo ambito. Ho girato le prime due stagioni de L’amica geniale mentre facevo gli esami, chiaramente con un po’ di difficoltà, ma non mi è mai pesato più di tanto. C’erano però molte cose collaterali, che comunque facevano parte del lavoro, che io non potevo fare perché trascorrevo il tempo con la testa sui libri e con l’orologio mentale impostato sulle scadenze dell’università».

Il tuo provino: è stata determinazione o casualità, come per molti attori della serie?

«Come la mia cara amica Margherita (Mazzucco), qui presente. Sì, anche per me è stato un caso. Quella mattina mi chiamò un mio amico dicendomi che stava andando a fare un provino per questa serie, “perché non mi accompagni, tu fai pure l’attore, magari ci esce qualcosa”. E qualcosa in effetti è uscito».

E direi che è andata bene.

«Me la sono cavata».

Salutiamo Francesco e passiamo a Nino. Quando lo hai incontrato per la prima volta? 

«Leggendo i libri contestualmente alle riprese e nella fase precedente di preparazione. Noi all’inizio ci siamo preparati tutti insieme in un appartamento a Piazza Dante. Ci vedevamo ogni pomeriggio al quarto piano di questa casa molto antica, in cui ci siamo conosciuti e abbiamo iniziato a lavorare prima alle relazioni umane tra di noi, poi a quelle tra i vari personaggi e infine su noi stessi. Da lì in poi siamo poi stati seguiti dagli acting coach. Il nostro percorso è diventato pian piano autonomo e il lavoro sul personaggio si è trasformato per ognuno in un momento in cui riflettere in solitaria».

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Foto di Eduardo Castaldo dalla seconda stagione de “L’amica geniale – Storia del nuovo cognome”
Il tuo personaggio è uno dei più complessi e sfaccettati della serie. Come lo hai costruito?

«Sicuramente con un mio lavoro personale di ricerca, per esempio sui riferimenti culturali di Nino Sarratore, come la lettura de I fratelli Karamazov, di cui parla nella prima stagione. Per la seconda invece ho fatto lezioni di tango con Gaia (Girace) per lungo tempo, in modo da lavorare sul corpo. E poi naturalmente con un lavoro di immaginazione. Il nostro mestiere è vivere realmente situazioni immaginarie. Ho usato alcuni ricordi, avvenimenti della mia vita, che mi portassero sul set con uno stato d’animo funzionale alla scena.

Per esempio quando abbiamo lavorato con Alice Rohrwacher sugli episodi di Ischia, mi ricordo perfettamente che, mentre ero sul traghetto, avevo Procida davanti e ho pensato alla mia adolescenza, alle prime vacanze con i miei amici, lì a Procida. Quei primi amori che nascevano, molto timidi ma allo stesso tempo molto puri, le relazioni che ho visto negli occhi degli altri, di amici cari che si innamoravano, che si lasciavano, che si ritrovavano. In Nino, quindi, c’è tanto anche del contorno della mia vita, non solo di quella strettamente mia, ma di cose che ho rielaborato della vita delle persone a cui voglio bene, che erano con me quando avevo la sua età».

Saprai che Nino Sarratore è uno dei personaggi più criticati, o lo ami o lo odi. Che ne pensi delle parole che spesso, soprattutto sui social, vengono rivolte a Nino? 

«Sicuramente mi diverte il fatto che, ad esempio, un hashtag contro il personaggio che ho interpretato sia stato in trend topic su Twitter per un sacco di tempo».

Nelle prime puntate della terza stagione, Nino appare poco, ma è già chiaro il legame ancora insoluto sia con Lila che con Lenù. Da cosa deriva, secondo te, questa attrattiva quasi magnetica che tutte hanno verso Nino, nonostante i suoi comportamenti spesso opinabili?

«Sicuramente questa dinamica di presenza/assenza fa molto gola. Quando qualcuno sparisce, nel tempo in cui non c’è una relazione fisica con quella persona, se questa ha un minimo di fascino e di carisma, si immagina e si costruisce un’aura più grande della persona stessa. Poi Nino è molto appassionato, anche nel suo essere tormentato e ombroso ha un bagliore negli occhi che contrasta e affascina quando parla di politica, della società, della storia e anche delle relazioni, dell’amore, del sesso, come nella scena in cui parla di Lila. Ti afferra, perché tutto quello che dice lo pesa e ci crede. Che poi si comporti in maniera incoerente è un altro discorso, il punto è la seduzione: il modo in cui gioca con il mondo intorno a lui, al di là del reale percorso nella storia, gioca con le parole e credo che questo sia uno degli aspetti più affascinanti di Nino».

In questo suo percorso influisce anche il rapporto che ha con il padre tanto odiato, che poi finisce quasi per incarnare.

«Sì, questa è un po’ la croce che molti dei personaggi hanno. É più forte in Nino perché suo padre è un personaggio molto pungente, ma anche Elena ha un rapporto complicato con i genitori. La stessa Lila, che è forse quella che riesce a trovare la soluzione migliore tra l’essere se stessa ed essere sorella. Invece per Nino ed Elena la presenza dei genitori è più totalizzante e causa paradossalmente un maggiore movimento di distacco. Anche se poi vedremo che Nino deporrà le armi nei confronti della famiglia e come spesso succede nella vita adulta, fa un compromesso e sceglie di fare fronte comune nel contesto familiare».

La stagione in corso vedrà infatti Nino Sarratore muoversi nell’età adulta: com’è stato interpretare un’età che ancora non hai vissuto?

«É stato non difficile, difficilissimo. Dimostrare di avere dieci anni di più non è semplice, non puoi fare di più che immaginare, perché non sai che vuol dire avere 30 anni. Io personalmente ho cercato di concentrarmi sul fatto che ad un certo punto da adulti si comincia a mettere da parte certe cose concentrandosi sulla razionalità. Si indossa quella maschera di sicurezza che nasconde i drammi dell’infanzia, perché devi correre, devi lavorare, anche avere relazioni, quindi non puoi più permetterti l’auto riflessione e il turbamento che hai durante l’adolescenza. Quindi mi sono concentrato molto su questa apparente sicurezza che Nino Sarratore finalmente raggiunge».

Cosa dobbiamo aspettarci dal ritorno di Nino nell’ultima puntata di stasera? 

«I fuochi d’artificio. Davvero».

Un’ultima domanda. Che cosa significa per te aver fatto parte della trasposizione televisiva de “L’amica Geniale”, una saga così emblematica ed acclamata ormai in tutto il mondo? Che cosa ti lascia?

«Procediamo stavolta dal pratico al filosofico. Mi lascia sicuramente tante possibilità, lavorative e non solo. Possibilità di incontro e di confronto con persone con cui non avrei mai potuto interagire: registi come Saverio Costanzo, Alice Rohrwacher, Daniele Luchetti, attrici come Alba Rohrwacher, e tutto il resto del cast adulto. Al di là dei ragazzi che sono amici, gli adulti sono degli attori davvero fenomenali. Ho scoperto il mio amore per la narrazione, che va oltre anche l’interpretazione.

Da un punto di vista umano mi porto invece tanti dubbi, tante sfide, perché il confronto con un personaggio è sempre anche un confronto con se stessi. Ho ricordi splendidi di luoghi che ho visitato, di cibi che ho mangiato, di chiese e di musei che ho visitato, di camere d’albergo in cui sono stato da solo o in compagnia. Vita, semplicemente vita in un modo creativo che è quello che mi fa stare sempre allerta in qualche modo, che credo sia quindi quello giusto».

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