Nino Di Matteo: «La politica non ha mai affrontato il problema della lotta alla mafia»

Nino Di Matteo a Casa Don Diana - Photo credit Carmine Colurcio

Antonino Di Matteo è uno dei magistrati più temuti dalla mafia. Totò Riina espresse la volontà di «fargli fare la fine di Giovanni Falcone» ma il PM ha sempre portato avanti quel processo sulla Trattativa Stato-Mafia durante il periodo stragista dei primi anni ’90. Un fiume in piena, Nino Di Matteo, che nel suo intervento presso Casa don Diana a Casal di Principe, lo scorso mese, ci dà differenti punti di riflessione su quella che è la nostra democrazia e sull’incidenza della mafia nel nostro tessuto sociale. «La politica italiana – afferma – non ha mai affrontato principalmente il problema della lotta alla mafia. La loro potenza è dovuta proprio al loro costante rapporto con gli apparati politici: lo stesso Riina confessò che Cosa Nostra senza la politica, sarebbe stata solo una banda di sciacalli rasa al suolo mediante poche azioni».

Quello della Trattativa è un processo che volge al termine e che è stato caratterizzato da varie criticità e dalla difficoltà di dimostrare il reato di “minaccia in danno al corpo politico”.
«Abbiamo portato avanti prima l’indagine e poi il processo, nel convincimento che ci sono tutti gli elementi per una condanna. Adesso aspetteremo la sentenza della Corte che, in ogni caso, rispetteremo. Ciò che ci preme dire è che, grazie al nostro lavoro, sono venuti fuori tanti fatti e tante situazioni che credo abbiano una notevole importanza, quantomeno per comprendere cos’è realmente accaduto nel biennio stragista della mafia ’92-’93».

Secondo lei, la trattativa si è, in un certo senso, estesa in altre regioni? In Campania abbiamo visto che la camorra è arrivata a piani istituzionali molto alti.
«Ci sono atti giudiziari che parlano chiaro: la camorra ha nel suo DNA la ricerca continua del rapporto col potere politico. Ci sono stati momenti in cui questi rapporti si sono estrinsecati in vicende molto simili a quelle della trattativa tra Stato e Cosa Nostra del ’92; basti pensare al ruolo della camorra nel sequestro Cirillo. La camorra napoletana sa bene l’importanza del legame politico, dalla Regione alle amministrazioni comunali».

 

 

 

Per lei è fattibile la creazione di un cartello? L’alleanza tra le mafie del nostro Paese è un fatto possibile?
«Ci sono elementi seri per ritenere che determinate strategie, come ad esempio quella di attacco frontale allo Stato nel ’92-’93, siano state “partecipate”. Nel caso di quegli anni la strategia è stata principalmente opera di Cosa Nostra, ma è stata allargata anche ad altre mafie. In determinati momenti, per strategie generali, la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra hanno avuto momenti di collegamento strategico».

Dott. Di Matteo, lei ha mai maturato un senso di solitudine dovuto all’assenza dello Stato?
«Ritengo che in tanti momenti, rispetto a tanti uomini delle istituzioni, ma anche a tanti cittadini che hanno collaborato con quest’ultime, lo Stato doveva e dovrebbe fare di più. Ci sono stati momenti in cui le istituzioni non hanno avuto la sensibilità di stringersi davanti agli uomini che hanno combattuto davvero la mafia. Io sono un uomo delle istituzioni e io devo credere in quest’ultime. Anche riguardo la trattativa, la colpa non dev’essere dell’intero apparato istituzionale, ma risiede in quei soggetti politici che non hanno tenuto fede nel giuramento che avevano prestato. Tutto ciò non deve portarci ad una sfiducia nella politica e nello Stato, dobbiamo cercare di cambiare in meglio queste patologie delle istituzioni. Non dobbiamo abbandonarci alla rassegnazione».

Si è dibattuto molto sull’introduzione dell’agente provocatore. Cantone è contrario, altri sono favorevoli: qual è il suo pensiero in merito?
«Sono favorevole all’introduzione dell’agente sotto copertura, il quale è già previsto per alcuni reati di mafia, traffico di armi e pedopornografia. Più volte ho sostenuto che questa possibilità deve estendersi anche ai casi di corruzione e per quelli contro la pubblica amministrazione».

di Antonio Casaccio e Antonino Calopresti
Foto di Carmine Colurcio

Tratto da Informare n° 180 Aprile 2018