informareonline-niko-mucciNiko Mucci, personaggio poliedrico, è una fiumana. «Bloccami -mi dice- perché parlo tanto».
Regista, attore, musicista, poeta e una personalità paragonabile al cubo di Rubik, dove ogni faccia ruota in modo indipendente, così da mescolare i colori del cubo e tornare a mostrare poi un solo unico colore. Allo stesso modo Niko Mucci fonde i molteplici interessi trasportandoci nel suo mondo fatto di musica, teatro prosa.
I tanti risvolti artistici lo portano a girovagare per i cabaret degli anni ‘70 con l’allora nascente “La Smorfia” e con la Compagnia di Musica e Teatro Popolare di Strada, Lo Cunto de li Cunti dove conosce quella che diventerà sua moglie, l’attrice Nunzia Schiano, con la quale comincia un sodalizio artistico e di vita.

La tua esperienza teatrale e musicale è stata molto proficua ed interessante. Cosa consigli a chi intende intraprendere queste strade?
«Bisogna lavorare molto, studiare, perché solo così il talento si sviluppa. Non bisogna dare nulla per scontato, perché non è la casualità dell’incontro televisivo che ti fa svoltare. Ai ragazzi che partecipano ai miei laboratori ripeto spesso che non tutti diventeranno attori ma la sicurezza, l’intraprendenza, il modo di approcciarsi diversamente alle persone che avranno di fronte, di certo deriva dal lavoro svolto negli anni. Rispetto agli anni ‘50 quando le persone della strada diventavano “facce” oggi le cose sono cambiate. Ad esempio i ragazzi di Gomorra pensano di avere sfondato, ma non è così perché quando il “genere” si sarà esaurito, andranno nel dimenticatoio a meno che non studino. Il mio laboratorio di Piscinola non vuole formare attori bensì far capire che possono mettersi alla prova e che il teatro è una scuola di vita perché insegna a leggerla, a capirla ed ad attraversarla».
Pensi che il dialetto possa essere uno “strumento” per dare cultura?
«Ho iniziato a parlare il dialetto napoletano giocando a pallone, quando ero ragazzino, fino a dialogare nel napoletano “borghese”. Solo più tardi ho scoperto quelle piccole sfaccettature che contraddistinguono i vari quartieri. Ma c’è anche il napoletano di base, quello classico con terminologie legate alle attività lavorative che man mano si sono perse con lo scomparire di quei lavori. Devo ammettere che il leggere e soprattutto lo scrivere in napoletano non è cosa da poco come quando ho dovuto preparami con un docente nella lettura di alcune fiabe di Basile».
La tua passione per la poesia ti coinvolge allo stesso modo come nella regia?
«Con una diversità: nella regia il mio obiettivo è il pubblico e senza quello tutto non avrebbe senso. La poesia è come la musica perché ha una componente immaginifica più forte; scrivo di getto e spesso quando mi trovo da solo in quelle tournée lunghe dove la noia ti assale perché sei lontano dai tuoi affetti. A dire il vero non pensavo potessero piacere, invece poi pubblicandole anche sui social ho scoperto che le persone che le leggevano e facevano proprie delle frasi. Rispetto alla regia dove propongo dei temi e metto interrogativi, la poesia è l’aspetto liberatorio della comunicazione. La prima raccolta è stata “Attori a Babord”. Avevo così tante poesie scritte tutte durante le tournée, che ho dovuto scegliere il metodo temporale per la stampa. Isa Danieli con la quale lavoravo lesse una mia poesia e disse “ a mme ‘e rime nun me piaceno, ma chesta poesia è bella”. A quel punto mi sentii incoraggiato e decisi di pubblicare.
“Navigare è tardi” è invece il mio secondo libro, ma ne ho pronti altri tre, essendomi deciso tardi a cominciare la stampa».

La musica, la poesia, l’Arte ci permette di vedere ed estrarre quei sentimenti che ognuno di noi porta dentro e ci fa immaginare qualcosa di superiore.

TRATTO DA Magazine Informare N°190
Marzo 2019