Nicholas Tolosa: arte che guarda negli occhi

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Nicholas Tolosa è un giovane artista nato ad Eboli (SA) nel 1981.
Diplomatosi presso un Liceo Artistico statale, ha in seguito studiato scenografia lavorando presso grandi teatri tra cui il “Mercadante” di Napoli. Si è specializzato poi in Arti Visive e Discipline dello spettacolo e attualmente, oltre a realizzare mostre, insegna la sua disciplina come docente.

Ha cercato quindi grazie alla sua personalità fortemente eclettica, di studiare ed interessarsi ad ogni “ramo” che potesse anche solo lontanamente essere connesso con il mondo dell’arte. Il suo curriculum vanta anche la partecipazione all’Artexpo di Arezzo ed alla “Biennale Internazionale” di Firenze, oltre a progetti sul territorio che l’hanno portato ad essere così noto. Incuriositi dalla sua carriera, abbiamo chiesto a Nicholas, che si è dimostrato essere una persona molto disponibile ed alla mano, una breve intervista sulla sua vita e sui suoi progetti.

Allora Nicholas, tutto il tuo percorso di studi è stato incentrato sull’arte, com’è nata questa devozione all’arte?

«Sono nato in una famiglia di artisti, sia mia madre che mio padre sono nel mondo dell’arte quindi è quasi come se fosse nel mio DNA, trasmesso ereditariamente. La mia scelta è arrivata in modo del tutto naturale, ho seguito fedelmente la tradizione. L’unico rimpianto che ho è che, forse, anziché specializzarmi in scenografia, avrei preferito focalizzarmi più sull’arte pittorica, ma sai all’epoca si prediligeva ciò che più potesse garantirti un impiego e alla fine scelsi quella strada lì».

Hai poi iniziato anche ad insegnare. Qual è il tuo obiettivo da educatore?

«Già in Accademia tutto ciò che fai è sempre improntato sull’insegnamento. Fortunatamente, essendo il mondo dell’arte così precario, ho una professione stabile e riesco a portare avanti entrambi i percorsi quasi alla pari. Come insegnante cerco sempre di dare un’ampia visione dell’arte ai miei ragazzi portandola al di fuori della scuola stessa.
Organizzo mostre, progetti spesso all’aperto, i cosiddetti musei diffusi, per portare il ‘’museo ai ragazzi’’ e non viceversa, creando quindi percorsi interattivi».
Nelle tue opere hai spesso rappresentato soggetti che nella storia sono stati emarginati e considerati ‘’diversi’’. Che tipo di messaggio hai voluto trasmettere mostrando un bambino di colore che punta il dito verso l’osservatore.
«Lavoro molto sul sociale, su tutte quelle categorie che mi piace definire come ‘’periferie umane’’, concetto che rende bene la loro posizione all’interno della società globale. Queste persone vengono emarginate ed io le rappresento in modo più o meno esplicito come forma di denuncia».

Hai quindi una visione dell’arte molto particolare, come la definiresti?

«L’arte per me è esattamente ciò che ti spiegavo prima: un messaggio. Ha come obiettivo mettere tutti noi faccia a faccia con il mondo in cui viviamo, porre delle domande lasciando all’osservatore il compito di trovare delle risposte. Definirei la mia arte come un punto interrogativo, ecco come».

Il mondo del cinema, dello spettacolo e dell’arte è uno tra i più colpiti a causa della diffusione del Covid-19. In che modo questo ha influito sui tuoi progetti e in che modo sei riuscito a rispondere a questa nuova realtà?

«Fortunatamente grazie alla mia carriera da insegnante riesco a mantenere una stabilità economica che purtroppo hanno in pochi al giorno d’oggi. Molti progetti si sono interrotti, ma sono riuscito a realizzare la Personale alla chiesa di San Severo al Pendino lo scorso ottobre, giusto in tempo prima del secondo lockdown. Da poco una mia opera, ‘’Il re di Napoli’’, è entrata a far parte della collezione di San Gennaro, un’opera che riprende in pittura il busto argenteo del 1805. Avevo un progetto anche la scorsa primavera per il MAV di Ercolano, ma viste le situazioni ho paura che sarà nuovamente posticipato.
Un progetto molto interessante perché riguarda la trasposizione in pittura degli ultimi calchi ritrovati a Pompei.
Spero si possa tornare presto a lavorare in questi ambiti che trovo essenziali per la cultura soprattutto dei giovani, quindi quanto prima vorrei poter tornare a fare l’artista a pieno oltre che il professore».

Di Ludovica Paumbo

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE NUMERO 216

APRILE 2021

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