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“Quando Dio vide che l’Uomo allungava le dita,
a rubargli il mistero di una mela proibita,
per paura che ormai non avesse padroni
lo fermò con la morte
e inventò le stagioni.”

La condizione del “blasfemo” di De André, ispiratosi al poeta Edgar Lee Masters, è la risultante di una storia che ha per soggetto un uomo sottrattosi al potere dominante, alle leggi del branco; libero di dire ciò che gli altri non possono ascoltare. Ed è forse in questa metafora che potrebbe collocarsi la storia di Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese fatta esplodere mediante un’autobomba il 16 ottobre del 2017.

No, questa non sarà l’ennesima pagina riservata alla sua storia e al suo ricordo, lo spazio bianco che vi apprestate a leggere sarà invece destinato proprio ad una denuncia giornalistica verso un cupo potere politico. Per farlo dobbiamo partire dal 28 ottobre 2018, giorno in cui il “Magazine Informare” ha ricevuto il premio Europeo per il giornalismo giudiziario e investigativo. Il premio è stato dedicato a Dafne Caruana Galizia e a ritirarlo vi era suo marito, Peter. Avvocato civilista, una persona che ci ha colpito per l’estrema serenità nel raccontare una tragedia personale, lasciando tutti stupiti ed emozionati per il grande spessore morale e la determinazione con cui, in italiano, raccontava l’omicidio.

Con Peter abbiamo da subito stretto un cordiale rapporto d’amicizia, ambientandolo nella cucina siciliana (eravamo nello stesso albergo). Peter ci ha raccontato della tragedia, del futuro dei suoi figli, ma anche delle numerose ingiustizie che continuano dopo la morte di Dafne, la maggior parte provenienti dal mondo politico.

«Mia moglie pensava di essere una persona normale, semplicemente una studiosa dell’essere umano ed in particolare dell’animale politico. Per lei scrivere era un processo naturale, un dono, e con quest’ultimo ha fatto più di tutti i quotidiani maltesi messi insieme».

Ma Peter, oltre a conoscere perfettamente sua moglie, ha anche un’idea ben precisa: «È chiaro a tutti, incluso al Governo (maltese .ndr), che c’è un mandante che ha pagato per l’esecuzione. Ma non è così chiaro e certo se il nostro Governo abbia l’interesse a scoprire il mandante, dato che le persone incaricate delle investigazioni sono state spesso criticate da mia moglie». Ma Peter ci svela altro, conducendoci ad un’imprescindibile riflessione sulla libertà di stampa in Paesi UE: «Dopo l’assassinio di Dafne, un membro del partito di Governo maltese chiese a mio figlio di confermare se sua madre fosse “libera o meno di scrivere”. Beh, questo politico confuse la libertà per il coraggio. Mia moglie aveva il coraggio di scrivere, ma la sua libertà era minata.
Prima del suo omicidio è stata citata in giudizio per diffamazione circa 60 volte. È stata denunciata in media una volta alla settimana durante l’ultimo anno, la maggior parte provenivano da funzionari pubblici vicini ai ministri e al premier. 47 di questi casi erano ancora pendenti quando lei venne uccisa, compresi 5 casi di diffamazione criminale. I conti in banca di Dafne furono congelati dopo un mandato cautelare di sequestro bancario, emanato dal Ministro dell’Economia».

Ma cosa resta a Peter dopo la morte di sua moglie, oltre il dolore e la sofferenza di vedere i suoi figli crescere senza l’affetto di una madre: «Io e i miei figli abbiamo ereditato 34 casi di denuncia per diffamazione, io continuo a montare la miglior difesa possibile dato che il miglior testimone, mia moglie, è morta e non può deporre. Mio figlio maggiore Matthew è stato anche denunciato dal primo ministro. L’obiettivo principale sembra essere la vendetta e non la giustizia, le tattiche utilizzate dai loro avvocati fanno sì che le cause si trascinino il più a lungo possibile, anche oltre la tomba. Potrei parlare per ore».

E dopo aver denunciato l’incredibile accanimento politico su Dafne, anche dopo la morte, Peter ci ringrazia infinitamente per raccontare non solo la storia di sua moglie e delle sue inchieste, ma per svelare anche i retroscena successivi all’esplosione dell’autobomba. Il suo è un grido d’aiuto a cui l’Italia ha il dovere di rispondere, non con commemorazioni, non con chiacchiere, ma valorizzando l’informazione libera e i giornalisti d’inchiesta che ogni giorno rischiano la propria vita. Questa pagina oltre che a lui, a Dafne e ai suoi figli, la dedichiamo all’Italia e al disvelamento, prerogativa di ogni informazione libera, perché un Paese che non conosce la sua vera storia non può avere futuro.

di Antonio Casaccio
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