Con Nero Sangue di Tony Laudadio abbiamo percorso un viaggio che ci ha condotti fino alla “dogana della pazzia”, in un diverbio d’arte, d’amore e di guerra. Al Palazzo delle arti di Capodrise, in uno spazio non convenzionale al teatro, in cui non esiste più la quarta parete e dove il pubblico diventa parte della rappresentazione, ha avuto luogo una performance entusiasmante.

Tony Laudadio, in una lettura scenica con intervalli di inserti musicali, è riuscito a condurre il pubblico, in maniera quasi impercettibile, in quella zona di confine dove regnano le antinomie: la libertà e la reclusione, la malattia e la salute, la follia e la normalità. Una zona carica di sfumature, dove “il limite diventa dimensione, spazio di manovra, di azione, piuttosto che linea netta“. 

A fare da sfondo c’è Guernica, un’opera dell’artista più iconico del ‘900, Pablo Picasso. Una grande tela, in cui regna il contrasto tra bianco e nero, che Picasso realizzò nel 1937. Si lasciò ispirare dal primo bombardamento aereo della città basca di Guernica ad opera degli aerei tedeschi che cercavano di fare strada al generale Franco che voleva (e poi ci riuscì) mettere in discussione il governo repubblicano. 

La sceneggiatura

Nero Sangue è la storia di una coppia di amici che condivide l’amore per l’arte. Tony Laudadio, nelle vesti di un musicista squattrinato, un giorno decide di intraprendere la carriera di chitarrista per avere più ragazze. Ma questo solo all’inizio, nel punto in cui gli si è risvegliata l’anima. Per tutti la sua scelta aveva di fondo un grande spiraglio di pazzia.

Giorgio, invece, farà del suo amore per l’arte una ragione di vita, entrando in un mondo autoreferenziale, sganciato dalla ragionevolezza delle cose. Il dipinto “Guernica” di Picasso diventerà la sua ossessione e lo porterà alla perdizione, fino a compiere un gesto eclatante, che lo segnerà per sempre. 

Musica e arti visive sono oggetto costante delle loro accese discussioni, seguendo la domanda di fondo su quale sia l’arte più importante per la storia dell’umanità. Tony fa notare come al feto arrivi prima il suono, questo per testimoniare quanto arcaico e naturale sia il rapporto dell’umanità con la musica. 

Ma poi, fermiamoci a riflettere sui sogni; cosa fai nei sogni se non generare arte visiva in movimento? In certi casi è pura pittura. Il sogno è l’espressione visiva per eccellenza e manifesta ciò che è nascosto nel fondo del mare della nostra vera identità. Impetuosi sono i parallelismi tra le vite geniali, sorprendenti, uniche degli artisti (compresi i musicisti), e la tristezza squallida dei “comuni”. 

La parola ai due protagonisti

Giorgio ha sempre con sé una stampa di Guernica. «Associavo le immagini allo strazio dei corpi maciullati, alla distruzione delle case, alla disperazione negli occhi delle vittime. Il dolore, che ogni tratto, ogni dettaglio del quadro mi trasferiva, diventava più acuto. È questa la rappresentazione del mondo nella funzione dell’arte: riaffermare la dignità umana e consentire alla nostra specie di rendersi immortale», commenta Tony Laudadio. «Eppure c’è una contraddizione inetta, interna all’umanità stessa. Umana è, infatti, la mano che preme il grilletto, che sgancia la bomba, che ordina l’attacco, ed altrettanto umana è la mano che impugna il pennello, che impasta i colori, che impreziosisce la sua tecnica. C’è quindi una divisione profonda negli uomini, c’è chi distrugge e c’è chi costruisce.  Questo binario è dentro ognuno di noi, nessuno contiene solo una delle due pulsioni, dette in termini più precisi, le due pulsioni sono la tensione verso l’infinito e il desiderio di morte».

di Giovanna Cirillo

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