Chiusa la porta con l’ultima mandata s’invola sulle scale planando su ogni gradino come un ballerino di tip-tap: Tap tap tap tapatà tapatà tip tip tiptip. La tromba della scalinata si prende sul serio e da un piano all’altro lo accompagna nella scesa con un rimbombo sincopato di echi e risonanze che non è mai rumore neanche per caso.

L’ultimo gradino non è nel tip e tantomeno nel tap, avanza, e lui lo supera con un balzo, s’appavimenta con un inchino al portiere di giorno che attende il fine-spettacolo e vorrebbe applaudirlo ma essendo vestito da generale austriaco, con pantaloni da ammiraglio inglese e uosa bianche da dittatore colombiano comanda un “Stia attento, potrebbe inciampare”, consiglia “La chiave la metta in quel piccolo cesto di vimini sul bancone” e precisa “Il ricezionista la deporrà nello scomparto di competenza”.

Ma il potere deve esercitare sempre il suo controllo sull’individuo, misurare l’efficacia del suo esercizio, l’effettività delle sue azioni nello spazio fisico e morale, l’equilibrio temporale tra l’ordine dato ed il comportamento presente e futuro, e al termine dell’inchino – appena rialzatosi – un attacco alle spalle – a sorpresa – “Stanza?”.

Non lo impressiona, neanche se il portiere fosse vestito da cavallo svizzero.

Diomede non si impressiona e arrivato all’altezza del bancone lascia cadere il metallo nel contenitore e, con un certo orgoglio, proclama “244!”.

Era preparato.

Il “generale”, con una certa soddisfazione, conferma “Grazie e buona giornata”.

L’attività di civilizzazione dei clienti d’albergo richiede tempi brevi ed i risultati immediati evitano imbarazzi ed incomprensioni.

Ma non si improvvisa niente.

Una valida organizzazione si misura nella capacità di selezionare le regole giuste e di improvvisare decisioni per casi non contemplati che diventano regole, funzioni e ruoli nuovi che sostituiscono quelli vecchi come i figli fanno con i padri e le novizie con le madri superiori.

Ma c’è chi dispone e chi esegue. Sono tutti nella stessa barca e per tutti valgono le stesse regole epperò i ruoli sono distinti: direttore, vice-direttore, economo, amministratore di mercatistica e vendita, amministratore del reparto camere, amministratore del cibo e bevande, direttore risorse umane, amministratore della ricezione, revenue manager (gestore economo), addetto contabile, addetto commerciale, direttore ristorante, capo ricevimento, addetto prenotazione, ricezionista, aiuto ricezionista e vicericezionista, centralinista non vedente e centralinista mancino, portiere diurno, portiere notturno, facchino, maître (caposala), sommelier, chef de rang (cameriere di rango), demi-chef de rang (mezzo cameriere di rango), commis di sala (comì o aiuto di sala), capo barista, barista in seconda, barista, aiuto-barista, capocuoco, cuoco, aiuto cuoco, pasticcere, pizzaiolo, gastronomo, plongeur (lavapiatti), dispensiere, governante, cameriere ai piani, addetto stireria/lavanderia, giardiniere, addetto manutenzione, autista, magazziniere, generico e, poi, cliente, vice-cliente, moglie del cliente, amante della moglie del cliente, figli del cliente, figli della moglie del cliente, figlia e moglie dell’amante della moglie del cliente, parenti del cliente arrivati per caso fortuito e cani di piccola taglie equamente ripartiti tra tali categorie – ad esclusione di dispensieri e centralinisti – come il griffoncino belga e quello, nello specifico, di Bruxelles, il piccolo brabantino, il chihuahua a pelo corto, il terrier russo, il labradoodle, il tibetan spaniel, l’epagneul nano continentale papillon e l’epagneul nano continentale phalene, il norwich terrier, lo schnauzer nano ed i terribili lhasa apso e yorkshire terrier.

Buona giornata? Era una buona giornata.

Appena uscito dall’albergo Diomede – ancora sazio della performance – controlla nell’ordine: il tempo e trova una luce simpatica di un sole che si prospetta buon compagno di giornata, l’equilibrio della sovrapposizione delle maniche della giacca con quella delle camicia e l’empatia tra il colore delle scarpe e del pantalone. Timbra il controllo con uno sbadiglio. Neanche il tempo di chiudere la bocca che si lancia in uno scatto di tre passi di una finta corsetta e nel viottolo che collega l’edificio con la strada urbana incontra “nero”, “nero” in persona anzi in parola, la parola “nero” intenzionata a discutere, attacar briga, polemizzare.

Il viottolo è fresco, alberato con piante di alto fusto – abeti, pini ed olmi sono quelli più vigorosi, ma anche peschi, bouganville e gerani – e serve a tirare una boccata d’aria prima di spuntare sulla strada principale.

In quel tratto alberato, ogni giorno, si possono incontrare tante parole, anche tre o ventitré o trecentovenitré oppure quattro o cinquantaquattro o cinquecentoventiquattro, di solito sono nei pensieri, ma a volte girano in strada, da sole o si accompagnano a coppie o in periodi grammaticali definiti e si atteggiano a sostantivi, altre volte a verbi e aggettivi e relativi complementi. Quella mattina si poteva incrociare: bianco, bruno, grigio, rosso, giallo ma anche strapuntino, nevrile, cacume, cospetto, licenza, albescente, propinquo, olotipo, epifora, rastremare, granire ma anche putipù, bebbete, tirombolà e lasciaquà. Anche tutte insieme. Invece no, quella mattina una sola: nero.

Le parole quando girano insieme è un fatto buono, quando sono tante è ancora meglio, vuol dire che c’è una diatriba ed ogni parola ha bisogno dell’altra, in una questione ogni parola si confronta e discute con un’altra, chiama in supporto le parole amiche e cerca di trovare un’intesa con quelle nemiche.

Un’ammuina di parole può sembrare sconclusionata ma per un principio di vasi comunicanti e grazie anche all’aiuto dell’interpunzione di virgole, punto e virgole, due punti, punti esclamativi o interrogativi, come i vigili urbani ad un ingorgo, ad un certo punto per fortuna o destino si troverà un equilibrio, un incastro e tutto sarà chiaro.

Il mare in tempesta sembra deforme, obliquo, pieno di buchi, quando si agita per trovare un verso ma a un certo punto, lo stesso mare di prima trova la posizione giusta e si accomoda, diventa piatto, lineare, geometrico.

A meno che non vi sia una interruzione improvvisa del dibattimento.

Una fa la voce grossa, mette i piedi su uno sgabello, e dice alle altre “Zitte!” che è una parola.

Un mormorio rimane e allora quella ripete “Tutte zitte!” che sono due parole e se vogliamo essere precisi accompagnate da un punto esclamativo. Da soli non si va mai da nessuna parte.

Il silenzio pure è solo ma dice tante cose se lo sai ascoltare.

In alcuni casi il silenzio è vigliacco, copre la verità più delle bugie, ma di solito è elegante ed educato, ti fa dire la tua, ti fa parlare.

Da adesso in poi non si parla più, adesso si fanno i fatti, poche parole, velocemente fatti, senza troppe chiacchiere inutili.”

Adesso se vuoi offendere una parola è dirle che si è messa nel mezzo di una chiacchiera. “A me questo non me lo dici! Io… io… non chiacchiero, io discuto!” ti replica urtata.

Un’altra parola, intanto, si fa avanti a dar man forte “a quella dei fatti” e di rinforzo chiarisce “Basta parole! I fatti! I fatti vanno fatti!” volendo dare dimostrazione “di fatto” come le parole sono oziose ed impediscono ai fatti di concludersi: le parole sono perditempiste.

E poi c’è sempre un’altra – quella che vuole sempre trovare un colpevole o quantomeno un capro espiatorio – che apostroferà un “I fatti che non sono stati fatti perché non sono stati fatti?”. Alla domanda le parole si eccitano per intervenire ma ecco che interviene un nuovo “Zitte!”.

Quando, invece, le parole girano da sole è un fatto preoccupante. Danno l’impressione di un insulto o di un ordine senza alternativa oppure di uno slogan tanto per fare una manifestazione. Le parole sole sono un problema. Bisogna trovargli compagnia, metterle insieme ad altre.

Quella mattina la parola “nero” era rimasta sola ed era un problema, le altre non le volevano far compagnia e lei non poteva discutere e lei urlò a Diomede, fresco di ballo e buone intenzioni, che era sola come “una barchetta in mezzo al mare e quale mare non ha importanza perché non me lo dicono. Shebedà”. Così terminò, con questo “Shebedà” e cosa voleva dire non si sa.

di Vincenzo Russo Traetto

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