Nel segno di Tina Lagostena Bassi: mai più violenza sulla violenza

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«Presidente, Giudici,
credo che innanzitutto io debba spiegare una cosa: perché noi donne siamo presenti a questo processo. Intendo prima di tutto Fiorella, poi le compagne presenti in aula, ed io, che sono qui prima di tutto come donna e poi come avvocato. Che significa questa nostra presenza? Ecco, noi chiediamo giustizia.
Non vi chiediamo una condanna severa, pesante, esemplare, non c’interessa la condanna. Noi vogliamo che in questa aula ci sia resa giustizia, ed è una cosa diversa. Che cosa intendiamo quando chiediamo giustizia, come donne? Noi chiediamo che anche nelle aule dei tribunali, ed attraverso ciò che avviene nelle aule dei tribunali, si modifichi quella che è la concezione socio-culturale del nostro Paese, si cominci a dare atto che la donna non è un oggetto. Noi donne abbiamo deciso, e Fiorella in questo caso a nome di tutte noi – noi le siamo solamente a lato, perché la sua è una decisione autonoma – di chiedere giustizia. Ecco, questa è la nostra richiesta.

E certo, io non sarò molto lunga, ma devo purtroppo ancora prendere atto, e mi scusino i colleghi, che se da parte di questo collegio si è trattato in questo caso Fiorella, ma si sono trattate le donne, come donne e non come oggetti, ancora la difesa dei violentatori considera le donne come solo oggetti, con il massimo disprezzo, e vi assicuro, questo è l’ennesimo processo che io faccio, ed è come al solito la solita difesa che io sento. Vi diranno gli imputati, svolgeranno quella che è la difesa che a grandi linee già abbiamo capito. Io mi auguro di riuscire ad avere la forza di sentirli […] e di non dovermi vergognare, come donna e come avvocato, per la toga che tutti insieme portiamo. Perché la difesa è sacra, ed inviolabile, è vero. Ma nessuno di noi avvocati – e qui parlo come avvocato – si sognerebbe d’impostare una difesa per rapina così come s’imposta un processo per violenza carnale. Nessuno degli avvocati direbbe nel caso di quattro rapinatori che con la violenza entrano in una gioielleria e portano via le gioie, i beni patrimoniali sicuri da difendere, ebbene, nessun avvocato si sognerebbe di cominciare la difesa, che comincia attraverso i primi suggerimenti dati agli imputati, di dire ai rapinatori “Vabbè, dite che però il gioielliere ha un passato poco chiaro, dite che il gioielliere in fondo ha ricettato, ha commesso reati di ricettazione, dite che il gioielliere un po’ è un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse!”
Ecco, nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere, infangando la parte lesa soltanto. E nessuno lo farebbe nemmeno nel caso degli espropri proletari – ma questi sono avvocati che certamente non difendono nessuno che fa esproprio proletario. Ed allora io mi chiedo, perché se invece che quattro oggetti d’oro, l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza?
E questa è una prassi costante: il processo alla donna, La vera imputata è la donna. E scusatemi la franchezza, se si fa così, è solidarietà maschilista, perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale. Io non voglio parlare di Fiorella, secondo me è umiliare una donna venire qui a dire “non è una puttana”. Una donna ha il diritto di essere quello che vuole, e senza bisogno di difensori. E io non sono il difensore della donna Fiorella, io sono l’accusatore di un certo modo di fare processi per violenza, ed è una cosa diversa.

Tutto si cerca di sporcare. Questa ragazza, alla ricerca disperata di lavoro – e che lavoro fa? lavoro nero, mentre se andasse per le strade, non avrebbe bisogno di andare per 70.000 lire al mese a lavorare da Giordano, perché tanto era il suo guadagno. Pensate, una violenza carnale ad opera di quattro, durata un pomeriggio, con un sequestro di persona in una villa, viene valutata 2.000.000. Il silenzio della Fiorella valeva 1.000.000, invece.

[…] Ma chi ha mai detto che occorre la pistola, che occorrono le botte? Nel Medioevo, sì, si diceva, quando si parlava, e vi ricordate, la giurisprudenza del decennio scorso, della vis grata puellae. Non siamo più ancorati a provare questa “violenza gradita alla fanciulla” che si ammanta di pudicizia. Nel 1977-78 i costumi sono diversi. Se una donna vuole andare con un ragazzo, ci va, molto più semplicemente, e non si parla di vis grata puellae, né di quella resistenza, anche una bella sentenza, destinata a cadere come le mura di Gerico.
A nome di Fiorella e a nome di tutte le donne, molte sono, ma l’ora è tarda e noi vogliamo giustizia. E difatti questo io vi chiedo: giustizia. Noi non chiediamo le condanne, non c’interessano. Ma rendete giustizia a Fiorella, e attraverso la vostra sentenza voi renderete giustizia alle donne, a tutte le donne, anche e prima di tutto a quelle che vi sono più vicine, anche a quelle povere donne che per disgrazia loro sono vicine agli imputati.
Questa è la giustizia che noi vi chiediamo. Per quanto attiene al risarcimento, già vi ho detto: una lira per Fiorella, questa ragazza così venale, che andava con uomini per soldi, vero? E sulla quale voi butterete fango, butterete fango a piene mani. Bene, questa ragazza così venale vuole una lira, e vuole la somma ritenuta di giustizia devoluta al Centro contro la violenza sulle donne, perché queste violenze siano sempre meno, perché le donne che hanno il coraggio di rivolgersi alla giustizia siano sempre di più».

È il 26 Aprile 1979 e la Rai, per la prima volta, entra con le sue telecamere nell’aula di un tribunale. Mai, prima di allora, un processo era stato ripreso dal vivo.

Penserete che probabilmente sia andato in onda un processo per rapina, furto, o forse omicidio. Ebbene no: il primo processo andato in onda sulla tv di Stato prendeva in oggetto uno stupro.
41 anni fa, in quell’aula del tribunale di Latina c’era Fiorella, vittima di violenza sessuale ad opera di quattro uomini.
A difenderla, c’era l’avvocatessa Tina Lagostena Bassi.

Si tratta di una delle grandi donne del nostro paese, protagonista in numerose pagine di storia che non fanno alcun rumore. Eppure lei, di rumore ne faceva un bel po’: Lagostena Bassi è stata una delle più agguerrite avvocatesse italiane nella battaglia per i diritti delle donne. Una delle prime ad abbattere il muro del silenzio che circonda ogni episodio di violenza.
Ma cosa ha reso davvero grande questa donna?
Tina Lagostena Bassi non si è mai battuta solo ed esclusivamente per la difesa delle sue assistite nei termini della violenza subita, per tutta la sua carriera. Tutte le sue forze si sono sempre dovute moltiplicare per difendere le donne nel momento subito successivo alla violenza: quello in cui in sede processuale, troppo spesso, si tenta di trasformare la vittima in carnefice.
Tina Lagostena Bassi non ha esitato a denunciare quella che per la donna è un’ulteriore violazione di fronte a coloro che come lei indossavano una toga, la quale dovrebbe essere sinonimo di giustizia. Una giustizia che ancora oggi, nei processi per stupro, richiede tempi lunghissimi per essere raggiunta.
La conduzione del processo in difesa di Fiorella, è stato quello spartiacque che ha determinato l’inizio di un faticoso – ancora oggi –  cambiamento culturale, una nuova consapevolezza sul modo in cui le donne violentate divenivano due volte vittime. La prima ad opera dei criminali, la seconda ad opera  degli inquirenti e degli avvocati difensori degli imputati che mettevano in atto strategie difensive volte ad ottenere un giudizio negativo sulla condotta morale della donna: la vittima veniva esaminata nel modo di vestire, di fare e di dire, nel tentativo di evidenziare un chiaro comportamento di “provocazione” nei confronti degli uomini. Quel processo fu un evidenziatore rosso sottolineante i comportamenti miseramente misogini tenuti da imputati e difensori.

All’alba del 2021, è ancora frequente questo tentativo di “carneficizzare” la donna vittima di stupro. È ancora elemento fondamentale l’abbigliamento indossato al momento dei fatti, perché una gonna corta o delle calze autoreggenti possono essere provocatorie.
È ancora fondamentale stabilire se la donna fosse ubriaca, e qualora lo fosse colpevolizzarla.
Si colpevolizza la donna perché “non doveva uscire da sola in un orario così tardo”.
Perché “è troppo espansiva, certi atteggiamenti traggono in inganno”.
Perché “una che esce in quel modo non è altro che una puttana”.
Perché “voi donne siete tutte così, siete tutte delle puttane”.

E giù di domande: “perché, come, quando”. Come se si potesse veramente rispondere al quesito “Hai provato piacere durante lo stupro?”
All’alba del 2021, nessuno risponde ancora con forza alle domande che tutte le donne urlano a squarciagola:
Perché a te, uomo, non è ancora chiaro che nulla ti autorizza a stuprare una donna? Nulla giustifica il tuo gesto, niente di niente.
Perché a te, uomo, deve essere riconosciuto uno stipendio maggiore del mio a pari ore lavorative?
Perché tu, uomo, puoi essere libero di uscire quando vuoi, con chi vuoi, come vuoi.
Perché tu, uomo, puoi scopare con chi vuoi, quando vuoi.
Perché tu, uomo, non hai mai provato la sensazione di paura nel tornare a casa da solo, nell’indossare un vestito più corto, o di non riuscire a difenderti da un’aggressione.
Non sei mai stato colpevolizzato per aver subito violenza, non sei mai stato etichettato per come ti vesti o per come ti poni verso le altre persone. Non sei mai stato fischiato per strada, non sei mai stato soggetto degli sguardi sporchi altrui. Perché tu sei sempre stato un uomo. Soltanto un uomo.

Soltanto
un
uomo.

È il 25 Novembre 2020 e noi siamo ancora puttane. Siamo ancora opportuniste, arrampicatrici sociali, merce da giudicare o vendere a proprio piacimento. Siamo ancora tutto questo e le nostre forze devono continuare a confluire verso l’estirpazione di un pensiero radicato, attraverso la corretta educazione di coloro che saranno gli uomini del domani.
“L’ora è tarda”, disse Lagostena Bassi in quel processo. È nostro dovere arrivare in orario all’appuntamento con la giustizia ed il senso di civiltà.

di Daniela Russo

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