Dite sempre quello che è bene anche se non va a genio ai vostri amici, dite sempre quello che è giusto anche se ne va della vostra posizione, della vostra quiete, della vostra vita”

Mario Borsa

A proferire queste parole, come monito e fervente invito verso i colleghi giornalisti, fu Mario Borsa, giornalista liberale, per tanti anni corrispondente a Londra e poi redattore capo de Il Secolo nonché, successivamente, direttore del Corriere della Sera. Nato nel basso lodigiano, fu ardente promotore della libertà nell’epoca fascista e per le sue azioni, oltre che per le sue parole è diventato simbolo della libertà di stampa in Italia e non solo.
Borsa capì che la vocazione primaria dei “professionisti dell’informazione” non è quella di favorire, pilotare o raccontare “nei limiti”, ma deve essere quella di “dar forma” agli avvenimenti, dicendo ciò che è “giusto”, a costo di mettere a repentaglio posizione sociale, tranquillità personale… e addirittura la vita!

Sì, perché in secoli di divulgazione delle notizie, con l’avvicendarsi di tecniche e tecnologie, finalità primarie e interpreti, il minimo comun denominatore è che chi racconta “troppo” la verità rischia addirittura la morte.

In tutto il mondo, nell’anno che sta per terminare, sono stati uccisi quarantanove giornalisti, a fronte degli ottanta del 2018. A riportarlo è Reporters sans Frontières, sottolineando come questo sia il dato più basso degli ultimi 16 anni. Non è una buona notizia anche perchè è aumentato il dato dei giornalisti in carcere: 389, il 12% in più del 2018. Altri 57 sono tenuti in ostaggio. “Il giornalismo rimane una professione pericolosa” ribadisce l’organizzazione che dal 1995 monitora la libertà di stampa e pubblica un report che racconta le condizioni dei giornalisti nel mondo. Il 2019 registra un abbassamento delle “vittime dell’informazione” del 44%, ma anche una realtà duratura: proporzionalmente ci sono più morti nei paesi di pace (59%) che nelle zone di conflitto. “Per i giornalisti il confine tra paesi in guerra e in pace sta scomparendo. – avverte il segretario generale di RSF, Christophe Deloire – Mentre dovremmo accogliere con favore il calo senza precedenti del numero di giornalisti uccisi nelle zone di conflitto, notiamo anche che sempre più giornalisti vengono consapevolmente uccisi per il loro lavoro nei paesi democratici, il che costituisce una vera sfida per le democrazie da cui provengono questi giornalisti”.

La zona più pericolosa è l’America Latina con un totale di 14 giornalisti uccisi, di cui 10 solo in Messico. Come anticipavamo, dunque, il 2019 è relativamente un anno positivo.

Non potrà esserci anno positivo finché si metteranno, in giro per il mondo, i giornalisti di fronte ad una scelta tra tranquillità e rischio: l’unica vera scelta che ogni operatore dell’informazione dovrebbe poter serenamente perseguire è quella della verità e della libertà che da essa scaturisce. Non potrà esserci anno positivo finché alla casella dei giornalisti uccisi, minacciati, imprigionati, non ci sarà un rassicurante 0. Utopia?
Ci auguriamo di no e portiamo avanti, nel nostro piccolo, la volontà di un’informazione libera e indipendente, che non si pieghi alle “morti minori” del servilismo e del timore, che offenderebbero ancor di più le vite spezzate dei 49 colleghi di quest’anno e degli innumerevoli martiri sacrificati sull’altare della verità negli anni.

di Angelo Velardi

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°201 – GENNAIO 2020

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