Nebbia e “speranza” negli ultimi due anni: per il 2022 ci vuole equilibrio

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Equilibrio Speranza 2022 media
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Dal 2020 ci affacciamo dai nostri balconi o per urlare che andrà tutto bene, o per metterci alle spalle un anno da dimenticare. Tanti sono stati i riti per scacciare questo periodo allucinante. In tutto questo vissuto, abbiamo visto di tutto: divisioni, farneticazioni, estremismi, sofferenze. Sui media la parola “speranza” è usata fino allo sfinimento. Ci vorrebbe equilibrio, invece, per percorrere questo 2022.

Le strade di provincia sono letteralmente attorniate dalla nebbia. Una nebbia causata da un insolita alta pressione in questi giorni di Capodanno. Così mi è sembrato il passaggio dal 2021 al 2022. Chissà, un presagio. Io che ai presagi tengo molto conto, magari impressionandomi troppo perché alla fine abbiamo tutti nella saccoccia un briciolo di scaramanzia. Eppure, la realtà di oggi non ci offre che uno spesso strato di incertezza, di amaro quotidiano. Non ne parliamo quando ci rivolgiamo al futuro, chiedendogli con titubanza che ne sarà di noi. E tutto sembra passare così, senza avere una risposta chiara, con indifferenza disarmante verso la nostra curiosità. Nebbia e basta.

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Le cose che sembravano andare per il verso giusto, hanno ancora virato verso un vicolo sconosciuto: una visione che, per quanto affascinante sia il mistero del destino, di questi tempi sarebbe stato meglio continuare su quella presunta “retta” via. Abbiamo bisogno di sicurezze abbandonando le confort zones. Per quanto paradossale, è necessario. Riacquisire quello stato delle cose prima del CoVid, oppure ricostruire dalle macerie di questi due anni scorsi? Cosa preferiamo tra la nostalgia del tempo che fu e la scoperta continua di un domani? Non appaiono sentieri lineari, ma estremi da scegliere. Dinanzi abbiamo semplicemente, si fa per dire, una scelta. Ed entrambe hanno risvolti positivi e negativi, usando dei termini, ad oggi, di tendenza.

La speranza: questa affascinante sconosciuta

Prendere una decisione nel 2022, in una società come questa, in un contesto come il nostro e in un periodo dove le stratificazioni sociali si sono ampliate a dismisura, potrebbe essere una soluzione. Giusta o sbagliata che sia, fare una scelta oggi è diventata una skill non indifferente, abituati come siamo a rimandare qualsiasi cosa. Significa prendere una propria strada. Vai a vedere se poi, quella strada sia giusta o sbagliata. Il giusto e lo sbagliato, comunque, rimangono concetti assolutamente relativi. Come il bene e il male. Le anomalie sono tante, le anime sempre più distanti. Ci vorrebbe, quindi, una scintilla che spiani il percorso di una luce nuova. Ecco, la speranza. Invocata in politica, in tutti gli ambienti istituzionali possibili e nella vita di tutti i giorni. Almeno dalla fine della seconda guerra mondiale. La parola speranza ha evocato nel corso del tempo una miriade di significati, tutti diversi in base alle situazioni. Ha deluso le aspettative, ci ha premiati. Siamo diventati apocalittici, abbiamo avuto fede. Dal latino sperantia, derivato di “sperare“.

Ogni fine dell’anno aspettiamo la mezzanotte per dare il benvenuto all’anno che verrà. In televisione, vecchie glorie si alternano in playback in un concerto di paese, la tua famiglia è unita, o disunita, o non ce l’hai. Sei comunque fortunato, ti ripeti. Sperare di esserci, sperare di farcela, sperare che quel lavoro sia la svolta alla tua vita, sperare che il professore non ti bocci all’esame, sperare che ci paghino. Sperare, ci è rimasto davvero solo questo? Allora penso che la parola speranza sia diventata come una specie di paracetamolo. Una parola che ti propinano dalla sera alla mattina per farti smettere di pensare a quel che sarà: “Smetti di pensare amico mio, ma non dimenticarti di continuare a sperare!“. Comodo analgesico. Un messaggio su Whatsapp, tu lo apri. È il tuo amico che ti dice di essere positivo. Pufff, smetti di pensare, ora speri di fare un tampone (file permettendo) e di uscire negativo. Siamo come nello Squid Game di Netflix. Omicron Game: vinci se arrivi negativo al 2022. E poi, boh, si vedrà.

Una fotografia del nostro presente

Il nuovo sindaco di New York ha appena giurato a Times Square tra coriandoli, luci e ovviamente mascherine. Un ladro è appena evaso dal penitenziario di Vercelli, tra lenzuola legate e complici pronti a portarlo lontano. Un signore, da ormai trentacinque anni, si butta nel Tevere come rito propiziatorio. Come cambiano le prospettive per ogni essere umano. Una fotografia fresca fresca, appena sviluppata come si faceva al tempo. Lo specchio di quello che viviamo è riassumibile nell’ottimo Don’t Look Up con Di Caprio. In particolare nell’espressione dell’attore che avete visto un miliardo di volte scorrendo la vostra bacheca Facebook. Munch ha fatto scuola. Uno strilla e si contorce le budella per avvisarci del pericolo, gli altri che ormai hanno fatto dell’indifferenza la propria casa. Speranza a me sa tanto di parola abusata fino al midollo, spremuta a vuoto.

Il punto è che non puoi parlare di speranza a qualcuno che ha la nebbia davanti agli occhi. Lo devi prendere per mano, infondergli sicurezza, accompagnarlo ad ogni piccolo passo. Perché qui ci manca l’equilibrio, cara speranza. Forse la parola giusta per inaugurare questo nuovo anno è proprio equilibrio. Nella fitta nebbia di questo anno che è già qui ci vuole equilibrio, una mano che ci aggiusti e ci prenda in tempo se cominciamo a traballare. E non è detto che questa mano salvatrice non sia proprio la nostra. Non è detto neanche che stavolta, a sorpresa, la parola speranza non si avveri per davvero.

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