N:EA, la didattica sociale inclusiva per i bambini rom nella periferia est di Napoli

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Informareonline- EA
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N:EA, Napoli:Europa Africa, è una Onlus che agisce nella cooperazione internazionale e dello sviluppo umano, riconosciuta dal 2002 come ONG dal Ministero degli Affari Esteri e dall’Unione Europea. Nasce a Napoli nel 1987 dalla lunga esperienza di lavoro in Africa dell’architetto Fabrizio Caròla.

Marisa Esposito, presidente dell’associazione, ha raccontato la nascita e l’evoluzione di questo progetto. «Abbiamo espresso come N:EA la volontà di condividere questo spazio con diverse associazioni. La nostra è un’ex struttura scolastica abbandonata. Dalla chiusura delle scuole siamo partiti con l’attività di didattica sociale. Lavoriamo con questo campo rom da dieci anni, ci occupiamo di vaccinazioni e istruzione».

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I bambini presenti durante il servizio erano delle elementari, quelli delle medie lavorano a distanza in collaborazione anche con la scuola Rodinò. N:EA manda un operatore nel campo che li segue e li aiuta sul piano tecnico, mentre un’operatrice da remoto si occupa del lato didattico.

I più piccoli invece non riuscendo a tenere i ritmi della DaD, fanno la cosiddetta didattica sociale: distanziati, nel pieno rispetto dell’ambiente e delle misure anticovid. Stare connessi tutti è difficile, gli iscritti sono 35 in una scuola primaria, molti ancora devono tornare dalla Romania, qualcuno invece se n’è andato: praticamente un terzo degli alunni non segue le lezioni.

«Maestri di Strada, comunità di apprendimento e di azione di sostegno ai giovani che vogliono uscire dalla condizione di esclusione, opera molto sulla zona di Ponticelli e San Giovanni, noi lo facciamo con i ragazzini stranieri, loro invece con i ragazzi napoletani a rischio».

La periferia est di Napoli è quella più vivace, più attiva socialmente. Marisa dice: «Un unico intervento è stato fatto dal comune di Napoli, portando dei pacchi, uno l’ha fatto la comunità di Sant’Egidio, per il resto se n’è occupata la N:EA e la Caritas. Le istituzioni non sono presenti, non attuando nessun piano di recupero socioeconomico delle periferie».

Forse anche per questo chiudere le scuole non è un gesto automatico in tutti i territori, non è scontata la sopravvivenza. Parlando della grande mobilità delle comunità, Marisa rivela che «molti di loro vanno anche via, tra Inghilterra e Francia, soprattutto in questo periodo.
Hanno subito anche loro gli effetti della crisi. A scuola i bambini sono integrati – continua la presidente – Fuori no, salvo qualcuno. In una scuola dove ero dirigente una mamma rom diventò addirittura rappresentante di classe, quando invece la stabilità diviene sempre più rara è difficile parlare d’integrazione».
Non è tanto più il comune denominatore delle comunità la poca sedentarietà, basterebbe un buon inserimento sociale e lavorativo. Il loro obiettivo è sempre quello di tornare in Romania, si fanno sacrifici per tornare da benestanti nel paese d’origine. L’ostacolo maggiore? «Il pregiudizio. Molte famiglie si mostravano completamente ostili alla presenza di questi ragazzi e soprattutto non volevano capire perché si arrivasse a fare progetti del genere. Il diritto alla vita, a una casa, al cibo e all’istruzione dev’essere uguale per tutti».

di Matteo Giacca

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°212
DICEMBRE 2020

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