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Un’importante riflessione da parte del dott. Catello Maresca, in questo momento estremamente difficile per il nostro Paese. È questo il momento di farsi coraggio, un coraggio sovrumano come afferma Maresca, che ci servirà per superare insieme questo periodo tremendo. Ciò non dovrà però accecarci dopo l’emergenza, quando dovremmo avere il coraggio di trarre le conclusioni sulle responsabilità di ciò che è accaduto, con un giudizio fermo su quei ciucci e presutuosi di cui tanto soffre il nostro Paese. Riportiamo, quindi, la riflessione del magistrato Catello Maresca pubblicata su Juorno.it

Ed il mondo si fermò. All’improvviso si fermò. Così da consentire agli uomini di guardarsi dentro un po’. E l’uomo scoprì di avere molti più difetti di quanti immaginasse.
Se ne potrebbe scrivere un trattato di numerosi tomi, ma il difetto, della cui gravità personalmente avevo trascurato gli effetti, è l’approssimazione. Non il concetto tecnico matematico che, in realtà, rappresenta qualcosa di positivo, e cioè una rappresentazione di una qualche grandezza che, pur essendo fatta in modo inesatto, è tuttavia abbastanza precisa per poter essere di una qualche utilità pratica. No, non quello ma il significato comunemente acquisito, per estensione direi, e cioè l’essere approssimativo, l’imprecisione, la superficialità, l’inesattezza o, addirittura, la negligenza. Tutte caratteristiche che sostanzialmente prescindono dalla preparazione tecnica e dalla capacità di intervenire tempestivamente. O peggio ancora proprie di chi dà per scontato di averle, senza che intervenga nessun elemento oggettivo di riscontro, nè base scientifica a sostegno. Ecco, per non menarla a lungo, ve lo spiego con una espressione  molto in uso dalle nostre parti: i ciucci e presuntuosi. Quando ho iniziato la mia battaglia contro la criminalità organizzata della provincia di Caserta, contro il clan dei casalesi, allora considerata una mafia potentissima e pericolosissima, ero giovane, inesperto ed avevo tanta paura. Ma i miei maestri, che si chiamavano Franco Roberti e poi Cafiero De Raho, mi hanno subito fatto capire il metodo da utilizzare.

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La strategia dell’equilibrio

L’ho dovuto imparare velocemente per non rischiare di essere travolto dagli eventi, che all’epoca avevano le facce minacciose dei Setola, degli Zagaria, degli Schiavone. E, nel tempo libero (ça va sans dire, si fa per dire) dei Mazzarella, dei Sarno o dei La Torre di Mondragone. Gente dal pedigree criminale ragguardevole, protagonisti di centinaia di omicidi e tanto spietati da essere capaci di avvelenare la propria terra e i loro concittadini.
Un metodo sì, in altri termini una strategia, quella che lo Stato dovrebbe sempre avere nella lotta al crimine organizzato, ma in assoluto ad ogni male che minaccia le comunità.
La mia, la nostra, strategia è stata l’equilibrio. Quel sottile equilibrio che si crea attraverso un mix di competenza, passione e rapidità di intervento. Praticamente il contrario della approssimazione. Devi intervenire prima di tutto con cognizione di causa, devi conoscere il tuo nemico, lo devi studiare, senza delegare. Il che significa che ti devi mettere tu a faticare, a sgobbare sui libri, a cercare di capire, non ti puoi, nè ti devi fidare di quel che ti dicono, o almeno lo devi sempre sottoporre a vaglio critico. Anche quando a riferirtelo sono i cosiddetti tecnici.

La figura del tecnico

Peraltro, soprattutto sui fenomeni nuovi, improvvisi ed altamente aggressivi, i veri tecnici sono pochi, poiché le basi scientifiche sono ancora traballanti. E per essere un bravo tecnico non basta una laurea o una medaglia qualunque appiccicata da qualcuno sul petto. In ogni settore ci sono tecnici e tecnici. La capacità, la bravura sta proprio nel selezionare ed assoldare il tecnico giusto. Ma anche per fare questo ci vuole competenza!
A volte ci vuole anche intuito e coraggio. Tutti ingredienti necessari per guardare aldilà del titolo e delle apparenze. Per essere avveduti e lungimiranti. Poi ci vuole la passione. È un elemento imprescindibile. È quello che ti fa superare gli ostacoli che ti sembrano insormontabili. Devi metterci il cuore come si dice comunemente. È quell’amore per il prossimo che ti fa andare avanti sempre, fino allo stremo delle forze, anche quando tutto e tutti ti suggeriscono di mollare. Ed, infine, la rapidità che non sembra, ma rappresenta il problema forse più serio. Mia mamma mi diceva fin da piccolo che “a pittare sono bravi tutti”, riprendendo credo un detto popolare. Ho capito con la maturità cosa intendesse.

“Noi siamo in battaglia”

È come quel cecchino che è infallibile in allenamento, ma che non riesce a mantenere la freddezza e la concentrazione necessaria nella concitazione della battaglia.
Ecco, noi siamo stati in battaglia e lì abbiamo imparato a combattere. L’esperienza che si fa sul campo ti dà quella sicurezza e quella capacità operativa che serve nei momenti drammatici. Quando quasi non c’è neanche il tempo di pensare, devi agire e basta e non c’è margine di errore.Devi prendere le decisioni giuste e farlo rapidamente. Non c’è spazio né per tentennamenti, né tantomeno per ripensamenti. Non c’è bisogno di scomodare i Classici, ma talvolta si farebbe bene almeno a conoscerli, per cogliere le doti di un buon condottiero e la sua capacità di essere leone, volpe e centauro. Dove il leone simboleggia la forza, la volpe l’astuzia, il centauro la capacità di usare la forza come gli animali e la ragione come l’uomo.

Quali sono le doti del politico?

Abbiamo dovuto imparare la virtù del condottiero che è l’insieme di competenze che servono per relazionarsi con la fortuna, cioè gli eventi esterni indipendenti dalla sua volontà. Il compito di rendere giustizia in momenti drammatici ha molto di politico, inteso come servizio per la collettività. La virtù è un insieme di energia e intelligenza: il “principe” deve essere acuto, ma anche efficace ed energico. La virtù del singolo e la fortuna si implicano a vicenda: le doti del politico restano puramente potenziali se egli non trova l’occasione adatta per affermarle, e viceversa l’occasione resta pura potenzialità se un politico virtuoso non sa approfittarne. Questa tragedia che stiamo vivendo, purtroppo mi fa pensare proprio al peso che si deve sopportare quando si devono prendere decisioni senza essere leoni, né centauri. E pensare ai poveri soldati. È come sentirsi senza comandante, smarriti sul campo di battaglia. Sai che dovresti combattere, ma ti senti mancare le forze. Ti dicono che ti devi fidare, ma purtroppo la tua mente è diffidente. Ed il tuo cuore ancor di più. Vorresti fare gruppo, ma ti senti solo coi tuoi pochi compagni, vi guardate negli occhi e leggete solo lo smarrimento reciproco.

“Facciamoci forza”

Ecco, ci si sente così. Ma poi cerchi di farti forza e di fare forza, lo fai per i figli, per i cari, per gli amici. Sai che ti viene chiesto uno sforzo inumano, ma lo devi fare, non perché te lo chiede il comandante, ma perché è così. Non sarebbe dovuto accadere. Non sai neanche con chi te la dovresti prendere. Non è giusto, ma è così. È così e basta!
Per farti coraggio, per convincerti, per andare avanti, però, ti dici che non succederà mai più, che mai e poi mai seguirai un comandante senza esperienza che, nella migliore delle ipotesi, non sa scegliere i tecnici giusti e che rischia di distruggere tutto, di portare tutti al massacro. Ma, poi, in un modo o nell’altro l’emergenza passerà, lo racconterai con un residuo di rancore ancora per un po’, ne parlerai con gli amici sopravvissuti al bar, col tempo ti resterà solo un brutto ricordo. Poi sarai preso dalla quotidianità, gli esperti, quelli veri, torneranno ad essere messi da parte e tutto tornerà come prima, in attesa della prossima calamità“.

di Catello Maresca

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