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Mimmo Borrelli è considerato, dai massimi esperti di drammaturgia e teatro, tra i migliori drammaturghi e attori del teatro contemporaneo. Napoletano d’origine e fortemente legato alla sua terra, vincitore di numerosi premi, tra cui il celebre “Premio Riccione”, abbiamo colto l’occasione di intervistarlo grazie alla presenza di un suo spettacolo alla Prima edizione della rassegna di spettacoli “Antro 2021” nei luoghi del Parco Archeologico dei Campi Flegrei.

Torna in scena al Castello Aragonese di Baia con lo spettacolo “Napucalisse”, accompagnato dalle musiche dal vivo di Antonio Della Ragione. In scena solamente lui, la sua voce e le sue movenze che danno vita alla vera essenza del testo ovvero: il Vesuvio creatore e distruttore ed il napoletano così simile al suo territorio.

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Dopo questo periodo di pausa e questa difficoltà di ripresa, perché proprio ora portare in scena uno spettacolo come Napucalisse?

«Il teatro risponde sempre con qualcosa di presente, legata alla contingenza degli avvenimenti. “Napucalisse” è uno spettacolo che io porto in scena ormai da otto anni, con una facilità di respiro rispetto agli altri testi.

Le mie opere sono “enormi” per tutta una serie di presenze, di attori: questa è la versione di un’opera che scrissi per il San Carlo di cui feci una rivisitazione che poi portai in tutta Europa per il semplice motivo che era sia efficace, ma anche facilmente riproducibile.

Dunque, in questo momento storico, nella quale è difficile provare e programmare altre cose, ho deciso di riprendere qualcosa dal mio repertorio. Anche perché queste opere, nel corso del tempo, hanno raccolto un’infinità di consensi e di premi, seppur la visibilità sia stata minima poiché in pochi hanno realmente visto.

Per questo motivo sto riprendendo questo spettacolo: per la facilità di impatto immediata e per la facile fruizione. Per altre mie opere ci vuole anche una determinata atmosfera e particolari scenografie, mentre “Napucalisse” può andare dappertutto».

Il titolo dell’opera rimanda ad una visione apocalittica della città di Napoli: anche le cose positive che vengono citate è come se fossero un’arma a doppio taglio. Perché questa dualità? È la caratterizzazione della città partenopea?

«Quando ebbi questa commissione del San Carlo nel 2010, volevano farmi scrivere un’oratoria. Venne in mente, a me e a Battistelli, di far sì che fosse il coro protagonista di quest’opera in tutto e per tutto, per la prima volta nella storia. Pensando al coro, dunque a qualcosa di grande come il mare, mi venne incontro una leggenda che mi spiegò un contadino di Somma Vesuviana.

La leggenda narra che il Vesuvio altro non fosse che un’opera di Lucifero che, cacciato via dal Paradiso, mentre cadeva, incastrata la coda nella terra, formò il Vesuvio.
Questo tipo di leggenda, mi ha fatto poi riflettere su cos’è il Vulcano in generale e quindi andai a riprendere nozioni di geologia nella quale si spiega che è il “creatore della vita sulla Terra” poiché dopo l’eruzione vulcanica e le conseguenti piogge torrenziali, i primi batteri prendono vita. Quindi c’è una vitalità enorme dovuta però ad un’eruzione continua: in questa bivalenza per me c’è il napoletano per eccellenza».

Napule je nun me ne fuje, Napule je stong cca”. L’intensità delle parole e la loro profondità: quanto è importante scindere l’emotività da questo testo come, in generale, in tutte le tue opere?

«L’attore ha un compito: interpretare e far rivivere le declinazioni dell’animo umano. Se noi andiamo in scena e fingiamo, il teatro non ha senso e non ha senso che sia finanziato dallo Stato perché non si va a compiere il giusto mestiere. Bisogna prendere la realtà, andarla ad analizzare ed imitarla.

Ad esempio: “come piangeva mio nonno quando è morta mia nonna?”, io lo so; e se vado ad estrapolare quelle emozioni e mi faccio prendere, lo ripeto nel tempo e ad un certo punto vivo il lutto, lo prendo sulle spalle e lo porto in scena.

Questo è il compito dell’attore. Perché si dice che i napoletani siano così espressivi? Perché sono un popolo talmente addolorato, violentato dalla realtà così folle che deve per forza formalizzarla in modo grottesco per sfuggirne. Anche se, poi, nella realtà dei fatti non è proprio così perché c’è una cura del lavoro davvero assurda.

Io in scena cerco di diventare il Vesuvio, anche se in quel momento io non penso di diventarlo, anzi: in alcune sere meno penso a quello che sto facendo, meglio riesco nell’interpretazione e puntualmente piango sempre nello stesso punto.
Questo accade perché ho così formalizzato la cosa che l’organicità mi ha portato all’emozione: e qui si chiude il cerchio».

di Luisa Del Prete 

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°221 – SETTEMBRE 2021

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