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È presso la Sala Teatro Ichos di Napoli che, sabato 26 Febbraio, andrà in scena “Bella da Morire”: una dark commedy interpretata da Adele Pandolfi, scritta da Tiziana Beato e Antonio Mocciola, con la regia di Pier Paolo Palma supportato da Giorgia De’Conno.

Dietro la leggerezza del titolo si cela un testo ridondante, carico di energia e potenza emotiva. Un’opera struggente contestualizzata in un periodo storico pregno di sofferenza, periodo in cui i decessi hanno inondato il nostro Paese, la nostra terra. A farla da padrona, negli ultimi due anni, infatti è stata proprio Lei: la Signora morte.

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La pandemia ci ha fatti interfacciare con l’ansia, il timore. La morte l’abbiamo vista sfilare a Bergamo, nelle corsie d’ospedale e non c’è stato pertugio del mondo che non sia stato spettatore “dell’ultimo sospiro”. Un atto di coraggio quindi quello dei due autori: penna temeraria, animo nobile.

La trama

Anna Sole è un’artista, un’esperta di make-up, ma nella sua borsa i pennelli non servono ad illuminare il volto di una neosposa o una modella. Anna Sole è specializzata in Tanatoprassi: trattamento estetico delle salme prima delle esequie.
La sua è una missione, una vocazione, fatta di dignità e rispetto nei riguardi dei clienti.
Il suo titolare, Uttimo, cinico e squallido proprietario delle Onoranze Funebri, le ha conferito- tra le tante incombenze- l’occasione di rendere i morti presentabili per il commiato finale.

Nell’aprire la sua borsa però, Anna Sole tira fuori punti di vista esclusivi e divertenti, analisi irriverenti e riflessioni profonde. Anna Sole scardina con dolcezza e coraggio tutti i nostri meccanismi di difesa e negazione, i riti e le superstizioni del più grande tabù della nostra società.

Ad indossare le vesti di Anna Sole c’è Adele Pandolfi: un’artista a tutto tondo, attrice versatile, ha calcato le scene cinematografiche, quelle televisive; apprezzatissima a teatro. A Magazine Informare ha concesso le sue preziose dichiarazioni.

Da artista navigata, come è stato recitare un testo decisamente forte, introspettivo, da sola, senza una “spalla” sul palco?

«Non è la prima volta che mi cimento in un monologo, l’ultima volta ho interpretato “La quinta ora” di Anna Mazza. Puntualmente mi ripropongo di non “ricaderci” data la difficoltà ma una volta entrata in scena tutto, improvvisamente, scorre fluido. Sul palco sei solo, senza rete, senza un compagno che possa correrti in soccorso nel caso in cui ci sia un vuoto di memoria (…che poi é quella la bestia nera dell’attore: la memoria). Col monologo devi essere concentrato, basta un rumore, uno squillo e tutto può vanificarsi. Per fortuna non è mai accaduto. Incrociamo le dita per le prossime esibizioni».

Direttamente o indirettamente, la morte tocca tutti. Per una performance perfetta (performance alle quali lei ci ha abituati) ha temuto un coinvolgimento emotivo?

«Ebbene sì, il coinvolgimento emotivo c’è stato. La prima settimana ho avuto difficoltà. Avendo subìto un lutto, si é innescato un meccanismo di rifiuto rispetto all’argomento poi però, inaspettatamente, é come se questa opportunità mi avesse giovata; è stata una sorta di catarsi e quindi sono andata oltre. In quell’esatto momento ho capito che avrei sfoderare le mie armi da attrice. Dovevo estraniarmi. Anche se poi – devo ammettere – è arrivato tutto in maniera estremamente naturale».

Qual è la parte del monologo che sembra le sia stata cucita addosso?

«Anna Sole non mi appartiene caratterialmente ma, sul finale, l’ho sentita molto affine si miei pensieri. Ecco…quando parla con la vecchina tira fuori un’essenza sognante, onirica. Insomma mi sta simpatica. È un personaggio che ho amato, nutro tenerezza.

Il connubio testo toccante ed interpretazione impeccabile ha contribuito a scatenare un turbinio di emozioni. Io, personalmente, ho sorriso ed inaspettatamente, sul finale, mi son concessa qualche lacrima (e guardandomi intorno non sono stata l’unica)».

Sulla base della sua esperienza artistica era certa di trovarsi difronte ad un pubblico così emotivamente coinvolto?

«Mi fa piacere abbia sorriso. Ne resto sorpresa. In realtà la mia impressione è stata quella di essermi imbattuta in un pubblico “freddo”; impressione caduta poco dopo. In realtà era un pubblico attento che, in silenzio, attendeva il susseguirsi delle scene. Dal palco ho avuto una percezione totalmente diversa; ho temuto addirittura di non essere accettata, di aver toccato corde scoperte. Insomma un argomento ostico; si é parlato di morte in un momento delicato, un momento in cui ha campeggiato la morte. Ho sbagliato. Il mio pubblico era semplicemente catturato».

Ironica, eclettica, poliedrica: Tiziana Beato incarna l’artista fuori dagli schemi, sopra le righe ma sempre nell’incastro giusto; mai scontata ma mai di disturbo alle menti con una levatura cultura di rilievo.

È lei, in collaborazione con Antonio Mocciola, ad averci tenuti attaccati alla poltrona, immersi nei meandri della nostra coscienza ed è Lei che con estrema gentilezza si è sottoposta alla mia curiosità concedendomi l’onore di nutrire la nostra curiosità.

Da cosa nasce il desiderio di portare in scena un tema così crudo e spiazzarci tutti con queste pennellate ironiche di colore?

«Il tema della morte effettivamente è un tema da evitare e quando se ne tratta si evidenzia naturalmente il lato doloroso e misterioso. Ho sempre avuto paura della morte e per esorcizzarla ho scovato quegli aspetti e quelle reazioni popolari che loro malgrado sembrano risultare comiche, addirittura surreali».

Un testo profondo, adatto a tutti ma sostanzialmente per pochi. Quanta attenzione si è prestata alle parole pur di non urtare la suscettibilità altrui?

«Il testo è stato scritto con la collaborazione di Antonio Mocciola. È stato proprio Antonio a dare un senso delicato e onirico al testo. Per quanto ricercato il testo per fortuna lascia comunque all’inizio lo spettatore attonito. Per prima lo spettatore sente imbarazzo a dover affrontare il tema della morte e a sorriderci, è quasi terapeutico. Inoltre la protagonista è una Makeup artist che quotidianamente lavora con i defunti da truccate e imbellettare per il loro Ultimo viaggio: in realtà questo è un messaggio positivo e di sfida alla morte stessa. Se dovesse arrivare noi saremo pronti, belli e soprattutto con una vita vissuta poiché se c’è un conto da pagare in questo caso preferiremmo che sia salato».

La vostra sensibilità è palpabile, ogni singola parola è un concerto di emozioni. La scelta di “accattivare” con tratti ironici è stata volontaria oppure la vostra sinergia vi ha condotto in un’unica direzione ovvero portare in scena quella che è la vostra reale visione della morte?

«Io e Antonio siamo accattivanti di natura. È stato facile seguire la direzione dell’ironia e del paradossale. È stato da sempre il nostro gioco preferito quello di trattare argutamente e con ilarità la realtà circostante perché alla fine c’è sempre un aspetto comico in ogni evento della nostra vita».

Cambiereste qualcosa o dopo averlo visto in scena o siete ancora più convinti che il testo sia perfetto così?

«Non cambierei nulla. Il testo si è arricchito attraverso la regia di Pier Paolo Palma che ha lavorato sulle parole e sul corpo e soprattutto grazie ad Adele Pandolfi. Oggi più che mai è stato consolidato un lavoro di recitazione intenso e condiviso».

La verità è che – come disse Seneca – Non è la morte che ci fa paura, ma il pensiero della morte.

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