Napoli, al Museo Madre aperte le mostre “Ferdinandea” e “Bellezza e Terrore”

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Per l’estate al Museo Madre di Napoli nel segno della storia e della memoria si sono aperte a partire dal 24 giugno le mostre ‘Clément Cogitore – Ferdinandea‘, una anteprima internazionale; e ‘Bellezza e Terrore: luoghi di colonialismo e fascismo‘, a cura della direttrice artistica del museo di arte contemporanea Kathryn Weir.

Ferdinandea è un nuovo corpus di opere dell’artista francese Clément Cogitore, presentato in anteprima internazionale al museo Madre fin al 12 settembre, in cui l’artista francese indaga, attraverso film in 16 mm, video, fotografie e documenti storici, sull’emergere e l’inabissarsi di un’isola vulcanica effimera apparsa nelle acque del Mediterraneo tra la Sicilia e la Tunisia nel 1831. Frutto di un’eruzione sottomarina, l’isola divenne rapidamente teatro di rivalità geopolitiche, prima di scomparire nuovamente dopo appena sei mesi dalla sua prima apparizione. Oggi, dormiente otto metri sotto le onde, Ferdinandea potrebbe in qualsiasi momento riemergere a seguito di un’ulteriore attività sismica.

La Mostra è stata realizzata con fondi POC (Programma operativo complementare) 2021 Regione Campania.

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Bellezza e Terrore, affrontando temi come colonialismo e fascismo, razzismo e violenza – che negli ultimi anni sono drammaticamente tornati al centro del dibattito internazionale- esplora, attraverso gli occhi di artisti, teorici e critici contemporanei, una concomitanza geografica e temporale tra storie mai raccontate insieme. Nuove produzioni riflettono sul contenuto, sull’estetica e sul significato di alcune tracce narrative e storiche: dalle immagini raccolte nel suo archivio fotografico personale da Hillmann Landwehr, agente della Nazi Intelligence in Campania dal 1942 al 1943, agli atti e materiali relativi all’istituzione della “Mostra d’Oltremare” a Napoli il 9 maggio 1940 e alla sua chiusura, un mese dopo, quando l’Italia entrò in guerra. Tra le storie raccontate anche quella di sessanta tra donne uomini e bambini, trasportati dall’Etiopia, dalla Somalia e dall’Eritrea e costretti a partecipare alla costruzione della mostra e poi a figurare nel suo “villaggio indigeno”.

La mostra è stata realizzata in collaborazione con il Goethe-Institut di Napoli.

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