EDITORIALE – La morte non deve cancellare una vita da camorrista

arrestato camorra

La camorra ha sempre goduto di una strana forma di rispetto, anche dalla parte sana della società che, per paura o altro, tende ad avere un atteggiamento di ossequio o di indifferenza che, nei fatti, aumenta la forza dei clan.

La prova di questo ingiustificato “rispetto” si ha sempre quando muore un boss o comunque una figura carismatica e rappresentativa dei clan camorristici ed è successo anche in questi ultimi tempi, quando a morire è stata Anna Mazza, meglio conosciuta come la vedova Moccia, la prima donna a essere arrestata per reati legati all’associazione camorristica e mafiosa.

Per chi non conoscesse la sua storia, è bene ricordare che era soprannominata la “vedova nera della camorra” o anche “a signor’” da chi, nella sua città d’adozione, Afragola, non osava neanche nominarla. Dopo la morte, per mano dei clan avversari, del marito, Gennaro Moccia, stando ai risultati delle numerose indagini, prese in mano le redini del sodalizio criminale che è poi cresciuto fino a diventare uno dei più importanti dell’intera area a Nord di Napoli e spingendo poi i suoi interessi anche nel casertano e nel basso Lazio e arrivando addirittura a Roma come dimostrano le inchieste di qualche mese fa che hanno portato a sequestri milionari. Ha messo in piedi un clan matriarcale in cui un figlio, Angelo Moccia, è stato ucciso, mentre altri due, Luigi e Vincenzo, hanno avuto e hanno diversi problemi con la giustizia; più defilata la posizione dell’altro figlio, Bruno, il cui nome, comunque, è entrato in alcune indagini. Coinvolta, in qualche modo, anche la figlia, Teresa, visto che il marito, Filippo Iazzetta, è stato arrestato.

Una figura di primo piano nello scenario criminale napoletano e non solo, quindi, tanto che il suo nome ritorna spesso quando si prova a ricostruire la storia della camorra e anche Saviano ne ha ricordato la storia in Gomorra.

Nelle ore e nei giorni successivi alla sua morte, avvenuta per cause naturali, al di là dei commenti pieni di riverenza che si sono immediatamente diffusi sui social, oltre che nelle strade e nelle piazze delle città controllate per anni dal clan, c’è stata una cosa che mi ha colpito e che ho sentito l’esigenza di denunciare con un comunicato stampa: la concessione dei funerali pubblici, anche se in un orario insolito, le otto di mattina, ma, soprattutto, il fatto che quei funerali si siano tenuti in Chiesa, nonostante la presa di posizione del Cardinale Sepe che, nel 2011, aveva vietato i funerali cattolici per camorristi e malavitosi in genere.

Quella mia presa di posizione, che a me pareva ovvia, scontata, ha suscitato, immediatamente, una serie di reazioni scomposte da parte di chi non riesce a vedere i camorristi per quel che sono: gente che rovina i nostri territori e che dovrebbero essere isolati sempre, in vita e dopo la morte. E, tra coloro che hanno sentito il dovere di contestare la mia posizione, ci sono stati anche il figlio, Bruno Moccia, e la nipote della vedova Moccia, Annarita Iazzetta. Entrambi, seppur con alcune differenze, mi hanno contestato ricordandomi che la signora defunta non era mai stata condannata, in via definitiva, per reati di camorra, facendo capire che anni di indagini della magistratura e di inchieste giornalistiche erano basate sul nulla.

E, se la nipote chiamava in causa avvocati e la mancanza di sentenze passate in giudicato, il figlio è andato oltre, offendendo me e mia madre, che non c’entra nulla con questa storia, e scrivendo commenti che mi hanno spinto, sollecitato dallo stesso questore di Napoli, De Jesu, che ringrazio per la vicinanza, a presentare una denuncia alla Digos.

Ringrazio il direttore Morlando e la redazione di Informare, sempre pronta a denunciare i clan, per avermi invitato a raccontare questa storia che, secondo me, è importante ricordare perché rappresenta quel clima di connivenza nel quale prolifera la cultura camorrista e che va combattuto perché finché la parte sana della società non isola del tutto i camorristi, tutti i tentativi per sconfiggere questa gentaglia sono destinati a fallire. È per questo che non dobbiamo mollare di un millimetro, anche perché i nipoti della vedova Moccia, così come tanti altri rampolli di clan, hanno “ripulito” le loro facce e potremmo ritrovarceli a essere classe dirigente o rappresentanti istituzionali e i danni sarebbero devastanti visto che tutti i territori dove la camorra ha posato la sua attenzione sono stati distrutti o hanno visto rallentare o fermare del tutto qualsiasi ipotesi di sviluppo e crescita.

di Francesco Emilio Borrelli
Consigliere regionale dei Verdi

Tratto da Informare n° 175 Novembre 2017

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