È giusto precisare che il lavoro della prof.ssa Capriglione è stato donato ai suoi amici e lettori, pertanto, ringrazio personalmente Jolanda per la sua generosità. L’intensa immagine di copertina è stata elaborata da Marco Abbamondi e la prefazione è stata curata da Luca Signorini.

Una prima frase che mi ha colpito della prefazione è la seguente: “L’amicizia è un valore cardine, è la stella polare che guida la vita artistica di Duke, non fosse altro che per un dato fondamentale che Jolanda sottolinea: il lavoro della band era creare musica insieme, prima ancora che l’esibizione pubblica”.
Quando si prova a parlare, scrivere, commentare di jazz e di figure come Duke Ellington, è normale che tremino le gambe, ma forse la risposta ce la serve sempre Luca Signorini: “Così accade quando si parla di miti, e le musiche diventano mitiche, per usare un termine abusato dai più giovani, quando chi le suona sembra crei al momento. La loro bellezza rende inutile chiedersi il chi, il quando, il dove quel brano sia stato concepito”.

Perché citare il brano “Mood Indigo” tra i tanti? Senza svelare troppo, invitandovi alla lettura dell’intero lavoro, cito la stessa Jolanda Capriglione: “Anche Duke ebbe problemi con i suoi temi tanto pensosi e ricchi di pathos come la splendida Mood Indigo o In My Solitude. La band era però ormai consolidata e tanto ben amalgamata da poter affrontare qualunque novità: erano dei grandi professionisti in grado di fare ad alto livello musica, quale che fosse la musica…Il contributo di Duke in questo senso fu davvero enorme, a cominciare dall’invenzione di quella jungle music che tanto scandalizzò sua madre, ma che impressionò fortemente il pubblico, ricca com’era di timbri e colori, anche se qualche critico reagì con la brutalità propria dei razzisti invitandolo a tornare in Africa!

Di fatto, era solo il risultato degli effetti growl di trombone e tromba che ricordavano un lamento notturno nella jungla, o, almeno, quello che essi pensavano fosse un lamento nella jungla perché nessuno di loro né i loro ascoltatori avevano mai visto una jungla. Forse era anche questo un modo per riaffermare l’orgoglio della propria negritudine, come lo era la Liberian suite…”. E come dice la stessa Jolanda: “E allora che Africa sia!”. Buon ascolto.

di Angelo Morlando

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°214
FEBBRAIO 2021

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