mons-piazza-ai-giovani-siate-sentinelle-del-creato-nessuno-basta-a-se-stesso

Mons Piazza ai giovani: “Siate sentinelle del Creato. Nessuno basta a sé stesso”

Fernanda Esposito 02/03/2022
Updated 2022/03/02 at 4:05 PM
12 Minuti per la lettura

“Siate sentinelle del Creato. Nessuno basta a sé stesso”: il grido di Mons Piazza ai giovani

In copertina Marc Chagall con “La creazione dell’uomo”, una scelta carica di suggestioni che la dice lunga su quanto sarà offerto al lettore nella dinamica delle riflessioni e spunti che animano questo importante libro di Mons Piazza, a cura del Centro editoriale Lumen Gentium della Diocesi di Sessa Aurunca.

L’opera inaugura la collana “I Dialoghi del Pronao” e affronta un tema scottante al centro del dibattito di tutti: l’insostenibilità dello sviluppo. Il testo pone una questione molto impegnativa tra la natura e la storia e sulla condotta dell’essere umano che è chiamato ad essere custode del creato ed è chiamato anche a servirsene.

Un percorso molto interessante quando parla dello sfruttamento delle risorse e il forte individualismo dei nostri tempi. Emergenze che arrivano da lontano e che riguardano il rapporto stretto che c’è tra ecologia ed economia, tra inquinamento ambientale e povertà, tra sistemi economici finanziari perversi e cultura dello scarto.

A cinque anni dalla pubblicazione della Laudato Si’, sul magistero di Papa Francesco, scopriamo qual è la visione del Vescovo Piazza, il suo appello ai giovani e il suo approccio nell’affrontare la complessa questione.  

informareonline-mons-piazza-ai-giovani-siate-sentinelle-del-creato-nessuno-basta-a-se-stesso

Perché ha deciso di scrivere questo libro, come nasce?

«Nasce dalla necessità di porre un punto di riferimento agile in un dibattito dove lo stesso tema viene trattato in maniera sempre diverso, tanto da trovare con difficoltà un punto di unificazione. Visto che il tema dell’ambiente, soprattutto quello deturpato, aggredito, strumentalizzato per fine di lucro anche in maniera illegale il più delle volte, mi riferisco all’agromafia, alle discariche abusive e all’inquinamento dei terreni, viene affrontato sotto più aspetti, quello della legalità, del territorio, dell’economia, ecc. Io ho cercato di mettere a punto una prospettiva unificante per guardare da questa finestra tutte le prospettive messe assieme. Infatti alla fine il volume presenta il superamento della parcellizzazione dei saperi e riporta la centralità della persona, l’uomo collocato nell’ambiente, nel creato, nelle dinamiche del suo cammino sociale ed economico, come giusto che sia ad una ecologia integrata, ad un’economia integrata, dunque ad un’ecologia umana, all’integralità della persona». 

Nel suo libro, infatti, fa riferimento al modello di ecologia integrale che definisce una vera rivoluzione copernicana per combattere l’insostenibilità del mondo globalizzato. Cosa significa esattamente?

«E’ un cambio di prospettiva. Veniamo da una tradizione culturale dove il dibattito si costruiva nel rapporto tra natura e storia: la natura era sotto il dominio dell’uomo, per cui l’uomo che fa la storia vede la natura come uno spazio da occupare e da trasformare, non come una parte del suo corpo.  Non come un ambiente vitale in cui si realizza il suo progetto di vita. La rivoluzione copernicana è proprio quella di superare lo scontro natura e storia, ricordando all’uomo qual è la sua posizione all’interno di questo binomio. Tra natura e storia l’uomo fa la storia, l’uomo interviene sulla natura, ebbene la rivoluzione copernicana è ricordare che l’uomo nel suo corpo, nella sua coscienza, nelle sue relazioni fa la storia e qualifica la natura».

Cosa comporta questo rovesciamento, questa nuova visione? 

«Il superamento di questo scontro natura – storia, riporta l’uomo in una condizione di grande responsabilità. Prima di tutto riscoprendo la sua struttura personale, perché ricordiamo che l’uomo è corpo, è natura e subisce fisicamente le conseguenze di una natura inquinata. La persona ritornando al centro ritrova la sua responsabilità e da padrone diventa custode; da predatore che infligge ferite, aggredisce, lacera, dilania, sbrana questo territorio, deve rispettarlo come una parte del suo corpo, come parte di sé.  Per cui l’ambiente non ci appartiene come possesso, ci appartiene come identità. Io sono l’ambiente in cui vivo». 

Serve curare l’ambiente per curare noi stessi. Quali sono gli elementi su cui si basa la cura? 

«La cura dell’ambiente si basa su tre elementi: la tutela, la condivisione, la valorizzazione. La tutela: proteggo l’ambiente, proteggo il creato, proteggo me stesso. Condivido il creato, quello che avviene come modificazione, modifica anche me. Basti pensare al dissesto idrogeologico legato alla cementificazione o al disboscamento, che procurano spesso delle tragedie che non capitano per caso, e il dissesto idrogeologico diventa dissesto antropologico e sociale, con un dissesto economico conseguente. Paghiamo a caro prezzo le scelte sbagliate che facciamo sentendoci padroni». 

Come fare per percorrere questa nuova strada, cosa fare per rendere la strada percorribile? 

«Sono i giovani la nostra speranza. La scelta della responsabilità nei giovani deve diventare importante: devono diventare sentinelle del creato, custodi del creato, devono essere coloro che vigilano a ché non solo non venga deturpato nella bellezza ma perché il creato possa crescere come fratello. La Laudato sì lo ha detto chiaramente. I due Francesco lo hanno detto, prima quello di Assisi parlando della sorella natura. Non c’è nessuno che può dirsi immune da questa responsabilità dal più piccolo al più grande. Ognuno è sentinella del piccolo pezzo di giardino, del piccolo pezzo di territorio che abitualmente frequenta. Noi non siamo padroni del giardino, ecco da padroni dobbiamo diventare custodi». 

Ci spieghi il terzo elemento della cura: la valorizzazione.

«Qui le scelte diventano politiche, economiche, sociali e qui entrano in campo le Istituzioni. I giovani devono crescere in questa grande responsabilità verso le Istituzioni, non possono guardarle come interlocutori distanti ma devono pressarle, stargli con il fiato sul collo affinché l’attenzione sul territorio non diventi occasione solo celebrativa ma strutturale. I giovani qui possono più di ogni altro perché rifuggono dalla mentalità strumentale dell’interesse politico. 

Ecco perché ho desiderato rifare il punto ponendo una visione integrale, per essere integrale deve essere tutto l’uomo ad essere coinvolto, non solo con il corpo ma con la sua coscienza etica, i suoi valori morali. Se non cresce nella persona la sensibilità etica difficilmente poi nascono scelte che orientano concretamente la vigilanza». 

Cosa fare per raggiungere l’obiettivo dell’economia ed ecologia integrata? 

«Per quanto riguarda i massimi sistemi economici non dipende da noi poter orientare il passaggio da quello che potrebbe essere il mercato del profitto, però noi possiamo gestire i consumi. Quando io ho scoperto che la Nike faceva lavoro nero con bambini di sei anni sfruttandoli per molte ore, non ho più comprato Nike. Dobbiamo alzare noi la voce e far sì che le Istituzioni si sentano controllate ma dobbiamo fare scelte concrete nei margini delle nostre possibilità. Io posso fare un consumo responsabile, io posso non comprare plastica, posso usare atteggiamenti e stili di vita più responsabili, indipendentemente dalle Istituzioni. Ognuno dovrebbe fare quello che può dove vive». 

Non esistono risoluzioni semplici a problemi complessi. Cosa possono fare i giovani?

«La globalizzazione porta i giovani fuori dalla realtà e crea un disappunto che li disorienta. I giovani devono trovare la forza di vivere l’ambiente che è a loro disposizione nella realtà e devono fare quello che possono. Per uscire dal mondo del consumo bisogna fare un atto di scelta libera e responsabile. Siamo noi che diamo valore alle cose e la speranza dei giovani per un creato, per un territorio che possa valorizzarsi, parte dal loro stile di vita». 

Qual è il suo appello?

«Che scelgano di non essere schiavi di mentalità che li portano a depredare e consumare le cose. Il nostro mondo si va sovraccaricando di realtà che noi abbiamo scartato nel consumo. Quindi dobbiamo riaffermare una signoria delle scelte. Io sono il signore delle mie scelte. Il modello economico che ci sta strangolando è un modello di profitto. Ci sono induzioni subliminali che condizionano le scelte delle persone e dei giovani in particolare. La scelta è libertà, che la mettano in pratica. Io prego i giovani di trasgredire, loro amano la trasgressione e allora oggi impariamo a trasgredire una mentalità consumistica, economica, sociale aggressiva. Trasgrediamo l’utilizzo dei media che diventano disumanizzanti, ne siamo schiavi. Anche il dibattito diventa crescita, se però la pluralità diventa aggressione e giustapposizione non fa crescere».

Dobbiamo, dunque, cambiare stili di vita e contribuire allo sviluppo di nuove e rigenerate relazioni sul piano umano e produttivo?

«Sì, La globalizzazione ha portato la ricchezza nelle mani di pochi. Ha portato a finanziare l’economia che è gestita da algoritmi, non è più umana.  Ecco l’economia di Francesco, che dice no alla destrutturazione economica, no alla decrescita felice, ma una crescita umanizzante dove ritorna al centro il lavoratore, la persona, l’uomo con la sua storia. Serve una crescita della sensibilità civile, una crescita etica e scelte che vadano poi, ad incidere concretamente sulle persone. Cambiare gli stili di vita». 

Un appello all’umana ragionevolezza

«Il nostro rapporto con la natura, con l’economia, con la stessa realtà è organico, asimmetrico, differenziato. Tutti noi ci dobbiamo impegnare a rendere possibile quello che si desidera. Questa è la vera rivoluzione copernicana, lo fa in un corpo sociale, lo fa in una relazione che inevitabilmente o cresce o paga. La società o cresce o paga. Io sono positivo, l’ho definito sviluppo in alto e in avanti. Perché devo aspirare a valori che possano essere un punto di riferimento ed ho bisogno di una prospettiva che mi faccia guardare l’insieme. Serve consapevolezza ecologica integrale, quella consapevolezza economica che si raggiunge con la sobrietà, che significa ritrovare la misura. La custodia del pianeta passa attraverso il dialogo inclusivo, l’ascolto, l’alleanza, la condivisione, il rispetto, parole chiave per costruire relazioni umane, con sé stessi, con gli altri, con il creato. Nessuno basta a sé stesso».

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°227 –  MARZO 2022

Condividi questo Articolo
Lascia un Commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *