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Mondiali Qatar 2022: in campo per i diritti negati

Rossella Schender 01/12/2022
Updated 2022/12/01 at 8:29 AM
8 Minuti per la lettura

Il vento delle proteste soffia forte sulla città di Doha, così forte da giungere fino a Teheran. Soffia per le vite spezzate, per la repressione aggressiva, per i diritti negati. Soffia nel fischio d’inizio di un Mondiale dei diritti negati in Qatar, soffia nel coraggioso silenzio e dalle labbra serrate di undici uomini schierati a muro contro il regime degli Ayatollah. Soffia per portare cambiamento, per abbattere il muro del business del pallone impegnato nella più grande manifestazione di sportwashing della storia.

Il coraggio è silenzioso e ha le labbra serrate

«La nazionale iraniana rappresenterà la voce del suo popolo» – aveva dichiarato nella conferenza stampa alla vigilia del fischio d’inizio del Mondiale in Qatar il difensore e capitano dell’Iran Ehsan Hajsafi, dando chiaro segnale di quello che sarebbe stato il silenzioso moto rivoluzionario degli undici che avrebbero calcato il terreno da gioco del Khalifa International Stadium. Nella sfida d’esordio contro l’Inghilterra, infatti, il Team Melli ha serrato le proprie labbra in un silenzio giunto fino in patria. Il dissenso manifestato dagli uomini di Carlos Queiroz era volto a colpire il regime repressivo del Presidente Raisi e a sostenere le rivolte per i diritti delle donne che oramai da tre lunghi mesi hanno inginocchiato l’Iran.

La morte in carcere di Mahsa Amini, ragazza di 22 anni arrestata dalla polizia per aver violato il rigido codice d’abbigliamento islamico poiché indossava il velo in maniera non corretta, è stata la scintilla della fiamma rivoluzionaria divampata nello Stato asiatico. È stato infatti il giorno del suo funerale, il 17 settembre, che le proteste sono iniziate scatenando non solo un continuo e crescente appoggio della popolazione iraniana, ma anche una violenta repressione da parte dello Stato. Le ONG locali contano tra i manifestanti circa 400 vittime, tra cui 40 minori; mentre l’ONU segnala circa 14 mila persone arrestate dalla polizia locale.

E mentre il Parlamento era intento a votare una legge che peggiorerebbe la situazione decidendo di optare per la condanna a morte di chi si macchia di crimini contro lo Stato che Sardar Azmoun, attaccante del Bayer Leverkusen, ha rotto il silenzio in cui era annegato lo sport. «Noi giocatori non possiamo esprimerci prima della fine di questo ritiro per via del regolamento interno della Nazionale». Aveva scritto sui suoi canali social al termine dei giorni settembrini: «Personalmente non sono più in grado di tollerare il silenzio. Possono anche escludermi dalla squadra: è un sacrificio che farei anche per una sola ciocca di capelli di una donna iraniana. Vergognatevi per la facilità con cui uccidete le persone. Lunga vita alle donne iraniane».

Correndo tutti i rischi del caso dunque il numero 20 del Team Melli ha infuso coraggio nei compagni di squadra i quali, di comune accordo, rendendosi protagonisti di una reazione a catena già nell’amichevole che li vedeva impegnati contro il Senegal, si erano presentati sul campo da gioco con una giacca nera per coprire la divisa iraniana. L’atteggiamento indignato del Presidente Raisi sulle posizioni prese dai rappresentati del suo Paese nella kermesse sportiva lascia in fin dei conti il tempo che trova, dato che molti avevano richiesto che la squadra fosse squalificata dalla Coppa del Mondo.

Momenti di alta tensione accompagneranno in ogni modo il ritiro della nazionale iraniana e la partecipazione della stessa al torneo. Le ripercussioni per i protagonisti della protesta e per le loro famiglie potrebbero essere tanto dure quanto disumane; recenti sono difatti le azioni punitive dello Stato contro la nazionale di beach soccer, sequestrata dalla polizia e fatta sparire qualche giorno dopo il suo ritorno in Iran dopo aver inscenato un’analoga protesta in un torneo a Dubai.

L’effetto domino dei Mondiali

Divenuta dunque terra fertile per le proteste, contro ogni raccomandazione del Presidente della FIFA Gianni Infantino, la Coppa del Mondo 2022 fa parlare di sé più per le battaglie portate in campo che per le prestazioni calcistiche. Non è bastata la minaccia di un cartellino giallo “preventivo” verso chiunque avesse partecipato alla protesta a favore dei diritti LGBT+ per fermare la presa di posizione degli sportivi protagonisti del Mondiale 2022. E nonostante le federazioni di Inghilterra, Galles, Belgio, Danimarca, Germania, Olanda e Svizzera si son rese protagoniste di un’ipocrita retro-front nell’indossare la fascia da capitano con la bandiera arcobaleno, i britannici hanno voluto prendere posizione contro il crescente quanto preoccupante fenomeno razzista che macchia il mondo sportivo e non solo.

Schierati in ginocchio prima del fischio d’inizio, infatti, gli inglesi hanno richiamato alla memoria il movimento “Black Lives Matter” che aveva animato il globo dopo il brutale omicidio, da parte di un agente di polizia americano, dell’afroamericano George Floyd. Sul fil rouge delle proteste britanniche anche la nazionale tedesca ha voluto mandare un chiaro messaggio alla FIFA, rea di appoggiare la repressione qatariota e di lavorare “di intimidazioni e pressioni”, come dichiarato dal presidente della federazione Bernd Neuendorf.

In posa per la foto di rito prima del fischio d’inizio, gli undici tedeschi hanno portato la mano alla bocca. Un messaggio chiaro quello di Neuer e compagni: ci hanno tolto la parola, la nostra libertà. «Volevamo usare la fascia del nostro capitano per prendere posizione sui valori che abbiamo nella nazionale tedesca: diversità e rispetto reciproco. Insieme ad altre nazioni, volevamo che la nostra voce fosse ascoltata. Non si trattava di fare una dichiarazione politica: i diritti umani non sono negoziabili. Dovrebbe essere dato per scontato, ma non è ancora così. Ecco perché questo messaggio è così importante per noi. Negarci la fascia al braccio è come spegnere la nostra voce. Sosteniamo la nostra posizione». Queste le parole del comunicato pubblicato dalla federazione su Twitter.

È dunque sfruttando la cassa di risonanza globale della kermesse che gli sportivi di oggi, come quelli di ieri, tentano di mandare messaggi che vadano al di là della pura competizione agonistica. Mai come oggi uno sportivo possiede il potere di cambiare il corso della storia o quantomeno il privilegio di provarci; e, mai come oggi, schierarsi contro regimi repressivi, moti autoritari e violazioni di diritti umani è un dovere più che un diritto.

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