Minneapolis: l’orrore alla portata di tutti

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Fonte: La Presse, Julio Cortez

L’ultimo orrore consumatosi sotto gli occhi dell’intero mondo ha sede a Minneapolis, uno degli stati principali del Minnesota, in America.

Il quarantaseienne afroamericano George Floyd, fermato e bloccato violentemente dalla polizia, giunge alla morte qualche ora dopo per mano degli stessi agenti. Ansimante ai piedi dell’auto dove era stato bloccato, infatti, comincia a non sentirsi bene perché uno dei poliziotti gli premeva sul collo con una delle sue ginocchia. Soccorso e portato in ospedale, poi, è morto quasi subito.
Il poliziotto che, fra tutti, ha usato violenza su di lui, oltre ad essere stato licenziato è stato anche arrestato. Tutto ciò, tuttavia, non è bastato a non scatenare una vera e propria sommossa da parte della popolazione che, da giorni sfila per le strade della città dove la tensione è altissima e dove la stessa polizia non riesce a far fronte a quanto di così terribile si sta scatenando.
Un video che ha fatto il giro del mondo, inchioda i quattro agenti di polizia ed evidenzia la brutalità riservata a un essere umano che, anche quando implorava di essere aiutato perché faceva fatica a respirare, non è stato ascoltato.
L’orrore ci fa spettatori attoniti e sdegnati. Ma occorre chiedersi se tutto ciò che esso provoca in noi si fermi a questo.

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Fonte: NBC News, Jerry Holt/Star Tribune


Ogni volta che un essere umano perde la vita in questo modo per mano di un suo simile, è tutta l’umanità che fallisce e, con essa, l’intera società in cui, globalmente parlando, viviamo ormai da decenni. Può una morte del genere solo provocare rabbia? E quando questo accade – cioè quando la rabbia prende piede – poi cosa rimane? Il rischio abbastanza concreto è andare avanti, gettare alle nostre spalle quanto accaduto, magari dopo aver sviscerato in lungo e in largo la situazione e rientrare nel vortice dell’abitudine dove la coscienza non è più interpellata e dove chi si era scandalizzato e pianto rimette ogni “cassetto” in ordine. Dimenticare è come uccidere, ogni volta. Non imparare da tutto quel che di nefando accade vuol dire morire senza neanche comprenderne il perché.
“Questo agente – ha detto il sindaco del luogo in cui ciò è accaduto – ha fallito nel senso umano più elementare”. È solo quell’agente ad aver fallito? Possiamo davvero esser certi che la colpa sia solo del poliziotto che ha compiuto un gesto di una disumanità indescrivibile? La sensazione è che ogni volta si giochi anzitutto a mettere a posto la propria coscienza, poi a scusarsi, infine a dimenticare, omologando l’ennesimo orrore tra i tanti che la storia ci racconta e che abbiamo il triste dovere di fagocitare senza altro aggiungere.
Per cinque minuti un uomo è stato trattato come non fosse un essere umano. E questo atteggiamento è il discorso più amaro da dover pronunciare e spiegare, giustificare (chi può!) e accettare. E quell’uomo ai piedi dell’auto, mentre chiede di essere aiutato solo a respirare ma resta inascoltato, è e diventa il simbolo di continue violenze silenziose e sparse ovunque. Dove la brutalità ha il palcoscenico che desidera e dove il silenzio, orrore nell’orrore, diviene il pubblico plaudente peggiore che possa esserci. Il mondo, come fosse un cieco incapace di vedere la via giusta, continua la sua folle corsa verso il baratro della disumanità. Non riesce e, forse, non ha più il coraggio di fermarsi, di fare ammenda, di correggersi e riparare ai crimini che si consumano ordinariamente e che diventano, come in questo caso, raccapricciante show. Dinanzi a morti del genere, è ogni individuo a morire perché è la dignità dell’essere umano a venire offesa e lesa nel profondo.
“La violenza – scriveva lo scrittore russo Isaac Asimov – è l’ultimo rifugio degli imbecilli”. Oggi possiamo aggiungere che essa è anche divenuto il rifugio dei deboli, dei miseri nel senso peggiore del termine, di tutti coloro che, confrontati con le bestie, perderebbero la partita in umanità.


“Non respiro”, sono state le parole di George.
Che una buona fetta del mondo impari a non respirare più dinanzi a ogni orrore possibile. A ogni ingiustizia perpetrata in lungo e in largo come fosse la cosa più naturale da compiere.

di Francesco Cuciniello

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