Il nuovo progetto targato Miniera “I moderni volti della Napoli antica” è un lavoro sulla memoria storica del quartiere, ma anche un grido di allarme.

Ad essere raccontati sono tutti quei mestieri che hanno forgiato e che continuano a forgiare l’identità di Napoli ma che, poco celebrati dai media e in generale dall’attenzione pubblica, rischiano di essere lasciati al buio e di finire nel dimenticatoio. Non è la prima volta che il collettivo Miniera pone l’accento su questo tema, evidenziando come la scomparsa dei vecchi mestieri e in particolare dell’artigianato, dovrebbe essere un problema nazionale.

«Ci sono tanti modi per raccontarli e non perdere la memoria. Siamo andati in settanta, ottanta botteghe, intervistando gli artigiani per raccontare la loro maestria. Ad esempio, abbiamo intervistato “la signora delle caramelle” che vende nei pressi della scuola dal ’56 e ha venduto caramelle a quasi un milione di bambini. Abbiamo ricostruito la storia di un signore che negli anni ’50 vendeva brodo di polpo a Via Emanuele Teddeo, comparso anche nel film Operazione San Gennaro» – a parlare è Salvatore Iodice, artigiano e fondatore dell’Associazione culturale Miniera, nei Quartieri Spagnoli.

Mestieri antichi, alcuni estinti o in via di estinzione, altri che passando di generazione in generazione riescono a rigenerarsi puntando sulla creatività e l’originalità tipica del popolo napoletano. Mestieri che possiamo incontrare – sempre con più difficoltà – passeggiando tra le stradine del centro storico della città, ma a cui i nostri occhi sempre troppo distratti non prestano attenzione.

È qui che interviene Miniera che attraverso un gioco di fotografie e versi ci permette di assaporare i suoni, i rumori e gli odori del passato e di conoscere quei volti sconosciuti, stanchi ma pieni di vita, e quelle mani consumate che esprimono tutta la forza dei loro gesti quotidiani.

Infatti, «I protagonisti del progetto sono i volti e le mani di quelle persone che rappresentano i valori e la passione della Napoli antica. Questo lo abbiamo ritrovato soprattutto negli artigiani e nelle loro storie ma non solo, sono incluse anche altre tipologie di lavoratori, come pescatori o barcaioli» – così racconta Fabio De Rienzo, co-fondatore di Miniera.

«Non vogliamo creare un progetto fotografico, non siamo fotografi, ma abbiamo il desiderio e la necessità di raccontare ciò che ci circonda, ci appassiona e ci sta a cuore. I versi sono un concentrato delle parole dei lavoratori che abbiamo raccolto attraverso interviste, ma sono anche e soprattutto la manifestazione di ciò che non hanno detto, dei loro desideri, dei loro sguardi, delle loro espressioni, delle gioie e delle delusioni.

Abbiamo scritto versi in napoletano. È la lingua che noi parliamo e che gli intervistati parlano. Ed è la lingua con la quale pensiamo più velocemente, come cosi capita al pubblico che ci potrà seguire. Certo, il nostro uso della lingua napoletana non è proprio ortodosso, non è corretto, cerchiamo di migliorarci ma di errori ci sono e ce ne saranno sempre ma non ci importa, non volgiamo proporci come maestri di lingua così come non vogliamo candidarci come fotografi, vogliamo solo dire qualche cosa anche noi e abbiamo deciso di farlo così.

La seconda parte del progetto sarà più difficile ma anche più bella, diventerà sempre più difficile scovare nuovi artigiani ma lo scopo è proprio questo. Vogliamo che la memoria di questi lavoratori non vada mai perduta e che i giovani possano apprendere della loro esistenza e del loro lavoro e laddove sia possibile, imparare quel tipo di lavoro. A tal proposito stiamo sviluppando dei progetti nelle scuole. Ad un certo punto la nostra ricerca finirà e metteremo tutto su di un libro raccontando le storie che più ci hanno colpito.»

Qui tutte le storie raccolte finora: I MODERNI VOLTI DELLA NAPOLI ANTICA

Di Giorgia Scognamiglio

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