informareonline-mimmo-noviello-riapre-il-processo-allultimo-imputato

Sono ormai trascorsi 11 anni dal giorno in cui Giuseppe Setola, ex boss del clan dei Casalesi, ordinò l’uccisione dell’imprenditore castellano, Mimmo Noviello, il cui unico crimine commesso fu quello di essersi rifiutato di pagare il pizzo.

Il ruolo di Francesco Cirillo 

Oggi è cominciato, per poi essere rinviato prossimo 15 ottobre, alla Corte d’Assise di Appello di Napoli, il processo a carico di Francesco Cirillo, l’unico assolto tra i nove condannati per l’uccisione di Mimmo Noviello. Considerato “il pretesto” per uccidere l’imprenditore castellano, Cirillo, infatti, fu arrestato per estorsione all’inizio degli anni 2000, dopo essere stato denunciato da Mimmo e dal figlio Massimiliano e fu condannato a quattro anni di carcere. Francesco Cirillo, dunque, ritenuto legato al sodalizio camorristico dei Casalesi e accusato di aver preso parte all’omicidio di Noviello, era stato l’unico assolto in appello, ma la sentenza fu poi annullata dalla Corte di Cassazione, che ha rinviato ad un’altra sezione della Corte di Appello di Napoli.

Il rinvio del processo Cirillo

Oggi, nell’aula della Corte d’Assise d’Appello di Napoli, Francesco Cirillo era assente, ma erano presenti, i quattro figli di Mimmo Noviello, Massimiliano, Mimma, Rosaria e Matilde. Questi ultimi, dopo l’uccisione del padre, si sono fatti testimoni del coraggio lasciato loro in eredità e continuato a raccontare la storia di un uomo che ha sfidato la Camorra in un periodo in cui nessuno osava farlo. Presenti in aula anche tante associazioni del territorio, come Libera e Officina Volturno, alcune di queste costituitesi come parte civile, come FAI (Federazione delle Associazioni Antiracket e Antiusura Italiane), Casa Don Diana e Comitato Don Peppe Diana 

Vicinanza e solidarietà per Mimmo Noviello

«La cosa che mi emoziona di più è la sempre più solidarietà che vedo nei confronti della mia famiglia e della vicenda di mio padre», ha dichiarato Massimiliano Noviello, primogenito dell’imprenditore. «Per i Casalesi, la morte di mio padre serviva per veicolare un messaggio ai cittadini e agli imprenditori di Castel Volturno: “Punirne uno, per educarne cento”. Nonostante siano passati 11 anni, è bello vedere che le varie associazioni del territorio, siano i custodi della storia di Domenico Noviello e che continuino a raccontarla, per dare la possibilità a tutti di comprendere l’importanza della denuncia».

di Carmelina D’aniello

Print Friendly, PDF & Email