Milot e la sua chiave

Milot la sua chiave - Photo credit Michele Stanzione

Quella di Milot è una storia di umanità, passione e integrazione riuscita. Milot, nome d’arte di Alfred Mirashi, è uno dei 27mila migranti albanesi che si riversarono sulle coste italiane. Venuto in Italia su un barcone. Aveva solo 19 anni. Fuggiva dalla dittatura comunista; da un Paese povero e senza futuro. Approdò, per fortuna, in questo paesino di 9.493 anime tra l’Irpinia e il Sannio: Cervinara.

Abbiamo incontrato Felice Ferraro, un uomo che nella vita di Alfred ha avuto un ruolo decisivo. «Mi chiamò un mio amico sacerdote, pregandomi di dare lavoro a qualcuno di questi profughi, altrimenti li avrebbero mandati di nuovo dove erano venuti, e per loro sarebbe stata la fine – ci racconta Felice – andai in uno degli hotel dove alloggiavano quei ragazzi e chiesi se qualcuno di loro sapesse lavorare il legno, perché io ho una falegnameria. Alfred mi fece capire che sapeva scolpire, perché aveva frequentato l’artistico. Allora gli dissi di prendere le sue cose e di venire con me. Ma lui non aveva niente: nessuna valigia, né vestiti di ricambio. Niente».

Felice trovò inizialmente molta difficoltà: Alfred non parlava nemmeno una parola in italiano. Iniziarono a capirsi, aiutandosi con i gesti. «Provvidi a dargli alloggio e vitto completo ogni giorno, in un famoso hotel della zona – Felice continua il suo racconto – La mattina passavo a prenderlo e andavamo in falegnameria. Mi armai di pazienza e gli insegnai a lavorare. Pranzavamo sempre insieme, a casa mia. Un giorno notai Alfred piangere, nonostante provasse a nascondere il viso. Si sentiva solo, gli mancava la sua famiglia, la quale lì in Albania non aveva nulla e viveva nei “gulag”, condannati per sempre ai lavori forzati nelle campagne.

Da allora, ogni mese spedivo un pacco alla sua famiglia con vestiti nuovi e giocattoli per la sorellina. Quindi, decisi di portarlo a casa con me. A quel tempo se ne dicevano di tutti i colori sugli albanesi. Mia moglie era impaurita. Ma la rassicurai: un ragazzo che piange perché gli manca casa non può essere cattivo. Bastava guardarlo negli occhi.

L’abbiamo accudito come un figlio. In seguito ospitammo anche il fratello, ma poi dovetti fittare una casa per loro, poiché io non avevo più spazio. Avendo notato che Alfred disegnava molto bene, gli regalai una tela con delle tempere. Lui non le aveva mai usate, nemmeno a scuola in Albania. Ma subito imparò a dipingere. Aveva davvero talento».

Fu così che Alfred fece l’esame di ammissione all’Accademia di Brera ed entrò. Lasciò Cervinara per frequentare l’Accademia, continuando a lavorare per pagarsi gli studi. Finalmente Milot poteva dedicarsi alla sua passione: l’arte.

Cominciò un’inarrestabile carriera da artista che l’ha portato in giro per il mondo. Senza però mai dimenticare la generosità di chi lo ha accolto. Proprio a Cervinara, lo scorso novembre, ha regalato una chiave, a forma di U, alta più di 20 metri e fatta con 40 quintali di ferro e corten. La chiave è stata regalata a Cervinara da Milot in vista dell’evento “Cervinarte”. Tema: il “Nostos”, termine greco che vuol dire ritorno, viaggio verso casa.

di Eleonora Pacifico
Foto di Michele Stanzione

Tratto da Informare n° 181 Maggio 2018

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