Migrantour, viaggio alla riscoperta della nostra città

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Napoli, da sempre terra di approdo di mille culture, è una città dinamica e in continua evoluzione.

Terra della “Tammurriata nera”, la storia la rende celebre per la sua apertura e accoglienza nei confronti del diverso, emersa già durante la dominazione spagnola, quando portoghesi, fiamminghi, greci, albanesi, erano considerati un’importante risorsa per la capitale del Regno.

Negli ultimi anni, l’anima partenopea si apre al Mediterraneo, lasciando portare dalle onde storie e vissuti diversi che cambiano il volto della città e sviluppano nuovi equilibri.

Una multiculturalità perfettamente leggibile attraverso i luoghi: basta incamminarsi, aguzzare lo sguardo e tendere l’orecchio per notare suoni e colori nuovi che si mescolano a quelli locali.

Infatti, proprio sotto i nostri sguardi, troppo spesso distratti, la vita dei nuovi abitanti scorre in maniera diversa e autonoma. Conoscere la città attraverso i loro occhi è un modo per cogliere a fondo le sue trasformazioni e immaginare quelle future.

È da questa esigenza che nel 2015 Napoli entra a far parte del network europeo di Migrantour, di cui fanno parte Torino, Genova, Milano, Roma, Firenze, Lione, Parigi, Lisbona e Valencia.

Le città della rete propongono passeggiate urbane interculturali, una forma di turismo responsabile a kilometro zero che vede come protagoniste le comunità di migranti.

A Napoli, il progetto è stato promossa dalla cooperativa sociale CASBA: una delle prime cooperative di mediatori culturali che favoriscono l’integrazione dei cittadini stranieri sul territorio.

Qui, i cittadini di diverse nazionalità ci guidano nei quartieri più multiculturali, conducendoci alla scoperta di racconti, storie, tradizioni e curiosità che riguardano mondi apparentemente lontanissimi.

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Un vero e proprio viaggio di riscoperta della nostra città, che consente di guardare le strade che percorriamo ogni giorno con occhi completamente diversi.

Tra le tappe del Migrantour c’è il quartiere Pendino, uno dei quartieri più interculturali di Napoli, il cui cuore è Piazza Garibaldi: punto di arrivo e di partenza, dove molti cittadini di origine straniera vivono la loro quotidianità, lavorano, pregano, fanno la spesa.

«Molti conoscono solo questa zona della città» – ha dichiarato Andreina, giovane mediatrice di origine capoverdiana.

«Proprio per questo Casba ha pensato di rivolgersi anche ai rifugiati, creando “Welcome tour” che invece coinvolge la zona del Vomero, Castel Sant’Elmo e Montesanto per far conoscere ai nuovi arrivati la città sotto un altro punto di vista, offrendo anche spunti sulla storia e sulla cultura napoletana».

All’interno del quartiere è possibile scoprire il primo supermercato interetnico nato in città, Banana, punto di riferimento per stranieri per la varietà di prodotti provenienti dall’Africa, dal Sud America, e dall’Est Europa.

Ma anche Ennor, una delle prime macellerie halal (“ciò che è lecito”) che lavora le carni secondo il metodo islamico: questo speciale marchio prevede tra gli obblighi, la macellazione da parte di un musulmano che si sia rivolto verso la Mecca e abbia pronunciato il nome di Allah prima di procedere.

Altra sosta religiosa è la piccola moschea di via Firenze (a Napoli ce ne sono circa sette, tutte non ufficiali), situata all’interno di un cortile e utilizzata soprattutto dai senegalesi per le cinque preghiere quotidiane.

Molti di loro vivono in zona o vi lavorano e all’orario della preghiera, abbandonano bancarelle, negozi, bar, laboratori, per occupare ogni angolo della moschea. Qui, l’imam Lome Mor, ci guida alla scoperta della religione islamica e dei momenti di preghiera.

Un momento di totale immersione, in cui dopo essersi coperti il capo e tolti le scarpe, ci si lascia trasportare dalla suggestiva melodia di una preghiera tipica.

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Il viaggio multisensoriale procede

Il viaggio multisensoriale procede attraverso i profumi di kebab e riso basmati di via Milano e via Torino, i magnifici colori del mercato senegalese di Via Bologna (forse destinato a scomparire per la “riqualificazione” di piazza Garibaldi), e il suono delle voci in swahili che si affianca alle grida dei venditori ambulanti locali.

A completare il quadro sono i sapori della pasticceria Lauri, gestita da Giuseppe, un napoletano che ha voluto adeguarsi alle trasformazioni del quartiere:

«Tutto quello che prepariamo qui è senza grasso animale e senza alcol. È un modo per abbracciare le nuove comunità» – spiega Giuseppe.

È in questo modo che Migrantour ci mostra la Napoli più viva, la convivenza pacifica tra comunità locale e le comunità di immigrati che non tolgono spazio e lavoro, ma contribuiscono a migliorare l’economia della città, ad arricchirne la cultura e a forgiare nuove identità.

Cosa verrà fuori da questo puzzle di tradizioni e stili di vita dipenderà solo dal modo in cui sapremo accogliere queste trasformazioni e dalla nostra capacità di tramutarle in ricchezza, mai in ostacolo.

Questo sarà decisivo per lo sviluppo e per il futuro della città.

di Giorgia Scognamiglio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°192 – APRILE 2019

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