A due anni di distanza dalla firma dell’accordo Italia-Libia, i risultati in termini di vite umane e di diritti umani sono agghiaccianti. Il Memorandum d’intesa è stato firmato dall’allora Primo Ministro Paolo Gentiloni il 2 febbraio 2017, su iniziativa del ministro dell’interno Marco Minniti.

L’obiettivo era contrastare l’immigrazione illegale e rafforzare la sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica Italiana, aprendo così la strada a una serie di finanziamenti e riconoscimenti che hanno reso la Guardia costiera libica un attore legittimo delle operazioni di salvataggio nel Mediterraneo.

Tra le conseguenze, infatti, l’istituzione di un’ampia area SAR (“Search and Rescue”), ovvero una zona marittima nelle prossimità della costa libica, nella quale la Guardia costiera libica ha responsabilità nel coordinamento dei soccorsi in mare.

Bilancio accordi Italia Libia

L’accordo non solo non ha portato ai risultati attesi, ma ha causato effetti disastrosi. Infatti, nonostante si sia assistito ad una diminuzione degli arrivi sulle coste italiane, il numero di morti in mare è raddoppiato (solo a gennaio di quest’anno, si sono registrati 143 morti su 502 che hanno tentato la traversata).

Per non parlare del business dei trafficanti che, se in passato si alimentava solo con le partenze dei migranti, ha trovato oggi la possibilità di diventare ben più redditizio. In particolare, il patto prevedeva che l’Italia versasse al governo di Tripoli circa 5 miliardi di euro in aiuti, in cambio del pattugliamento costante della costa, cui si sommano i fondi europei del “Trust fund Africa”.

Resta però poco chiara la reale destinazione degli stanziamenti, considerando l’instabilità del territorio libico, con almeno due governi e milizie armate che, approfittando del vuoto politico lasciato da Gheddafi, sono diventate sempre più potenti, inserendosi all’interno delle istituzioni e trasformando il traffico di migranti in una vera e propria impresa.

È chiaro che ci sia un conflitto di interessi in gioco: da un lato il blocco dei flussi migratori come pattuito, dall’altro la possibilità di ottenere una media di 1.000 euro per profugo per raggiungere l’Europa. A questo si aggiunge la possibilità, grazie ai centri di detenzione, di realizzare estorsioni alle famiglie dei prigionieri che, come più volte testimoniato, avvengono tramite vere e proprie torture “in diretta”.

Qui, l’accordo SAR funge da specchietto per le allodole permettendo da un lato ai trafficanti di imbarcare i migranti per “i viaggi della speranza”, dall’altro alla guardia costiera libica, altrettanto coinvolta, di fermare i barconi carichi di migranti prima che possano essere raggiunti dalle ONG per poi riportarli all’interno delle carceri libiche e iniziare un nuovo ciclo di abusi, violenze ed estorsioni.

Bilancio accordi Italia Libia

Si tratta di una manovra redditizia per le milizie e “conveniente” per i governi europei che, ancora una volta grazie alla complicità dell’Italia, con la politica dei porti chiusi e la guerra dichiarata alle ONG, è in crescita: secondo l’Unhcr, nel 2018 il numero di migranti respinti in Libia supera quello degli arrivi in Italia.

Sembra che l’Italia stia delegando alla guardia costiera libica il respingimento dei migranti (nonostante siano ormai noti, e ben documentati dai rapporti internazionali i trattamenti disumani loro riservati), una prassi illegale che viola numerose norme internazionali, come il divieto di respingimento del rifugiato “verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciati” (Art. 33 Convenzione di Ginevra sui Rifugiati, 2015) e l’obbligo di garantire assistenza ad ogni persona in pericolo in mare e di trasferirla in un luogo sicuro (Convenzione internazionale sulla ricerca e il soccorso in mare, 1979).

L’accordo dell’Italia con la Libia è vergognoso e la rende complice degli abusi sui migranti. Il prezzo maggiore da pagare per la gestione del fenomeno migratorio, più che i 5 miliardi, sembra essere la dignità umana. Come ribadisce il rapporto Oxfam, occorre revocarlo immediatamente, rivedere la propria posizione rispetto al riconoscimento della zona SAR libica e istituire, il prima possibile, un monitoraggio efficace sullo stato dei diritti umani e delle condizioni di vita in Libia.

di Giorgia Scognamiglio