La mer de Mundraón et Châteauvolturno, Buonocore and Land the fires

Nino Buonocore

Nella terra dei fuochi il fuoco è la passione. Che porta all’odio? Mai. Mondragone e Castelvolturno avevano deciso – ormai da tempo – di stare sul mare. Belli lì. Spaparanzati a guardare Ischia e Ponza, ed in mezzo Ventotene. Balneari e balneabili. Poco credibili ma volevano essere marittimi. Ma guardare il mare e non guardarsi le spalle non è da marinai. Genova non lo ha mai fatto questo errore. Venezia e Livorno? Figurarsi. E se lo chiedi ad Amalfi ti spara una risata in faccia: “Ah ah ah”. Lo devi solcare il mare. Devi affrontarlo ed insieme girare il mondo. Guardarlo e navigarlo. Ci devi fare le cose insieme. Una montagna con il nome di un monte (Petrino) non basta a coprirti le spalle e neanche il fiume più grande con le referenze di Montale – “…rotto il colmo sull’ansa, con un salto / il Volturno calò, giallo, la sua / piena tra gli scopeti, la disperse / nelle crete…” da “Verso Capua” -.

Guardi il mare e ti-fre-ga-no, ti-fre-ga-no.

Divampa il fuoco dalla terra ma non è odio. Non è questo. Non può essere questo. Non è veleno. Eppure dalla terra viene, da una terra che brucia. “È il veleno che hanno seppellito nelle cave, sotto i terreni a coltivazione, nelle grotte, sotto i primi piedi dei pini, questo è veleno”.

Nossignore, Gnornò. È fuoco ma è passione, non è bbeleno! Come quando tua mamma ti da uno schiaffo tu provi dolore ma non è veleno. È passione. Perché la “terra dei fuochi” arde per passione. E Mundraòn e Castiello avevano deciso di essere paesi di mare come l’arricchito vuole farsi l’amante. E si erano distratti dalla terra e la cenere covava: ombrelloni, sedie a sdraio, salvagente, canotti, pattini. Tutti al mare. Tutti al mare. “Bambini piangete!… Bambini piangete! (invito dei venditori ambulanti sulle spiagge a istigare i grandi a comprare la mercanzia) Accattateve ‘o cocco! Accattateve ‘o cocco! … Faccio ‘o tuff’a cannolicchio! W l’Italia”. Tutti al mare. Tutti al mare.

Mondragone e Castelvolturno giunsero a farsi chiamare “cittadine litoranee” come quelle ragazzotte di provincia che vanno a trovare lo zio che lavora in fabbrica ad Arese e dicono “Nun sèmm de Milan” o come quei fringuelli adolescenti che chiamano la maglietta di cotone “t-shirt”.

E la terra covava fuoco.

La terra non era più compresa e cominciarono – tra gli anni Settanta ed Ottanta del secolo scorso – qualche scossa di terremoto ed i primi fumi di rabbia. Ma quale rifiuti tossici e nocivi seppelliti? Erano fumi di rabbia. Le campagne erano sempre più sole ed abbandonate alla meglio; ed alla peggio? Lottizzate per impianti produttivi. L’incomprensione.

Eppure Mondragone e Castelvolturno conoscevano la profondità della passione, la profondità delle prove che richiede, il bizantinismo del corteggiamento e gli arzigogoli delle parole che richiede. Usando, peraltro, termini precisi. Castelvolturno “puchiava”. “Quella mi pucheia… sto puchiando“. Il “puchiamiento” non è proprio il flirt ma l’amoreggiamento fatto di sguardi, occhiate e poi capo abbassato, far finta di parlare con chi ti sta vicino ma cercarla intensamente con lo sguardo. Lei ti guarda e tu fingi una risata ad una barzelletta inesistente del tuo interlocutore. “Ma che ridi? Ho preso 4 in matematica e tu ridi?”. La risata è finta, tutta di gola, l’aria dello stomaco che è costretta ad uscire confusamente tra naso e gola. Tu la guardi e la becchi che ti scruta. Colta in flagranza, butta i capelli indietro con un gesto nervoso del capo.  Tutto un duello di sguardi e basta, ma tutto una “una toccata e fuga”. È il preparativo lungo (molto lungo) per l’avvicinamento. “Ciao!?” Proprio così esclamativo ed interrogativo insieme. L’incertezza. La paura. La risposta può far crollare il castello che ti sei costruito con quegli sguardi, con qualche notte insonne, con il mezzofondo dei 500 metri che hai fatto per girare il palazzo ed incontrarla di faccia e… puchiarla, guardarla negli occhi. Il termine è sofisticato derivando dall’inglese “pucker” ovvero “grinza, ruga” e la pucker maculare è un’affezione dell’occhio, che insorge a causa di “un’alterazione dell’umor vitreo determinando la formazione di tessuto fibroso-cicatriziale in corrispondenza della macula, ovvero la zona centrale della retina.” Insomma a furia di guardare ti viene la grinza. A Castelvolturno.

Mentre a Mondragone, più artigiani e mercanti, il termine è “togare”. “Sto togando a quella” uno sviluppo di sguardi ed avvicinamenti, tessere una tela, un vestito per ricoprire la corteggiata e farla propria. Coprirla per tenerla a sé, difenderla dagli altri, proteggerla.

Mondragone e Castelvolturno sanno il corteggiamento e conoscono la passione ma allora perché “questa terra che va in fumo”?

Dicono l’inquinamento. Ma ci posso mai credere?

E, allora, se per un momento la “terra dei fuochi” bruciasse veramente per passione, una passione non ricambiata, bruciasse per incomprensione?

E se per un attimo ancora più piccolo non fosse vero niente dei veleni, delle ecoballe, dei rifiuti?

Se tutto fosse la gelosia della terra per il mare? Un “pangea” irrisolto e pieno di contraddizione?

E i roghi non avessero niente a che fare con rifiuti tossici?

E il fetore dell’aria non avesse a che fare con la decomposizione delle scorie inumate?

Se tutto questo fosse così come io scrivo che sia – i roghi spontanei scatti di passione ed il fetore l’adrenalina sensuale della terra Felix – a me non verrebbe di meglio che affidarmi ad una canzone. Bisogna sempre fidarsi delle canzoni, ma mai dei marinai che solcano il mare che ti frega. Mi affiderei alla convenienza di una canzone, al momento propizio delle parole di una canzone, alla necessità della melodia di una canzone. Perché mi illuderei che una canzone potrebbe bastare a lenire il dolore della terra e le morti degli uomini di questa terra.

Nino Buonocore ha un problema nel nome e nel cognome, ed una opportunità in una canzone.

La mamma lo chiamò Adelmo – nome di origine germanica – ma il nostro – volendo controbilanciare la presunzione del cognome – volle essere chiamato con un nome simile al suono di un fischio “ni-no, ni-no” – quando cerchi le prime note di una canzone – e dedicarsi a comporre canzoni semplici. Tra queste “Scrivimi” composta con Michele De Vitis e presentata al Festivalbar (terza posizione) e Cantagiro (seconda posizione) del 1990. Rifatta da Concato, Pausini, Mango e Oxa.

Nello schema elaborato dal musicologo Roberto De Simone esistono due modelli di interpretazione della canzone napoletana:

1) il “cantante di giacca” (o a fronna ‘e limone), popolare, canta nelle strade e nelle campagne. E se non gli danno un’orchestra, l’orchestra è lui. Ed apro una parentesi. (Signore e Signori, ovunque voi siate nel leggere queste parole, alzatevi in piedi se siete seduti e se già lo siete abbassate le palpebre, ma attenti a non perdere l’equilibrio, perché si parla di Sergio Bruni.) Chiusa la parentesi.

2) il “cantante ‘a fil’e voce”, canta sospirando, soffiando quasi, è salottiero ed ascolta chansonnier francesi, swing e jazz nordamericano, gli basta una chitarra. E qui il modello di riferimento è il maestro Roberto Murolo.

Nino Buonocore, pur avendo composto quasi completamente in italiano, rientra nella seconda tradizione ed è forse il vero (meglio dire autentico) erede di Murolo e ne auspichiamo (delle volte mi dò arie ed uso il plurale) una svolta di repertorio in tal senso. Ni-no, Ni-no, canta in napoletano.

E allora riprenderei le parole di quella canzone (“Scrivimi”) per ricostruire – ma chi ci impedisce di sognarlo e “scriverlo” – l’equilibrio, il bilanciamento, la simmetria tra terra, mare, fuochi, passione, uomini, ragazze di provincia, fringuelli adolescenti e marinai.

Scrivimi” è una canzone dove il vento spoglia gli alberi, gli altri vanno al cinema e si ha voglia di restare soli, dove se non si ha niente da dire non è un problema perché ci si sa accontentare anche di un semplice saluto (più umile di questo per ricostruire cosa c’è?), perché ci vuole poco a sentirsi più vicino, e se non si trovano le parole uno si sa accontentare perché basta sapere che ci si pensa anche solo per un minuto, ci si accontenta anche di un semplice saluto (umile umile per riequilibrare, no?).

E poi mi illuderei che non fosse vero niente, che i fuochi siano solo passione, i tumori un brutto scherzo come le promesse non mantenute dei marinai e che stanno “veramente” per finire, che il vento “veramente” spoglia gli alberi, che la terra di Mondragone e Castelvolturno (ma anche Calvi Risorta, Villa Literno, Casale, San Cipriano, Afragola, Acerra, Nola, Marigliano…)veramente” soffre solo di gelosia del mare e nella beffa di scrivere solo “veramente verità” comincerei a cantarla ‘sta canzone di Nino Buonocore.

Nella terra dei fuochi il fuoco è la passione. Che porta all’odio? Mai.

“…cara terra… Scrivimi, quando il vento avrà spogliato gli alberi…tu scrivimi, tu scrivimi”

La mer del Mundraón et Châteauvolturno, Buonocore and land the fires. Le città che volevano darsi delle arie.

di Vincenzo Russo Traetto