Ma chi é Franco Nembrini? Un uccello? Un aereo? Un santo? Un peccatore? Un rivoluzionario? Lo scopro (non so come ci arrivo) con un video su youtube dal titolo “il più cretino della scuola”. Meravigliato ed emozionato. Ammirato letteralmente mi ripeto “Ma questo chi è?”.

Poi vengo a sapere (il mondo è piccolo ed internet di più) che è stato il punto riferimento di Roberto Benigni per le lezioni sulla Divina Commedia ma ancora di più il modello di una sperimentazione: spiegare testi eruditi e cose profonde con un linguaggio distante dalle accademie usando la cadenza ed il cuore della parlata di tutti i giorni. Opere letterarie e giuridiche spiegate con la gioia delle virtù teologali – fede, speranza e carità – e ammirazione. Da lì le letture pubbliche di Benigni anche per la Costituzione italiana.

Nembrini insegna a mirare ed ammirare l’oggetto dell’illustrazione. Induce a riflettere sulla meraviglia delle cose in sè. Non è lontana l’idea del mirare (guardare) da parte degli iberici, portoghesi e spagnoli in mare guardavano assai lontano fino a scoprire nuove rotte e nuove destinazioni, nuove cose.

Nembrini, il prof. Nembrini, è figlio di contadini cattolici bergamaschi, appassionato di Dante e per vocazione professore di lettere e maestro di vita.

Ma a vederlo (mirarlo) sembra di più la seconda cosa che la prima, non un intellettuale con gli occhialini ed i cappellini di lana. Corpulento con barba riporta ad un prete di campagna o di piccoli paesini del sud, quei parroci che amano le trattorie ed i bar capaci di spiegarti il vangelo senza mai nominare Gesù e la Madonna o il termine “fede” ed usano per metafore la bellezza di una rovesciata di Cristiano Ronaldo o la fermezza morale di Zoff nel placcare il pallone che esce dal colpo di testa di Socrates sul 3 a 2 di Italia-Brasile.

Oppure sembra un ispettore di polizia dei film poliziotteschi italiani di Umberto Lenzi o dei polar (policier+noir) francesi di Jean-Pierre Melville, quelli intelligenti, intuitivi, perspicaci, bonari ma anche pratici, capaci di dare un pugno all’improvviso al cattivo di turno e poi dire “Chi io? Ma se è una carezza a mano chiusa”. Che so’? Un Lino Ventura, o un Orazio Orlando oppure un Giampiero Albertini.

Stai dalla sua parte. Ti fidi. Ed io mi fido.

Nembrini – a questo punto abbiamo capito che non è un uccello né un aereo ma forse il parroco di Pietralunga un l’ispettore di polizia del Commissariato di Roma Termini – dice che il senso della DIVINA COMMEDIA è in un passaggio del testo della canzone LA MENTE TORNA: “Io voglio vivere anche per me, scoprire quel che c’è, io voglio, apro già la porta ma… (ndr all’intrasatta) Arrivi tu… la mente torna, il cuore mio quasi si ferma e intorno a me lo spazio immenso”

In breve tutta la “commedia” di Dante – che fu definita solo successivamente “divina” da Boccaccio quando dovette spiegarla ai fiorentini – è la ricerca del bello della vita, scoprire tutto e alla fine noi stessi. Cammini tra inferno, purgatorio e paradiso, tra fetenti e potenti, puri e santi, e ad un certo punto – all’improvviso – “ti trovi”. E le parole di Mogol nella loro semplicità musicale fanno un efficace riassunto.

LA MENTE TORNA è una canzone del 1971 di Battisti-Mogol cantata da Mina e parla dell’incontro con l’amore decisivo, quello che ti cambia la vita ed il modo di vedere le cose “Arrivi tu, la mente torna, il cuore mio quasi si ferma e intorno a me lo spazio immenso che persino io non ho più senso.. arrivi tu, il mondo è acceso, quello che era mio tu l’hai già preso, non ci son più per me esitazioni…”. e non ci sono più esitazioni tutto diventa chiaro. All’improvviso tutto diventa chiaro e comprensibile.

 

 

Lei – bella e giovane – non vede altro che intraprendere avventure amorose e professionali. Il mondo la sta aspettando. Ma ad un certo punto incontra Lui e tutto cambia.

Ma il Lui è un uomo? È qualcosa di reale oppure è il senso della vita?

La tesi di Nembrini ha un precedente in alcune considerazioni di “Comunione e Liberazione” – gruppo laico cattolico fondato dal teologo Luigi Giussani – che faceva ampio utilizzo della musica nella formazione dei giovani, ritenendo la musica “l’espressione più alta del cuore dell’uomo” o “la carità più grande di tutte perché il canto rende vicino e visibile il mistero”. Un’apprezzabilissima opinione. Pensiamo a LA BUONA NOVELLA di De Andrè o TI VENGO A CERCARE di Battiato.

I ciellini ritenevano che il testo “LA MENTE TORNA” contenesse una esemplificazione della scoperta della fede, della vita prima e dopo la fede, come il viaggio di Dante. Una vera e propria preghiera? Dunque a questo siamo arrivati? Mogol scrive preghiere? E Battisti gliele musica?

Così all’improvviso! All’intrasatta.


Questo può riportare “alla mente” la conversione di Zaccheo riportata nel Vangelo di Luca e che Papa Francesco racconta nell’ANGELUS di domenica 3 novembre 2013.

Zaccheo (che significa “Dio ricorda”) era un pubblicano di Gerico, una città della Cisgiordania in prossimità del fiume Giordano. I pubblicani erano gli esattori delle tasse che i Romani riscuotevano per mantenere l’impero. Un mestiere particolarmente odioso ancora oggi. Trovate qualcuno che parla bene di Equitalia. Zaccheo era ancora più odioso in quanto ebreo che riscuoteva per i Romani, piccolo di statura e non particolarmente empatico. Faceva battute alle quali rideva lui e gli altri si sforzavano di sorridere in cambio di una proroga sui termini. Temuto e non rispettato.

Arriva in città un certo Gesù di cui tutti parlano bene. Un buon oratore ma anche un tipo stizzoso. Se lo capisci bene, se non lo capisci te lo ripete ma poi va per la sua strada. Pare che facesse miracoli, figlio di un falegname. Zaccheo pensa “Fa i miracoli? Lui fa i miracoli? Ed io che in meno di 5 anni da mendicante sono diventato il pubblicano più ricco e potente di Gerico? Questo non è un miracolo? Il mio miracolo!”.

Ma è anche uno che non ha paura di nessuno. Sia dei Farisei che dei Romani. I primi non lo contraddicono, i secondi lo sorvegliano ma non lo fermano.

“A me i Farisei mi sputano addosso e i Romani mi scacciano dopo che gli ho portato la parte delle tasse riscosse che gli compete”.

Ci pensa Zaccheo, la cosa non è chiara. Gli sfugge qualcosa. Ha la sensazione che i soldi ed il potere non riesce a misurare questa cosa.

Esce di casa va sullo stradone principale ma tanta è la folla che circonda il giudeo che non lo vede. Lui è basso, piccola di statura ma ingegnoso.

L’ombra sulla strada è quella della folta capigliatura di un albero di sicomoro. Uno scatto. Ed è su. Tra i primi rami che si sviluppano dal tronco ma ad un altezza di 4/5 metri. Il tempo di sistemarsi comodo che l’uomo vestito di bianco a capo del corteo che proprio in quel momento sta avvicinandosi si ferma e lo guarda.

“Zaccheo” lo chiama.
“Io?”
“Si. Tu sei Zaccheo? O hai un altro nome”
“Sono io”
“E che fai lì”
“Riposo”
“Su un albero?”
“Si, non è vietato”
“Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”

Un bisbiglio tra la folla si allargò fino ad arrivare alla bocca dell’apostolo più vicino “Gesù, ma come a casa sua? Questo è Zaccheo, il capo dei pubblicani, riscuote tasse, un ebreo che per conto dei romani ruba sia ai romani e che agli ebrei, lucra sui suoi fratelli e sui suoi amici”.

Gesù non aveva un buon carattere. Sapeva quello che faceva e sbuffò “Quante volte ve lo devo dire: fate fare a me”

Zaccheo fece un salto così deciso che arrivo come un acrobata ai piedi di Gesù già in ginocchio.

Mentre lo accompagnava a casa sua cominciò a ronzargli in testa delle parole ed un motivetto che non osò spifferare ma Gesù lo sentì lo stesso

Arrivi tu, la mente torna, il cuore mio quasi si ferma e intorno a me lo spazio immenso che persino io non ho più senso.. arrivi tu, il mondo è acceso, quello che era mio tu l’hai già preso, non ci son più per me esitazioni…”.

Arrivati alla soglia della porta di casa Zaccheo si fece coraggio: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”.

La mente torna all’intrasatta, anche se Gesù sapeva quando.

di Vincenzo Russo Traetto

Tratto da Informare n° 183 Luglio 2018

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