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Meglio prevenire che reprimere: uno strumento normativo per complicare la vita ai criminali

Redazione Informare 18/01/2023
Updated 2023/01/18 at 4:17 PM
8 Minuti per la lettura

Il decreto-legge 31 ottobre 2022, n. 162, nell’inaugurare la normazione penale della nuova legislatura, ha introdotto il reato di “Invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica” (art. 434 bis, c.p.).

Mosso dalla ritenuta esigenza di contenere il fenomeno dei rave party, privo di un’organica disciplina, il legislatore ha accostato all’intervento preventivo quello repressivo, utilizzando a tale ultimo scopo la norma penale, lo strumento più severo che l’ordinamento conosca.
Le disposizioni di questo decreto, transitato alle camere per la conversione, hanno suscitato polemiche tra i tecnici del diritto e soprattutto nell’opinione pubblica.

Accanto al conio di un nuovo reato (che si configura, stando al testo della legge, se viene accertata la condotta di “invasione arbitraria di un terreno o edificio pubblico o privato”, tenuta da cinquanta o più persone, allo scopo di radunarsi, e ove si accerti il pericolo per l’ordine pubblico o la salute pubblica), il legislatore ha previsto anche l’applicabilità, agli indiziati del reato stesso, della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza. Quest’ultima è una misura di prevenzione che consente all’autorità di pubblica sicurezza, su decisione del Tribunale, di sottoporre il destinatario a un penetrante controllo volto a ostacolarlo nel compimento dei reati.

Prevenire è meglio che curare

Come accade spesso nella recente legislazione penale, si mira in primo luogo a prevenire il realizzarsi di determinate condotte; poi, se del caso, a sanzionarle penalmente.
Lo scopo di prevenire i reati, come si insegna tradizionalmente, è immanente nella nostra costituzione: vi è insito sul piano logico prima che giuridico, in quanto se lo Stato ha il compito di reprimere i reati vuol dire che, ancor prima, ha quello di prevenirli. D’altronde, si tratta di un imperativo di buon senso: prevenire, come si afferma, è meglio che curare. E tanto vale sia sul piano medico che su quello giuridico, dove il reato somiglia alla patologia clinicamente accertabile.

Il settore della prevenzione ha lo scopo di intervenire prima del compimento di atti lesivi per la comunità.
È un settore importante e, nonostante gli studiosi non abbiano mai cessato di denunziarne le criticità e il potenziale conflitto anche con alcuni principi costituzionali, dopo diversi interventi della Corte costituzionale, è ancora vivo e vegeto e – se rettamente applicato – può produrre risultati incoraggianti nella lotta al crimine. Sul piano del contenuto, essere destinatari della sorveglianza speciale significa soggiacere a un controllo pressante dell’autorità di polizia; significa (in caso di obbligo o divieto di soggiorno in un determinato luogo) dover rispettivamente permanere in o allontanarsi da quel luogo, salva espressa autorizzazione del Tribunale.

Significa – in caso di misura definitiva – vedersi eventualmente revocare la patente di guida: non poter contrarre con l’amministrazione pubblica e perdere i benefici, anche economici, riconosciuti dallo Stato e dagli enti pubblici. Significa, in breve, avere lo Stato (attraverso le forze dell’ordine) con il “fiato sul collo”. E le conseguenze, in caso di trasgressione, sono spesso pesanti, essendo consentito, in molti casi, l’arresto anche al di fuori dei casi di flagranza, per reprimere le condotta trasgressiva.

È uno strumento quindi molto nocivo per chi delinque, in quanto il suo scopo è insomma quello di rendere difficile la vita ai soggetti che abitualmente si dedicano al reato. E si tratta di misure che possono riguardare sia la criminalità di tipo mafioso (significative le intercettazioni che rivelano quanto i mafiosi mal le sopportino, costringendo il clan a emarginare, per un periodo più o meno lungo, l’affiliato che ne sia colpito); che quella comune: si pensi al rapinatore seriale, al ladro incallito, allo spacciatore o al trafficante di droga, all’usuraio.

Queste misure poi possono costituire la premessa per il sequestro dei beni quando è possibile stabilire che durante il periodo di commissione dei fatti, il destinatario abbia incamerato ricchezze e hanno, inoltre, la particolarità di “raccontare” un po’ la vita della persona che abitualmente commette reati.

Come si struttura la sorveglianza

A differenza della pena in senso stretto, caratterizzata dal concentrarsi su un determinato fatto (quella rapina, quel furto, quell’episodio di usura, quella cessione di droga), la sorveglianza ricostruisce la vita della persona: mette insieme, come in un mosaico, tendenzialmente tutte le malefatte del soggetto, arrivando a concepire un’unica macro-misura che interessi il soggetto in quanto tale, più che il singolo fatto (“x” o “y”) commesso.

In tal modo la misura di prevenzione, restituendo uno spaccato di vita, descrive meglio il tipo di persona, e il giudice guarderà quindi non più il singolo fatto, ma l’intera biografia criminale dell’interessato, con un panorama informativo ben più ampio ed esaustivo, per cui, se ci si trova di fronte all’incallito criminale, sarà difficile per lo stesso sostenere che il fatto commesso sia episodico.
Da ultimo, poi, tali misure vengono associate a figure di reato delicate e oggetto di profonda attenzione mediatica e sociale, come lo stalking (in relazione al quale potrebbe essere disposto un divieto di avvicinamento alla persona offesa più duraturo di quello adottabile in sede penale), o i “maltrattamenti in famiglia”, reati spesso facilitati dalle situazioni di spiccato degrado ambientale e sociale.

Potenziare il Litorale Domitio

In un territorio difficile come quello che contorna il Litorale Domitio dove imperversa il traffico degli stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione e la criminalità organizzata, il ricorso a queste misure andrebbe potenziato, come andrebbero rinforzati gli uffici della giurisdizione che se ne occupano.
Inoltre, vista l’alta concentrazione di persone gravate da precedenti che scelgono appositamente di stabilirsi sul territorio per trovare condizioni più favorevoli per delinquere, andrebbe valutata la possibilità di accompagnare la sorveglianza speciale al divieto di soggiorno (più che all’obbligo), costringendo i destinatari di simili misure a lasciare il territorio dove prosperano criminalmente.

È vero, come si afferma comunemente, che così facendo si corre il rischio di esportare altrove i fenomeni criminali, ma si tratta di compiere un bilanciamento, tenendo presente che il territorio Domitio spesso viene scelto proprio per la sua idoneità (le cui ragioni sono chiare solo in parte) a celare lo svolgimento di attività illecite.

Per cui, se il territorio appare saturo di criminalità non sarebbe sbagliato alleggerirlo, ipotizzando l’allontanamento dei criminali mediante il divieto di soggiornarvi, rendendo così più effettiva (perché proporzionata al contingente delle forze dell’ordine) la possibilità di controllare i destinatari delle misure.
Si tratta in ultima analisi, lo si ribadisce, di scoraggiare la commissione dei reati; di renderli più complicati e, a tale scopo, il mezzo più appropriato è quello di personalizzare il più possibile le misure a seconda del contesto in cui opera il destinatario e del tipo di criminalità che si intende contrastare.

di Francesco Balato

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