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Meglio prevenire che reprimere: il decreto per scoraggiare e prevenire i reati

Redazione Informare 03/12/2022
Updated 2022/12/03 at 12:08 PM
12 Minuti per la lettura

Uno strumento normativo per complicare la vita ai criminali e prevenire i reati

Il decreto-legge 31 ottobre 2022, n. 162, nell’inaugurare la normazione penale della diciannovesima legislatura, ha introdotto, all’art. 434 bis del codice penale, il nuovo reato di “Invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica”. 
Mosso dalla ritenuta esigenza di contenere il fenomeno dei rave party, privo di un’organica e specifica disciplina nel nostro paese, il legislatore ha – come avviene di consueto nella più recente esperienza normativa – accostato due strumenti di intervento: uno di tipo preventivo; l’altro di tipo più squisitamente repressivo, utilizzando a tale ultimo scopo la norma penale, cioè lo strumento più incisivo e severo che il nostro ordinamento conosca. 

Le disposizioni di questo decreto-legge, già transitato alle camere per la conversione, e che ha destato non poche polemiche tra tecnici del diritto e soprattutto nell’opinione pubblica sono, come si diceva, a un tempo preventive e repressive.  

La novità del nuovo decreto

Accanto alla creazione di un nuovo reato, che si configura – stando alla lettera della legge – se viene accertata una condotta di “invasione arbitraria di un terreno o edificio pubblico o privato”, tenuta da cinquanta o più persone, allo scopo di radunarsi e laddove si accerti il pericolo per l’ordine pubblico o la salute pubblica –, il legislatore ha introdotto anche una nuova ipotesi di applicabilità della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza. 

Quest’ultima è una misura di prevenzione personale che consente all’autorità di pubblica sicurezza, su decisione del Tribunale, di sottoporre il destinatario della stessa a un penetrante controllo di polizia teso a ostacolarlo nel compimento dei reati.  

Con la citata disposizione, appunto, si è previsto che può esserne destinatario anche chi è indiziato del nuovo reato di “Invasione per raduni pericolosi (…)” di cui all’art. 434 bis, codice penale. 

Il legislatore, dunque, come avviene quasi costantemente nella più recente legislazione penale, mira in primo luogo a prevenire il realizzarsi di determinate condotte; poi, lì dove esse si materializzino, a reprimerle mediante la sanzione penale. 

Prevenire e scoraggiare i reati

Lo scopo di prevenire i reati, come si insegna tradizionalmente, è immanente nella nostra Costituzione: vi è insito sul piano logico prima che giuridico, in quanto se lo Stato ha il compito di reprimere, ciò vuol dire che, ancor prima, ha quello di prevenire la commissione di fatti antisociali.  

D’altronde, si tratta di un imperativo di buon senso: prevenire, come si afferma comunemente, è meglio che curare. E tanto vale sia sul piano medico che su quello ordinamentale, dove il reato somiglia un po’ alla patologia clinicamente accertabile. Bisogna creare le condizioni per evitarlo e, quindi, per prevenirlo prima che impegnarsi a sanzionarlo e, dunque, a rimuoverne le conseguenze. 

Il settore normativo della prevenzione ha proprio questo scopo: si preoccupa di intervenire ante delictum, cioè prima del delitto, e quindi del compimento di atti lesivi per la comunità. 

È un settore molto importante anche se ancora controverso, in quanto gli studiosi della materia non hanno mai cessato di evidenziarne le criticità e il potenziale conflitto anche con alcuni principi costituzionali. Sta di fatto che anche dopo diversi interventi della Corte costituzionale si tratta di un settore per ora vivo e vegeto e che – se attentamente applicato – può portare a risultati incoraggianti sul versante della lotta al crimine, sia quello organizzato, sia quello comune. 

L’importanza di questa misura

Sul piano del contenuto, essere destinatari di una misura di questo tipo, e cioè – per fare l’esempio più comune – la citata sorveglianza speciale (esistente peraltro da tempi antichi), significa essere sottoposti a un controllo pressante dell’autorità di polizia; significa essere costretti – in caso di obbligo o divieto di soggiorno in un determinato luogo – rispettivamente a permanere o allontanarsi da quel luogo, senza potervi trasgredire, se non espressamente autorizzati dal Tribunale.  

Significa – in caso di definitività della misura – vedersi (se del caso) revocare la patente di guida; significa non poter contrarre con l’amministrazione pubblica e perdere le provvidenze e i benefici, anche economici, riconosciuti dallo Stato e dagli enti pubblici.  

Significa, in poche parole, avere lo Stato (attraverso le forze dell’ordine) con il “fiato sul collo”. E le conseguenze, in caso di mancato rispetto del controllo, sono spesso pesanti, essendo consentito, in molte delle ipotesi, all’autorità di polizia di trarre in arresto la persona, anche al di fuori dei casi di flagranza, per la condotta trasgressiva tenuta che delinea un autonomo reato. 

Si tratta di uno strumento quindi molto nocivo per chi delinque, in quanto il suo scopo è non quello di reprimere e, quindi, di sanzionare la condotta dello stesso, ma quello di ostacolarne il verificarsi: insomma, rendere difficile la vita ai soggetti che abitualmente si dedicano al reato. 

E si tratta di misure che possono riguardare, come si accennava, tanto la criminalità di tipo camorristico/mafioso (significative le intercettazioni che rivelano quanto i mafiosi mal sopportino questo tipo di misure, costringendo il clan a emarginare, per un periodo più o meno lungo, l’affiliato che ne sia colpito); tanto la cosiddetta criminalità comune, come quella votata all’accumulazione di ricchezze: si pensi al rapinatore seriale, al ladro incallito, allo spacciatore o al trafficante di droga di professione, all’usuraio. 

L’obiettivo

Queste misure poi possono costituire la premessa per un intervento dello Stato sui beni della persona interessata, quando è possibile stabilire che durante il periodo di commissione dei fatti, il destinatario delle stesse abbia incamerato ricchezze. Tali ricchezze potranno essergli legittimamente sottratte dallo Stato, mediante l’adozione – su istanza degli organi proponenti – di misure penetranti come il sequestro finalizzato alla confisca

Questi strumenti hanno poi la particolarità di raccontare un po’ la vita della persona che abitualmente commette reati.  

A differenza della misura penale in senso stretto (la pena), caratterizzata dal concentrarsi su un determinato e specifico fatto (quella rapina, quel furto, quell’episodio di usura, quella cessione di droga), la misura in oggetto restituisce la vita della persona: mette insieme, come in un mosaico, tendenzialmente tutte le malefatte del soggetto e ne trae le fila, arrivando ad impostare un’unica macro misura che possa interessare il soggetto in quanto tale, più che il singolo fatto (“x” o “y”) che abbia commesso. 

In tal modo la misura di prevenzione, restituendo uno spaccato di vita, è capace di raccontare meglio al giudice il tipo di persona per il cui trattamento (di tipo preventivo) lo stesso è chiamato ad occuparsi.  

Il giudice guarderà quindi non più il singolo fatto, ma l’intera biografia criminale dell’interessato, con un panorama informativo ben più ampio ed esaustivo, con il risultato che se ci si trova di fronte all’incallito criminale, sarà difficile per lo stesso convincere il giudice che il fatto commesso sia episodico. 

Da ultimo, poi, queste misure vengono associate a figure di reato delicate e oggetto di profonda attenzione mediatica o sociale, come il reato di stalking (in relazione al quale potrebbe essere disposto un divieto di avvicinamento alla persona offesa più duraturo di quello adottabile in sede penale), o quello di maltrattamenti in famiglia, che spesso riflettono figure criminose favorite dalle situazioni nelle quali vi sia uno spiccato degrado ambientale e sociale.  

Scoraggiare i reati nel Litorale Domizio

In un territorio difficile come il nostro – e specialmente in quello che contorna il Litorale Domizio – dove imperversa il traffico degli stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione ovvero la criminalità organizzata, il ricorso a queste misure andrebbe potenziato, come andrebbero rinforzati gli uffici della giurisdizione che si occupano di questa materia. 

In tema di stupefacenti (così come in tema di traffico di esseri umani), vista l’alta concentrazione di persone gravate da precedenti che scelgono appositamente di stabilirsi sul territorio per trovare condizioni più agevoli per continuare a delinquere, andrebbe maggiormente valutata l’opzione di accompagnare la sorveglianza speciale, non tanto all’obbligo di soggiorno, quanto al divieto di soggiorno, costringendo i destinatari di simili misure a lasciare il territorio dove prosperano criminalmente.  

È vero, come si afferma comunemente, che tanto potrebbe generare il rischio di esportare altrove simili fenomeni criminosi, ma si tratta, nel caso di specie, di compiere una valutazione di bilanciamento e opportunamente tener presente come il territorio Domizio venga sovente scelto proprio per la sua idoneità (le cui ragioni sono chiare solo in parte) a celare lo svolgimento di attività illecite.  

Per cui, se il territorio appare saturo di criminalità non sarebbe sbagliato valutare più attentamente di alleggerirlo, ipotizzando l’allontanamento dei criminali dallo stesso, imposto d’autorità mediante l’applicazione del divieto di soggiornarvi, rendendo così più effettiva (perché proporzionata al contingente numerico delle forze dell’ordine disponibile sul territorio) la possibilità di controllare effettivamente i destinatari delle misure.  

Si tratta infatti – e, lo si ripete, è il fine di questo impianto di misure – di scoraggiare la commissione dei reati; di renderli più complicati e, per il raggiungimento di questo scopo, l’aspetto che pare più appropriato è quello di personalizzare il più possibile tali flessibili misure a seconda del tipo di destinatario e del tipo di criminalità che si intende contrastare.

di Francesco Balato

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