Maurizio De Giovanni: «Napoli, una città che racconta se stessa»

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Intervista a Maurizio De Giovanni

informareonline-maurizio-de-giovanni-libroA tu per tu con l’autore di gialli più glamour del momento: Maurizio De Giovanni, laico, ex bancario, ex sportivo, alto, occhi verdi, sguardo profondo, ama il Jazz e adora il casatiello napoletano. Ha da poco consegnato il suo trentesimo romanzo ai suoi lettori, “FIORI per i Bastardi di Pizzofalcone” (Enaudi), dal 1° dicembre 2020 in tutte le librerie. Una crime-story che si svolge in primavera a Pizzofalcone dove un anziano fioraio titolare di un chiosco è la vittima. Lo ha dedicato alla madre scomparsa due mesi fa. Come da accordi presi precedentemente lo chiamo in tarda mattinata, una voce inaspettatamente roca mi risponde sorridente. Mi sento emozionata ed è lui a schierarsi subito in campo, pronto per l’intervista. Il contatto me lo ha dato un amico in comune Raffaele Palma un suo vecchio compagno di scuola. La conversazione parte così, parlando di amicizia, di quelle vere, “di quelle che sopravvivono all’età”. Non è un caso che il commissario Palma, nei Bastardi di Pizzofalcone, si chiami come il suo amico di sempre.

Napoli la sua città natale, teatro delle sue storie, fonte di ispirazione. Una grande città per molti aspetti, dove però tutti si conoscono…

«Napoli è veramente piccola, io dico sempre che Napoli è una città fatta da tante città, un po’ come una cipolla, fatta a strati, il nucleo della borghesia napoletana, che poi è molto autoreferenziale e ombelicale, è fatta da poche migliaia di persone, che si incontrano sempre e dovunque, frequentano gli stessi posti. Un circolo di professionisti, di imprenditori, di industriali, assolutamente inconsapevoli del resto della città che non si confrontano con essa. Per cui un’area metropolitana di tre milioni e mezzo di persone, in realtà è diretta da un gruppo, che occupa posti di potere e che gestiscono i patrimoni finanziari, che non si interessa della città, delle periferie o dello stesso centro. Questo credo sia uno dei grandi limiti di questa città».

E Maurizio De Giovanni dove si colloca?

«Io spero di essere uno che getta ponti piuttosto uno che alza muri. Spero di essere uno di quelli che a un certo tipo di città è attento e cerca anche di raccontarla per quanto può».

Come fa a rendere le sue ricostruzioni così puntuali sotto ogni aspetto? 

«Faccio molta ricerca, la scrittura è la parte terminale del mio lavoro ed è quella che dura meno, è anche quella più semplice e quella meno faticosa. Normalmente a scrivere un romanzo ci metto un mese non di più, come l’ultimo romanzo. Ho tempi di scrittura molto ristretti, quelli lunghi sono i tempi di ricerca poiché articolati».

Questo per lei significa offrire “credibilità” ai lettori?

«Cerco di essere completo, profondo e articolato nella ricerca e cerco di adeguare la trama alle cose che trovo. Per esempio nella serie dedicata al commissario Ricciardi, ambientata nella Napoli dei primi anni ’30, a me è capitato frequentemente, avendo scritto 12 romanzi più una serie di racconti su questo personaggio su quel tempo, ogni volta che avevo in mente una storia per la quale non trovavo riscontro, non trovavo elementi sufficienti, io cambiavo la storia».

Quindi la ricerca ha condizionato lo sviluppo delle sue trame?

«Certo che sì. Sono meticoloso, non mi piace descrivere particolari o situazioni connesse al periodo senza averle più volte verificate e approfondite; non sopporterei sentirmi eccepire da qualche lettore un’inesattezza storica, cosa per fortuna finora mai accaduta».

Come vive la sua città? Quanto è cambiata la Napoli di ieri rispetto ad oggi?

«Napoli è un universo, è un mondo intero che può essere visto da tutti i punti di vista, non c’è una Napoli vera e una Napoli falsa. Napoli raccoglie tutte le sfumature possibili: se vuole raccontare una storia altamente aristocratica o profondamente popolare o proletaria, la può raccontare, se vuole raccontare la violenza, la bontà e la solidarietà, la può raccontare.  Napoli racconta se stessa, in maniera costante senza pause. Questa credo sia una delle più grandi e meravigliose opportunità di questa città».

Le inchieste del commissario Ricciardi prendono il via ufficialmente con “Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi”, edito da Fandango, nel lontano 2007. Come è cambiato da allora Maurizio De Giovanni come scrittore o come uomo?

«Non credo di essere cambiato. Certo sono cambiate molte cose, per quanto riguarda il riscontro popolare, oggi mi riconoscono, firmo autografi e faccio foto. Però il mio modo di approcciare alle mie storie è lo stesso, ancora adesso penso alle storie alla stessa maniera e credo di raccontarle con le stesse modalità e lo stesso coinvolgimento di allora».

Ha dovuto rinunciare a qualcosa? Cosa le manca di più rispetto a prima?

«Non mi è facile conciliare tutte le cose per via degli impegni che sono cresciuti. Io sono un lettore forte, leggo molto, la cosa che mi manca è la libertà di andare in libreria e scegliere i libri che vorrei. Non ho più lo stesso tempo».

Lei è un lettore accanito, qual è il suo autore preferito?

«Eddy Mc Bain il più grande giallista mai esistito con il suo 87° distretto, S. King, K. Follet, dei contemporanei e del passato E. Galeano, Gabriel García Márquez, A. Dumas, I. Asimov, tutti meravigliosi autori. Ho la fortuna di avere una grande e bella libreria, mi aiuto così, vivere circondato dai libri mi rassicura molto».

Ha sperimentato tante cose, dal teatro alla televisione, dalla fumettistica al cinema, cosa le manca?

«Non sono io quanto le mie storie a funzionare e dalle quali traggono spunti per raccontarle al cinema, in televisione e così via. Adesso Alessandro Gassman, per esempio, sta girando un film per il cinema, che uscirà a febbraio prossimo, tratto da una mia opera Il Silenzio grande, l’opera teatrale più vista in Italia l’anno scorso diretta dallo stesso Gasmann.  Tutto ciò deriva dalle mie storie, ma per me tutto rimane uguale, io mi siedo al computer, in tuta, barba lunga, abbastanza abbrutito, bevo un caffè dietro l’altro e scrivo le mie storie».

Una passione nascosta? Oltre l’amore per la sua squadra di calcio del cuore

«Mi piace la bellezza, in tutte le sue forme e declinazioni, da un bel sorriso a un bel museo, dal mare ad un quadro. Amo l’Italia, ho girato molto per presentare i miei libri e questo mi ha dato la possibilità di rendermi conto di vivere in Paese straordinario, l’Italia è un Paese incredibile, un’opportunità che tendiamo a dimenticare».

E se dovesse trasferirsi dove le piacerebbe vivere in alternativa a Napoli?

«Se dovessi essere deportato, lei dice? A quel punto sarebbe una costrizione e allora non farebbe differenza. Mai e poi mai lascerei Napoli, mi piace girare ma non è possibile immaginarmi vivere altrove che qui».

È scaramantico?

«No non lo sono, non sono superstizioso e nemmeno religioso, non ho questo conforto. Credo molto nella realtà per come la vedo».

Quali sono i suoi futuri progetti?

«Altri quattro romanzi per lo meno nell’anno prossimo, come sempre: uno per ogni serie che i miei lettori mi chiedono e seguono annualmente, i Bastardi di Pizzofalcone, Mina, Sara. In realtà vorrei provare a scrivere un romanzo non giallo».

Se potesse vedere qualcuno, chi vorrebbe incontrare tra personaggi inventati o personaggi reali?

«Io vorrei rivedere mio padre, che è mancato quando io avevo 23 anni. Mi piacerebbe parlare con lui. Potrei dire mia madre, che è mancata da poco, ma con lei sono stato tanto e ci siamo detti tutto quello che ci stava da dire. Se potessi rivedere qualcuno, ecco, vorrei rivedere mio padre».

di Fernanda Esposito

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°212
DICEMBRE 2020

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