Mattia Fiore: “Avere l’umiltà di educarsi alla bellezza”

In una società martoriata dai colpi di una crisi travestita da superficialità, la capacità di cogliere la Bellezza è tristemente rara. Bellezza intesa in senso estetico, ma anche come valore etico, concetti apparentemente differenti ma in realtà strettamente collegati.

«Non può esservi bellezza dove alberga bruttura, come non può esservi una condizione etica». L’Estetica e l’Etica, cioè il bello e il bene, sono due principi dei quali l’uomo non può fare a meno, pena l’essere svalutato della sua stessa essenza di uomo: lo aveva già compreso il buon vecchio Platone, racchiudendoli nella parola “Armonia”.

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Mattia Fiore

Non è un caso, quindi, che Armonia sia intitolata la mostra del maestro Mattia Fiore, promossa dall’Associazione I.XII.XVIII, che vanta fra i suoi principali obiettivi proprio l’educazione alla Bellezza e ai valori della Costituzione, cioè alle leggi italiane: espressione massima dei principi dell’Etica e, al contempo, emblema di un legame con la bellezza che soltanto il popolo italiano possiede, unico al mondo per la sua cultura millenaria.

Le opere, racchiuse nella meravigliosa cornice di Vicolo Valdina in Campo Marzio, sede degli uffici della Camera dei Deputati, sono una vera e propria esplosione di colore su tela: dal giallo all’arancione, dal verde all’azzurro.

Colori che provano certamente a trasmettere un messaggio di positività: «Sono felice che le mie opere siano percepite in questo modo – racconta Mattia Fiore – soprattutto perché le considero lo specchio della mia esistenza.

Non nascono da una rappresentazione progettuale, sono una traduzione su tela delle mie emozioni e dei miei stati d’animo, una scrittura segreta attraverso la quale posso esprimermi senza l’utilizzo delle parole».

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Scrittura criptata, quindi, che non mette in luce la parte razionale dell’artista, bensì la sua irrazionalità, la sua follia: «Ognuno di noi ragiona utilizzando le categorie di soggetto, predicato e complemento, regole prestabilite che ci permettono di comunicare in maniera razionale.

La creatività, tuttavia, non risiede nella ragione, bensì nella specificità della nostra follia, cioè nel modo in cui associamo le cose, che ci differenzia l’uno dall’altro».

Originario di Caivano, terra alla quale è visceralmente legato ma che ha lasciato per accompagnare la sua arte in giro per il mondo – da New York, a Parigi, a Londra – Mattia Fiore, attraverso le sue opere, si pone l’obiettivo di essere un “dispensatore di Bellezza”, valore da diffondere soprattutto nelle zone più problematiche del nostro Paese:

«Non ho la presunzione di ribaltare le condizioni di bruttura che albergano nelle nostre zone, tuttavia ritengo che non sia possibile arrendersi all’incedere della bruttura, che è soprattutto una condizione etica, pena l’esserne soffocati».

Colpisce, ammirando le sue opere, l’assenza di colori tetri e malinconici: «Non ho mai sentito il bisogno di utilizzare il colore nero nei miei quadri, non mi appartiene.

È stato inevitabile adoperarlo per rappresentare Cristo, in un’opera oggi esposta presso la Basilica di San Giovanni in Laterano, ma in quel caso era necessario dipingere in maniera fedele alla realtà, rispettare alcune regole basilari dell’arte pittorica, come la prospettiva.

Si trattava di una figura sacra, sarei stato dissacrante se avessi utilizzato colori differenti dal nero e dal marrone. Tuttavia i colori che maggiormente sento vicini sono quelli che io amo definire “i colori della vita”. Sono i colori della mia terra, della nostra terra».

E forse la nostra terra avrebbe soltanto bisogno di far risplendere i suoi colori, annebbiati da un grigiore che non le appartiene.

“Cosa bella mortal passa e non dura”, scriveva Petrarca. Ma noi educhiamo alla Bellezza, educhiamoci. E questa diventerà immortale.

di Teresa Coscia

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°194
GIUGNO 2019

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