Matteo Messina Denaro: nel nuovo libro di Marco Bova, il racconto di una caccia non ancora finita

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Marco Bova è giornalista e videomaker per AGI e Il Fatto Quotidiano, autore e regista di documentari ed ha da poco pubblicato il libro “Matteo Messina Denaro, latitante di Stato”, edito da Ponte delle Grazie, che gli abbiamo chiesto di commentare.

Chi è Mattia Messina Denaro?

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«La sua storia si intreccia con la stagione delle stragi, tra le più tragiche che abbiamo vissuto e tuttora sono in corso processi per capire cosa è realmente accaduto. Matteo Messina Denaro – da ora in poi MMD – in quella stagione si trova al momento giusto nel posto giusto, per essere un aspirante boss, perché compare alla destra di Totò Riina proprio nei mesi precedenti alle stragi: è il depositario dei segreti di quelle stragi assieme a Giuseppe Graviano. Questo patrimonio conoscitivo è stata la sua corazza in questi 30 anni di latitanza. MMD è sicuramente il capo della mafia di Trapani».

È ancora vivo?

«Abbiamo questa idea fino al 2018, quando altri mafiosi ne parlavano come un personaggio in vita. Da quel momento in poi non abbiamo più delle tracce significative. Un boss trapanese fu cercato per anni; soltanto dopo si è scoperto che era morto da 12 anni, per cui non sarebbe una novità venire a sapere che sia deceduto».

Che influenza ha MMD sulla mafia siciliana? 

«Per inquadrare il ruolo di MMD bisogna incrociare tutta una serie di tasselli che spuntano in un’indagine o in un’altra. Si capisce così che è stato il collante degli sviluppi economici della Sicilia occidentale: tra i patrimoni confiscati ci sono intere holding del turismo, aziende che operano nelle energie alternative e nell’economia tradizionale».

Qual è stato il percorso per la scrittura del libro?

«Il libro è un’inchiesta sulla caccia fallimentare che non ha ancora consentito il suo arresto. Non ci si chiede chi è MMD, ma perché non è ancora stato catturato. Quindi approfondisce tutti quei momenti in cui abbiamo perso cm dopo cm il contatto con MMD. Parlo principalmente degli errori investigativi, che hanno una matrice nel Ministero dell’Interno o la decisione di portare a processo chi ha provato a dargli la caccia. È un intrigo tra i palazzi di giustizia e la gestione dei sistemi di potere che sta consentendo la sua latitanza».

Che impegno stiamo affrontando nella sua caccia?

«Ho conosciuto molti investigatori e non hanno alcun dubbio che il primo obiettivo sia il suo arresto. Purtroppo la cattura di un latitante passa attraverso iter decisionali che esulano dal semplice sbirro e nelle spaccature giudiziarie si perde la grinta. Capita che si chieda l’autorizzazione per un’intercettazione, ma anziché averla subito, passano mesi; a quel punto il professionista intercettato smette di avere quel giro di contatti pericolosi e l’intercettazione è inutile. Questo è il limite del nostro modo di fare le indagini. E ci si chiede, ma perché dopo una spesa così grande – si parla di oltre 10 mln di Euro all’anno – non lo abbiamo ancora preso?»

Che ruolo ha MMD nella trattativa Stato-mafia?

«Abbiamo eletto la trattativa Stato-mafia a sintesi di una stagione estremamente complessa; in realtà c’è una trattativa continua. MMD rispetto a questa trattativa assume un ruolo unico, essendo depositario di quei segreti, ed è come se per questo ci fosse una volontà di non cercarlo. Dai processi ci restano però tanti documenti e testimonianze che ci permettono di arricchire il quadro. La verità non è un fattore processuale, ma sociale. Dovremmo affrontarla nelle sedi opportune spalmate sul territorio che stanno venendo a mancare come i luoghi di incontro tradizionali, ad esempio, per la presentazione di un libro. Dopo due anni di Covid dovremmo ricreare questi momenti di riflessione per non perdere vigore».

Hai un aneddoto dal tuo libro che può strapparci un sorriso?

«Nel libro racconto effettivamente di una situazione grottesca. Un soggetto telefonò da una cabina telefonica in Italia annunciando che a Lugano si trovasse MMD. La polizia di Lugano andò a cercarlo. Nel frattempo la polizia italiana, recuperando l’autore della telefonata, scoprì che l’aveva fatta per scoprire se la moglie lo tradiva con un altro. Eh sì, lo tradiva! Quindi dietro la caccia a Matteo Messina Denaro c’è anche questo».

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