I Matèrtera, un progetto musicale etnico-popolare mondragonese

Matèrtera - Photo credit Simona Di Lorenzo

La musica popolare, in questi ultimi anni sta vivendo una netta crescita, merito anche dei gruppi emergenti che si affacciano a questo genere di musica. I Matèrtera, da alcuni anni, si dedicano alla rivalutazione dei canti della tradizione mondragonese con particolare riguardo al territorio. Attraverso le loro note, cerchiamo di capire il messaggio che vogliono lasciare.

Come nasce il gruppo musicale Matèrtera?
«Matèrtera nasce nel 2012 da un’idea di tre cugini: Antonia Nerone, Andrea Capuano ed Elia Pagliuca. Il canto tradizionale ha sempre accompagnato la storia della nostra famiglia. Il papà di Antonia, Andrea Nerone, professore e architetto, sul finire degli anni ’70, armato di registratore a nastro, raccolse testimonianze del canto contadino mondragonese direttamente dalle persone anziane dell’epoca. Nerone, con la sua attività di etnomusicologo, attirò l’attenzione di grandi musicisti della Nuova Compagnia di Canto Popolare, Peppe Barra (e sua madre Concetta), Roberto De Simone, Carlo D’Angiò, ma soprattutto Eugenio Bennato, il quale, nel 1978, lo invitò a prendere parte al suo nuovo gruppo musicale, i Musicanova. Alla nascita dei Matèrtera decidemmo che il nostro ruolo come musicisti folk sarebbe stato quello di portare avanti questa tradizione canora. Il gruppo si avvale della collaborazione di musicisti tra i quali Antonio Arcieri, Gianfranco Narracci, Vincenzo Ciardi, Raffaele Cioppa, Amelio Rea».

I Matèrtera cosa vogliono esprimere con la loro musica?
«L’obiettivo è quello di rivelare il patrimonio etnomusicologico della nostra città, raccolto da quasi quarant’anni. Tanti brani, tra i quali nenie, canti di lavoro, di festa o religiosi, sono rimasti nel buio e dimenticati. Oggi cerchiamo di esprimere una forma particolare di ritorno al passato, nel tentativo di esplorare i misteri, le superstizioni e lo spirito vitale della scomparsa civiltà contadina. Amiamo la tradizione, cerchiamo di scoprire, attraverso le strofe dialettali del passato, la chiave nascosta per interpretare il presente e pensare al futuro».

Quali sono i punti di riferimento del gruppo e quali gli obiettivi che volete raggiungere?
«I nostri riferimenti musicali provengono dal popolo. Ascoltiamo e rielaboriamo quelle registrazioni degli anni ’70, quando ancora qualche persona nata alla fine dell’800 cantava “a fronna”, nell’androne del Palazzo Ducale. Il nostro compito è quello di riascoltare le voci del popolo e cercare di riproporre quelle strofe. Ci siamo esibiti in occasioni istituzionali e preso parte a varie iniziative caritatevoli e filantropiche. Strizziamo l’occhio anche ad altre realtà presenti sul territorio, affinché possa crearsi un movimento culturale omogeneo e organizzare iniziative condivise».

Vi dedicate soprattutto al recupero delle antiche strofe popolari della zona, in che modo?
«La nostra fonte principale sono le canzoni raccolte dal professore Nerone. Da parte nostra, continua l’attività di ricerca sul territorio, come testimoniano i contributi video presenti sulle nostre pagine social. Videointerviste che testimoniano la presenza, ancora oggi, di persone anziane che ricordano a memoria il motivo e le parole di moltissimi canti popolari».

A cosa state lavorando in questo periodo? Ci sono novità in previsione?
«Nei prossimi mesi sono in programma delle collaborazioni con associazioni locali per l’organizzazione di alcuni concerti. Siamo al lavoro su un disco che conterrà alcuni canti contadini della tradizione mondragonese e brani inediti scritti dallo stesso prof. Nerone ai tempi dei Musicanova. Non sappiamo ancora la data di uscita, ma possiamo dirvi che, probabilmente, per il finanziamento dell’opera ci avvarremo del crowdfounding online. Andrea Nerone è impegnato nella scrittura di un libro antologico che raccoglierà tutti i canti mondragonesi. Probabilmente, con l’uscita del libro, cureremo anche una raccolta delle registrazioni più belle degli anni ’70, affinché tutti possano ascoltare le affascinanti voci dei loro antichi concittadini».

di Emilio Pagliaro

Tratto da Informare n° 180 Aprile 2018