Summa

Maschere Summa: tradizione, resistenza, libertà

Giovanna Di Pietro 21/07/2023
Updated 2023/07/21 at 3:29 PM
5 Minuti per la lettura

Tra i vicoli del centro storico a Napoli c’è un atelier dove Robin Summa porta avanti una tradizione familiare iniziata cinquant’anni fa. Nel 2017, qualche anno dopo la morte del padre, Piero Summa, Robin decide di trasferirsi in Italia dalla Francia, per riconnettersi con le sue radici ed elaborare il lutto. Piero Summa è stato uno dei mascherai più attivi del Novecento: a partire dagli anni ’80 si è dedicato alla creazione di maschere teatrali utilizzando cuoio, resina e legno. A Parigi, il suo laboratorio era uno spazio di incontro e formazione artistica. Poco prima che morisse, Robin – che è stato cresciuto in questo mondo – ha chiesto al padre di trasmettergli questa maestria.

Robin Summa, un artista dalla Commedia dell’Arte

Più che artigiano, Robin si considera un artista: la lavorazione del cuoio, per creare delle maschere sugli stessi calchi che sono stati lavorati dal padre, viene integrata da un discorso politico ed estetico. I mascherai come Robin sono connessi alla tradizione della Commedia dell’Arte, nata in Italia nel Cinquecento, che ha avuto un grandissimo impatto sul panorama culturale europeo. «La Commedia dell’Arte è sempre stata politica, perché mette in discussione il funzionamento umano. Una volta indossata, la maschera è un modo di esprimersi e liberarsi dalle paure. Ecco perché la maschera di Pulcinella è una sorta di totem per il popolo campano, da oltre 400 anni è un simbolo di emancipazione e autocritica, che viene riconosciuto internazionalmente. Quando creo le maschere cerco di trasmettere la speranza e la frustrazione rispetto all’andamento delle cose, perché la maschera è rivelatoria»

Da questo concetto nasce “la Maschera e la Libertà”, l’atelier pubblico in cui Robin costruisce un dialogo con la città di Napoli, oltre a riprendere in mano il filo lasciato da suo padre: «Prima di tornarci, conoscevo Napoli molto poco. Mio padre me ne aveva parlato, ma quando sono arrivato sono rimasto sconvolto dalla sua bellezza e subito mi ci sono sentito a casa».

Si chiude bottega?

La bottega è una finestra sulla città che cambia, soprattutto nell’ultimo anno, e che viene investita di turisti: «Adesso vedo anche i limiti e le difficoltà dei napoletani (tra i quali ci sono anch’io). Napoli è sempre stata famosa per la cultura e la filosofia dei suoi abitanti. Un certo tipo di turismo è positivo, ma quello che mi preoccupa è la turistificazione di massa, che causa l’impoverimento dello spirito umano della città. Impoverendosi, non attirerà più nessuno in futuro, perché sarà ridotta a solo cibo e bed&breakfast, mentre avranno chiuso botteghe e librerie. Se diventasse la città della cultura e dell’avanguardia potrebbe attirare il mondo intero».

A cambiare non è solo la città, ma anche il mondo dell’arte e del commercio, lasciando sempre meno spazio all’artigianato. L’atelier di Robin è un esempio virtuoso di fusione di elementi tradizionali e innovativi, che resiste anche attraverso gli abitanti della città: «Ci sono tanti che vengono in bottega perché sono affascinati da questa autentica forma d’arte, nel marasma della plastica. Noto molti giovani napoletani, artisti di strada e musicisti, che comprano maschere e che resistono all’appiattimento culturale riprendendo in mano la tradizione. Tuttavia, questo da solo non è sufficiente.» Infatti, Robin ha investito molto su altre opportunità: viaggi in Europa, laboratori e incontri con le scuole, e-commerce e finanziamenti pubblici.

Cosa aspettarsi dal futuro

Il futuro dell’artigianato è quindi la ricerca di un delicato equilibrio tra diverse attività, molto lontano dallo stare in bottega. Robin – come suo padre prima di lui –  fa dell’atelier uno spazio pubblico di contaminazione e dialogo con il territorio. Le mostre, i laboratori e gli eventi sono un modo di riprendere in mano il nostro patrimonio culturale, riaffermandone l’importanza per capire il futuro. Oltre a parlarci di teatro e arte, le maschere Summa sono il simbolo di una conoscenza tramandata di padre in figlio, che nasce e ritorna a Napoli. Toccherebbe riprendere in mano la maschera di Pulcinella e chiederci se ha ancora qualcosa da insegnarci sulla resistenza e sulla libertà.

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