Faccio una premessa. Non ero entusiasta di andare a vedere questo film, all’inizio. Dopotutto, è l’adattamento di un romanzo di Jack London del 1909, e uno di quelli meno conosciuti, per giunta. Non ci sono voluti neppure dieci minuti per farmi ricredere. 

Di cosa parla Martin Eden? Non è esattamente facile spiegarlo. La storia originale di Jack London parla di un marinaio che decide di diventare uno scrittore. La sua fiducia in se stesso è così grande da alienare tutte le persone intorno a lui. Inoltre, il suo rifiuto delle ideologie e delle barriere sociali dell’epoca, in nome del proprio individualismo, gli fa perdere la donna che ama. Ma Martin continua, in nome del suo sogno, credendo di poter diventare scrittore con le sue sole forze e senza scorciatoie, finché, ottenuto il successo, non diventa disilluso dall’ambiente della fama, perde il suo unico amico, e si toglie la vita. 

Una lettura per grandi e piccini, invero. 

Come adattare una lettura così lontana da noi, mantenendola attuale? Il regista Pietro Marcello ha, a mio parere, trovato la soluzione perfetta: estrarre la storia da qualunque concezione umana di “tempo”. In Martin Eden è impossibile dare una posizione storica e geografica agli eventi. Siamo trasportati nel film da immagini che sembrano quadri espressionisti. Un attimo potremmo essere nella Napoli del Secondo Dopoguerra, un altro nella Genova di inizio Novecento, e un’altro ancora, sulla spiaggia di Civitavecchia ai giorni nostri, con la centrale elettrica a farci da sfondo, o in Sicilia con degli immigrati che raccolgono pomodori nei campi. Si parla di socialismo e liberali, come se fossimo tornati al Sessantotto, ma non c’è lotta studentesca, solo operai e proletari da cui Martin Eden cerca di emanciparsi, nonostante non riesca a parlare d’altro nei suoi scritti se non di loro e delle proprie origini. Eppure l’anti-intellettualismo moderno vena la politica contemporanea a Martin, mentre nel finale compaiono le camicie nere. 

Martin (un Luca Marinelli che porta a casa, meritatissima, la Coppa Volpi al Miglior Attore Protagonista del Festival del Cinema di Venezia), dal canto suo, cerca per tutto il film di essere e raccontare se stesso e nient’altro, ruggendo contro un’omologazione della massa fin troppo attuale nell’era dei social media come nell’epoca fascista. La lotta di Martin è concentrata nell’avere successo senza sacrificare una sola parte di se stesso, e finendo per bruciare tutte le sue energie e perdere ogni interesse nella vita, appena riesce a ottenere ciò che voleva. Martin arriva al vertice, ma vi trova soltanto vuoto. L’unico rifugio allora è il mare, il mare da cui era fuggito per inseguire il suo sogno. E nel mare allora si tuffa, per inseguire un sole morente. 

Martin Eden è dunque cosa? 

Una storia di ossessione, di integrità? Di masse e individui? Di riscatto sociale, di amore, di incomprensione, di incomunicabilità? Forse è tutto questo. O forse, molto più semplicemente, parla della vita. Parla di qualcuno che potremmo essere tutti noi, che come tutti noi cerca di crearsi qualcosa senza rinunciare a ciò che ci rende unici, che ci rende noi. È, la storia di tutti in due ore, e Martin forse la considererebbe una poesia…una poesia in movimento. 

di Lorenzo La Bella

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