«Io vivo di immagini e non ho memoria di me senza matite o colori. Da piccolissima soffrivo fortemente la noia e chiedevo continuamente a mia madre di poter dipingere tutti gli oggetti carini che mi circondavano. A mio avviso, avevano bisogno di mostrare l’anima». Con queste parole si descrive Marinella Pompeo, artista di Mondragone, in provincia di Caserta.

«Sentivo nel mio essere una potenza creatrice che mi accompagnava costantemente, giorno e notte. Trascorrevo tanto tempo nella più totale solitudine, la cercavo. Era come vivere in un piacevole limbo: distaccata dal reale, di cui non accettavo le ingiustizie e le disuguaglianze. Il limbo creativo era per me il luogo perfetto, dove poter essere me stessa senza l’obiezione di nessuno». Tutto inizia dal regalo più desiderato: una cassetta di colori ad olio. «Cominciai ad usarli lasciandomi guidare dall’intuito e dalle poche nozioni apprese e, da autodidatta, sono giunta alla tecnica delle velature a cui sento di appartenere». Da piccola, negli anni che precedono l’adolescenza, inizia per Marinella un lungo periodo di buio: «Cominciai a soffrire di stati particolari, quelli che oggi posso chiamare col proprio nome: “crisi di assenza”. Le allucinazioni notturne divennero angoscianti, le assenze diurne troppo frequenti. Poi la confusione e la perdita parziale di memoria. Tutto ciò innescò un circolo vizioso che mi limitò nelle relazioni interpersonali, facendomi sentire inadeguata in ogni situazione. Mi rifugiavo sempre più nella pittura, nei laboratori scolastici, nella letteratura e nella poesia che mi donava serenità». Ma, in piena adolescenza, il buco nero per l’artista divenne voragine: «Si palesò il grande male, l’epilessia. Nessuno aveva mai sentito quel termine, sino ad allora. Non mi venivano date spiegazioni, né risposte plausibili, solo medicinali che, con i loro effetti collaterali, annullavano la mia dignità. Ormai ero in preda alla vergogna, agli attacchi di panico, alla confusione, alla psicosi». Poi è arrivata la luce: «La pittura è stata la salvezza della mia anima.

L’unico spazio dove mi veniva garantita la libertà di esprimere quelle sensazioni negative che mi opprimevano». Nel 2011, finalmente conobbe il suo nemico e gli strumenti per combatterlo. «Cominciai ad aver fiducia, a volermi riaffacciare al mondo, a credere nelle mie capacità. Organizzai la mia prima mostra personale a Mondragone, con le opere nate in quegli anni di crisi. La chiamai “Anime a nudo”. Sì, mi mettevo a nudo, con le mie fragilità, con la voglia di affrontarle e superarle. Da allora la mia vita artistica è stata un susseguirsi di riconoscimenti personali da parte di persone comuni o del settore. Anche loro hanno contribuito alla mia rinascita psicofisica e io non smetterò mai di ringraziarli». L’intervista si conclude con gli occhi lucidi, che parlano insieme all’emozione cui danno voce: «Mi è costato molto parlare di un argomento tanto personale, delicato, poco conosciuto e molto sottovalutato come l’epilessia. Ma qualcuno mi ha detto che la mia storia lo aveva aiutato ad affrontare la sua e che sarebbe stato un vero peccato tenerla solo per me. Oggi, il mio più grande desiderio è poter gioire di quella beatitudine che solo l’arte, in tutte le sue forme, riesce a donarmi. La mia testimonianza è volta a dire a tutte le persone che vivono momenti difficili che si può risorgere e rivedere la luce. Anche dopo anni di buio».

di Teresa Lanna

Tratto da Informare n° 183 Luglio 2018

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