Marielle Franco: una vita per i diritti umani

Marielle Franco

Di fronte a certe notizie non si può restare a guardare, né stare in silenzio. I colpi di pistola che hanno raggiunto ed ucciso Marielle Franco e il suo autista in Brasile non solo hanno posto fine alla vita delle vittime dell’esecuzione ma alla lotta e alla difesa nei confronti dei diritti umani.

Rio De Janeiro, 14 marzo, ore 21.30. Marielle Franco, consigliera comunale del partito di sinistra PSOI, dopo un convegno, torna in auto insieme alla sua troupe. Dopo alcuni chilometri un agguato. L’auto viene affiancata da sicari che avevano un obiettivo ben preciso e lo centrano. Muoiono Marielle e il suo autista Anderson Gomes, illesa solo un’assistente. Marielle Franco era una donna di 38 anni, era laureata e nel 2016 era entrata in politica, ma era soprattutto una sociologa, un’attivista dei diritti umani e una femminista: denunciava le violenze della polizia nei confronti degli abitanti di Rio, criticava le condizioni inumane delle favelas, si batteva per valori e principi che agli occhi di molti nel 2018 sono naturali, scontati, ma che in alcune zone del mondo vengono ancora oggi negati, era Presidente di una commissione per i diritti delle donne afrobrasiliane e indigene.

Era nativa della favelas Marè di Rio, in quelle condizioni inumane ci aveva vissuto. Per questo il suo impegno partiva dalla strada. Ascoltava le persone in difficoltà, prendeva atto dei problemi sociali e li traduceva in oggetto della sua attività politica e umana.

La notizia dell’esecuzione realizzata nei suoi confronti ha scosso il mondo intero perché è stato un colpo duro per la giustizia, l’uguaglianza e la garanzia dei diritti umani. E purtroppo quando vengono compromessi questi valori e negati questi diritti il caso non può essere interpretato come una mera questione locale o nazionale ma diventa un fenomeno mondiale, una grave problematica politica sociale e umana che non conosce limiti spaziali.

È grave pensare che la politica e l’attivismo della Franco, il suo difendere i deboli, supportare e lottare per i diritti della gente, degli emarginati, la volontà di abolire le discriminazioni in un contesto come quello di Rio, dove la violenza è all’ordine del giorno e dove si vive in uno stato d’assedio era fuori luogo. Ancora più grave è il fatto che purtroppo chi combatte viene sempre lasciato solo, in balia dei rischi che ne conseguono. Mettere a repentaglio la propria vita per battersi per qualcosa che ci spetta di diritto e che ci viene negato ha un prezzo troppo alto che paralizza, spinge la gente a restare a guardare e lasciar passare. Eppure vivere liberi dovrebbe spingere gli uomini a lottare contro qualsiasi cosa, a rischiare anche la vita se necessario e non restare impassibili di fronte all’operato di chi solo non può farcela. Oggi la difesa dei diritti umani, dell’uguaglianza e il combattimento della violenza e dei soprusi sono diventati atti di coraggio di chi è disposto a dedicare la propria vita a questa lotta per lasciare un futuro con condizioni migliori ai propri figli.

Apprendere nel 2018 quanto successo a Rio de Janeiro è straziante. Sono stati gettati nel baratro secoli di guerre e di conquiste ed è stata fatta luce sul fatto che giuridicamente si può essere tanto avanti, ma nella prassi per essere garantiti valori e diritti inviolabili non possono essere trattati con sufficienza o addirittura sorvolati da chi viene incaricato di difenderli, disciplinarli, tutelarli.

Marielle Franco non ha mai voluto allontanarsi dal luogo in cui era nata anzi, aveva studiato e si impegnava per cambiarlo. Quello stesso luogo e parte di quella gente l’ha tradita. Adesso le decine di migliaia di persone che partecipavano ai suoi convegni non si devono arrendere ma continuare insieme a lottare per la libertà e l’uguaglianza costate la vita a Marielle. Da soli si è impotenti, insieme si diventa imbattibili.

di Mara Parretta