Manfredi di Svevia, un viaggio ai confini della storia

Redazione Informare 20/01/2023
Updated 2023/01/19 at 9:19 PM
5 Minuti per la lettura

Romanzo d’esordio del giornalista e insegnante di Lettere Francesco Nobile, “La spada di Manfredi” (2022, Marlin Editore) è il risultato di un compiuto tentativo letterario di conferire un carattere tangibile all’affascinante figura del re svevo, senza sottrarsi a una ricostruzione verosimile dalle celebri vicende storiche di cui è stato protagonista indiscusso.

Biondo era e bello e di gentile aspetto, ne scriveva Dante Alighieri, ed è proprio il sommo poeta ad animare la cornice nella quale si inseriscono gli eventi narrati: il fiorentino, in esilio e dedito alla stesura della Commedia, riceve la visita inaspettata di un uomo – che si scoprirà poi essere il nipote di Manfredi – che, testimone indiretto delle intricate trame politiche e belliche dei predecessori, lo incoraggia con i suoi racconti a restituire all’Italia un’opera dall’ineguagliabile portata.

LA SPADA DI MANFREDI

Il romanzo di Nobile dialoga con la Divina Commedia sin dal prologo, dando spazio a personaggi che trovano ormai il loro posto nella letteratura prima che nella storia; particolarmente toccante, a tal proposito, è il capitolo dedicato a Pier delle Vigne, morto suicida durante la prigionia.
La narrazione accompagna Manfredi di Svevia, figlio di Federico II, dall’adolescenza fino alla morte in battaglia, proponendosi di svelare le luci del personaggio, molto più che le ombre.
Già nelle prime pagine, in occasione di una gara poetica durante un banchetto indetto dall’imperatore, un giovane Manfredi dà prova di una sensibilità alternativa ai canoni del tempo, mostrando di saper leggere nel cuore del padre.

Sei proprio il figlio di Federico, sei il suo ritratto nel corpo e nella mente”: queste le parole che il cardinale Ottaviano rivolgerà a un certo punto a Manfredi, e che fotografano nitidamente l’esigenza dello Svevo di ritrovare un’identità che sente appartenergli, pur sforzandosi di non tradire sé stesso, dedicandosi a proteggere e perpetuare quanto costruito da Federico II a dispetto di ogni avversità politica.

LO STILE DI SCRITTURA

Uno stile semplice ma efficace, quello di Nobile, che si presta duttilmente alle abbondanti descrizioni – di personaggi, di luoghi e scenari bellici – e ad assecondare il ritmo incalzante laddove la narrazione prende velocità all’inseguimento delle gesta dei cavalieri, tra i quali spiccano i valorosi Percivalle Doria e Galvano Lancia.

Ma la storia non si consuma soltanto sui campi di battaglia: la penna dell’autore è altrettanto abile quando tratteggia atmosfere di festa – le nozze di Manfredi, ad esempio – o riesce a ritagliare intimi momenti di confronto tra i personaggi. Dense sequenze narrative si avvicendano a epistole e documenti ufficiali (testamenti, scomuniche), accentuando la storicità degli eventi e dipanando al contempo un itinerario tra i castelli e le roccaforti più famose riconducibili a Federico II di Svevia, quali Castel del Monte e Castel Lagopesole.

Francesco Nobile è puntuale nel ripercorrere scontri e fatti importanti – come la presa di Lucera e la costruzione di Manfredonia – rievocazioni che finiscono polarizzate intorno a un’unica figura centrale, quella del Re, la cui visione del mondo non contempla violenza e tradimento. Ma la voce di Manfredi sa anche, quando arriva il momento, rivendicare ciò che la storia gli deve, e giunge a farsi incoronare imperatore a Palermo nel 1258.

IL RITRATTO DI MANFREDI

Manfredi è ritratto come un uomo studioso e appassionato, estimatore di codici antichi, filosofia e medicina; le sue ispirate riflessioni affiorano nei momenti più critici delle vicende politiche, intrecciandosi al tumulto interiore del Re – perfettamente calato nel suo compito ma allo stesso tempo proteso verso pensieri elevati – proponendo accenni interessanti alla contrastante percezione degli universi pagano e cristiano e rispecchiando l’incertezza del tempo, in un momento storico proiettato verso nuove interpretazioni del mondo.
E la risposta agli interrogativi dei personaggi che popolano il romanzo risiede infine nello sforzo, senza pretese ma onesto, di Manfredi stesso, volto ad accogliere piuttosto che dividere. Proprio come la sua spada, che egli – intento a costruire – disdegna di usare per distruggere.

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