“Mamma, mà!” viene da dire spontaneamente alla fine dello spettacolo.

Scritto da Massimo Andrei, prodotto da Teatro Insania e interpretato da Daniela Ioia, “Mamma, mà!” è andato in scena il 18 ed il 19 gennaio al Teatro Civico 14 e ha tolto il fiato agli spettatori. A volte per il troppo ridere, altre volte per l’angoscia che trasmette – seppur mascherata sotto il velo dell’ironia. Vincenza Amato, Daniela Ioia sulla scena, è una donna comune, semplice, trepidante per il desiderio di avere un figlio. Per realizzare il suo sogno la donna si è rivolta a Santa Maria Francesca, Santa molto nota nel folklore religioso napoletano perché le si attribuisce la capacità intercedere in favore delle donne che non riescono a concepire, grazie all’ausilio di una sedia su cui le suddette donne siedono per ricevere il miracolo. Ed è su consiglio della stessa Santa che Enza deciderà di aspettare una notte prima di fare il test di gravidanza.

Da questo momento, Vincenza Amato continuerà ad apparire sul palco, ma cambiando tre volte nella forma. Tre donne, tre vite diverse, tre possibili futuri. Una ha lacerato il suo rapporto con il coniuge durante lo sfrenato inseguimento di un figlio che non arriverà, a causa della sterilità dell’uomo. Un’altra ha concepito fin troppo e vive una vita disagiata ostaggio di un marito cialtrone e violento. L’ultima, invece, è una donna che gioca a fare la borghese, ma non riesce a nascondere la sua natura bigotta.

Daniela Ioia si trasforma insieme ai personaggi e gli conferisce colore e rotondità attraverso un denso lavoro di caratterizzazione. Grazie alla sua performance verace emerge la forza di donne che si sono ritrovate ad affrontare da sole la maternità, ma anche la tragicità di un simile avvenimento, che si insinua tra una battuta e l’altra tracciando crepe nella comicità.

Il grande assente sulla scena è l’uomo. Nominato, chiamato, cercato, perfino reso interlocutore della protagonista – Enza nelle sue tre maschere si rivolgerà ad uno psicologo – e pure inetto a qualsiasi compito. Il cliché dell’uomo debole è ormai parte integrante della narrazione contemporanea e sembra che le cose andranno così ancora per un po’.

di Marco Cutillo

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