La Provincia di Caserta, e in particolare l’Agro Aversano, rappresentano un vasto territorio segnato drammaticamente dai peggiori esempi di deturpazione dell’ecosistema. E per quanto la mano della criminalità organizzata abbia svolto un ruolo da protagonista in questo ambito, va registrato come sovente ci si trovi al cospetto di imprenditori criminali ma non collusi.

Ed in questo angolo di mondo non abbiamo bisogno di eroi, ma di uomini onesti che ogni giorno, fanno semplicemente il loro lavoro. Come il dott. Giacomo Urbano, magistrato inquirente che si occupa di reati ambientali presso la Procura di Santa Maria Capua Vetere. Il PM è colui che ha sequestrato Cava Monti, la discarica delle fumarole a Maddaloni, ma anche la ex sede della ex Pozzi Ginori, tra Sparanise e Calvi Risorta.

Urbano, dopo una lunga esperienza professionale presso la Procura di Termini Imerese, è rientrato nelle sue terre di origine, anche perchè, come ammette lui stesso, bisogna ridare qualcosa ai luoghi in cui si è cresciuti. Ed è proprio questa idea che lo spinge quotidianamente ad impegnarsi anche in attività extraprofessionali, una tra tante la squadra di basket composta da avvocati e magistrati del foro sammaritano.

 

 

Con Urbano si è ragionati sull’attuale situazione ambientale che caratterizza la nostra provincia, tentando di comprendere quale fosse oggi la risposta più adeguata contro le ecomafie e i reati ambientali in genere. Fino a qualche anno fa l’impianto normativo inerente queste forme di devianza era del tutto inadeguato. La legge 22 maggio 2015, n. 68, però, ha colmato un gap inserendo nel codice penale il Titolo VI-bis, rubricato “Dei delitti contro l’ambiente”, dando maggior peso alla persecuzione di tali condotte, con la previsione di pene più severe.

Ciò nonostante, la complessiva struttura del nostro sistema giudiziario ne rende ancora difficile la concreta persecuzione. Urbano, infatti, sottolinea la difficoltà a raggiungere la prova dei misfatti perché per i reati ambientali, ma dei reati comuni in genere come quelli contro la pubblica amministrazioni, non esiste una normativa che tuteli i correi che decidono di collaborare con la giustizia.

«Per come il sistema è costruito il dichiarante per reati non di mafia non ha alcun tipo di beneficio, e molto spesso non è proprio incentivato a fare dichiarazioni. L’imprenditore che subisce un atto corruttivo e non va subito a denunciare già in quel momento diviene perseguibile anch’egli.  Il pentito di camorra o mafia ha interesse, mentre l’imprenditore non ha interesse a parlare, e se ha eventualmente reso dichiarazioni auto ed etero indizianti in fase indagine, in dibattimento, non avendo benefici, non conferma le dichiarazioni, ed essendo quelle rese in fase d’indagine inutilizzabili, il processo salta – ammette il PM – diamo la possibilità a chi vuole fare dichiarazioni di farle – aggiunge – bisogna creare l’humus perché egli denunci prima».

Il magistrato si sofferma inoltre sul nostro territorio, esternandoci la sua visione di un contesto sociale dal grande potenziale, ma rispetto al quale la risposta delle istituzioni sovente è stata sbagliata.

«Castel Volturno è unicum in Europa per certi versi. Può essere un contesto da studiare per capire cosa succederà fra vent’anni in Italia, dato il livello di immigrazione che non c’è da nessuna altra parte. Bisogna capire cosa è successo. Su Castel Volturno ci vorrebbe un gruppo di studio per capire le origini delle sue difficoltà, composto da uno storico, un antropologo, e cittadini dotati di coscienza storica legati al territorio. Perché senza un’analisi non hai gli strumenti per cambiare la situazione – e conclude – le passerelle non servono, bisogna avere un approccio dinamico e culturale. Bisogna avere una visione di insieme. Se le cose vanno in un certo modo e non cambiano, significa che la risposta è sbagliata. Vuol dire che a Castel Volturno si deve intervenire in modo diverso».

di Fabio Russo
Foto di Gabriele Arenare

Tratto da Informare n° 182 Giugno 2018